mercoledì 7 febbraio 2018

SuperSanremo e le cinque parole chiave

Anche quest'anno ci cimentiamo nell'analisi dei testi sanremesi. Un'operazione che ci ha portato già ad individuare con largo anticipo la canzone vincitrice dell'edizione 2016: la chiave in quell'edizione era stato il tempo futuro largamente utilizzato nei testi di molte canzoni, ma presente solo in un titolo. quello della canzone vincitrice: Un giorno mi dirai degli Stadio. Avevamo visto, anche nelle edizioni precedenti che il futuro a Sanremo premia quasi sempre. E infatti l'unica canzone con il futuro nel titolo nel 2016 vinse, come previsto da noi.

L'anno scorso banali errori nell'impostazione di alcuni parametri mi hanno impedito di cogliere il risultato. Colpa mia.

E quest'anno? Abbiamo studiato i testi e abbiamo riscontrato la presenza costante di cinque (5) parole-chiave: Sole Casa Giorno Senza Tempo.

Ora, attenzione: tutte (e dico tutte) e venti (20) le canzoni in gara contengono almeno una di queste cinque parole. Le ripetiamo: sole, casa, giorno, senza, tempo. Non si scappa.

Ma, guarda caso, soltanto una canzone contiene tutte e cinque le parole-chiave. Potremmo pertanto chiamarla la "SUPERcanzone" di Sanremo.

Ma non è tutto, questa canzone non solo contiene tutte e cinque parole-chiave, ma cita tutte queste cinque parole proprio all'inizio del testo: entro le prime 33 parole. Leggiamole:

Un giorno capiremo chi siamo / Senza dire niente / E sembrerà normale / Immaginare che il mondo /
Scelga di girare / Attorno a un altro sole / È una casa senza le pareti / Da costruire nel tempo.

Si tratta di un'enormità, tolti articoli, preposizioni e pronomi (chi, che) restano 21 parole, 5 delle quali sono le parole-chiave, anzi 6 perché la parola "senza" è ripetuta due volte.

E guarda caso questa canzone, questa SUPERCANZONE è stata la prima ad essere eseguita, così che dopo le prime 33 parole cantate del Festival avevamo sentito almeno una parola di tutti i testi delle diciannove canzoni successive!

E non solo: questa canzone è in testa dopo la prima votazione della giuria demoscopica.

E questa supercanzone è Il mondo prima di te (di A. Scarrone - D. Simonetta - A. Raina) cantata da Annalisa. Che sia lei a prevalere? Non me ne stupirei!



mercoledì 13 dicembre 2017

'O sole mio = Nel blu dipinto di blu


Forse qualcuno lo aveva già notato, ma io me ne sono reso conto soltanto qualche giorno fa: i testi delle due canzoni italiane forse più famose nel mondo ovvero O' sole mio e Nel blu dipinto di blu (popolarmente conosciuta come Volare) sono molto simili. 

Potremmo più precisamente affermare che i testi sono costruiti attorno alla stessa metafora (o similitudine, che poi è quasi la stessa cosa). Non solo: anche l'ordine di apparizione degli elementi e i nessi logici che li uniscono sono assolutamente sovrapponibili.

In estrema sintesi l'argomento di entrambe le canzoni è il seguente: è molto bello un certo fenomeno atmosferico; simile, ma ancora più bello è il volto dell'amata.

In O' sole mio, questo argomento è esposto più o meno così: 
Che bella cosa è una giornata di sole... ma un altro sole, più bello, è il MIO sole e sta in fronte a te. 

In Volare lo troviamo invece declinato così
Sognavo di essere felice nel cielo blu... ma continuo a sognare negli occhi tuoi belli, che sono blu come un cielo trapunto di stelle.

Riepilogando: è molto bello un certo fenomeno atmosferico (il sole / il cielo blu); simile, ma ancora più bello è il volto dell'amata (o' sole mio sta in fronte a te / gli occhi tuoi belli che sono blu come un cielo). Tutto il volto (come in 'O sole mio) o parte di esso (gli occhi: come in Volare)

Ps: So che O' sole mio è una canzone napoletana, ma ai nostri fini cambia davvero poco. Conosco anche le differenze tra metafora e similitudine, ma dilungarsi su questi aspetti avrebbe fatto perdere di vista il tema principale.

domenica 26 novembre 2017

La povera Rosetta - nuova versione

Ha forse alcuno cura di me? (da La Traviata, atto I)

1.
Collezionisti

Le persone più noiose al mondo, non c'è gara, sono certamente i collezionisti.

Io sono un collezionista, un collezionista di canzoni. Qualche anno fa ho iniziato a raccogliere canzoni che parlano di un giorno preciso, di una data sul calendario come il 4 giugno o il 18 novembre. L'idea, da collezionista noioso, era quella di associare almeno una canzone a tutti e 366 i giorni dell'anno, compreso il 29 febbraio. La prima casellina ad essere riempita è stata quella del 29 settembre, con l'omonima canzone di Mogol-Battisti: “Seduto in quel caffè, io non pensavo a te... oggi 29 settembre...”. Poi è toccato al 4 marzo: per quella data c'è
4/3/1943 di Lucio Dalla, un'altra di quelle canzoni che tutti conoscono e che inizia con “Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare...”1 e infine al 23 dicembre, perché nella sua canzone Natale, a un certo punto, Francesco De Gregori canta: “tra due giorni è Natale” e per la mia collezione non c'è bisogno che la data sia contenuta nel titolo, e nemmeno che sia dichiarata esplicitamente: basta che sia espressa in modo univoco e “tra due giorni è Natale” è perfetta per coprire il 23 dicembre. Arrivato a tre canzoni ho preso una pausa: avevo già fatto un grosso sforzo, ero stanco e per il primo giorno poteva bastare: collezionista sì, stakanovista del collezionismo no.

Quando, pochi giorni dopo, ho ripreso in mano la mia collezione mi sono concentrato sulle date storiche: quelle più celebri, come il 29 novembre del massacro di Sand Creek, che ha ispirato la canzone di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, o anche quelle più marginali come il 17 giugno della sparatoria che apre Hurricane di Bob Dylan, oppure il 20 luglio in cui, nel 1893, si svolge la vicenda raccontata da
La locomotiva di Francesco Guccini. È stato più o meno a questo punto che mi è tornata in mente una vecchia canzone della vecchia mala milanese, la ligèra. Una canzone milanese, ma in lingua italiana, che mi era stata insegnata dal mio amico Stefano Agosteo alla fine degli anni Ottanta e che io per tutto questo tempo non avevo mai ascoltato se non dalla sua bocca: La povera Rosetta. Questo brano, che parla appunto della morte di una certa Rosetta, contiene una data, il ventisei di agosto, proprio al primo verso. Cercai qualche ulteriore informazione e così scoprii che la versione più popolare era quella di una celebre interprete della canzone milanese: Milly. Nella sua versione, che poi era anche quella che conosceva il mio amico Stefano, la canzone cominciava così:

Il ventisei d'agosto
in una notte scura
hanno trovato un corpo
la squadra di questura.

Eccolo lì: il ventisei d'agosto, un'altra casellina della mia collezione che veniva riempita. Ma mancavano ancora molti giorni da coprire. A un certo punto, per cercare di finire in fretta, avevo anche lanciato un appello a Radio2 e così dagli ascoltatori erano arrivati molti suggerimenti e aggiunte utili. Poi, come tutti i giochi, questo della collezione di canzoni perse un bel po' d'interesse ai miei occhi. Collezionista sì, ossessionato dalle collezioni, no. Così, una volta arrivato poco dopo la metà, avendo cioè coperto circa 200 dei 366 giorni totali, ho mollato la ricerca e per diversi anni ho lasciato languire il progetto, se così vogliamo chiamarlo.

L'anno scorso però ho deciso era arrivato il tempo di finire la raccolta. Questa volta invece che per radio, ho lanciato la chiamata alle “canzoni con data” su Facebook, il re dei social network, un marchingegno con molti difetti, ma che per queste cose è fantastico, e che all'epoca dell'inizio della raccolta nemmeno esisteva. E tra le centinaia di proposte e segnalazioni pervenute da parte di amici e conoscenti, ecco che qualcuno mi suggerisce di nuovo
La povera Rosetta. Ma, con mia grande sorpresa, non per coprire il “ventisei d'agosto”, bensì per il tredici, sempre di agosto. Vengo così a scoprire che de La povera Rosetta esiste un'altra versione, cantata dai Gufi e poi anche dal solo Nanni Svampa, che inizia così:

Il tredici di agosto
in una notte scura
commisero un delitto
gli agenti di questura

Il tredici di agosto. Ma allora, quale casella doveva occupare la canzone? Quella del 13 o quella del 26?

Ma a questo punto il mio interesse e la mia curiosità già iniziavano ad andare oltre la data. La prima ulteriore domanda era inevitabile: siamo sicuri che si tratti di una storia vera? E se sì, quando è morta la povera Rosetta? E soprattutto: come è morta? Sì, perché le due versioni della canzone, al di là della data, propongono due ricostruzioni piuttosto diverse, già a partire dalla prima strofa: la squadra di questura ritrova un corpo oppure commette un delitto?

Così ho iniziato a cercare in rete ed è stato come aprire il vaso di Pandora. Le informazioni reperibili erano molte, e tutte sembravano confermare che la canzone si riferisse a un episodio reale. Eppure molti degli elementi erano in contraddizione tra loro, altri francamente incredibili, altri ancora decisamente fuorvianti. Come ho scoperto in seguito, la maggior parte degli errori traeva origine non solo dall'incertezza della stessa trama della canzone, ma anche da un articolo del Corriere della Sera del 1980 che conteneva diverse inesattezze, a sua volta derivate da un libro del 1975 (ne parleremo più avanti). La rete, stranamente, ignorava, invece, le precise informazioni contenute in Storie della povera Rosetta, (Sciardelli, 1983) un ottimo saggio breve di Leonardo Sciascia (anticipato peraltro da un'altra pagina dello stesso Corriere della Sera, ben migliore della precedente) che avrebbe costituito una ben più solida base di partenza per la ricostruzione dei fatti, anche perché include una piccola, ma impeccabile sezione, intitolata Cenni biografici di Elvira Andrezzi, dove tutti i principali elementi oggettivi della vita della giovane sono esposti con la massima precisione.

La prima definitiva conferma del fatto che una donna soprannominata Rosetta sia effettivamente morta a Milano in circostanze poco chiare l'ho ottenuta consultando l'archivio online del Corriere della Sera dove l'evento viene confermato in due articoli del 29 agosto 1913 che riportano sia il nome (Elvira Andressi) che il soprannome (Rosetta) della sventurata. Come poi vedremo non si tratta dei primi articoli in assoluto sulla morte della Rosetta e nemmeno i primi a riportarne nome e soprannome (l'Avanti! lo fa il giorno prima), ma per quanto mi riguarda sono stati il primo puntello oggettivo ai fatti narrati dalla canzone.

Partendo da queste prime informazioni ho continuato a raccogliere ulteriori materiali e in particolare alcune decine di articoli di quotidiani pubblicati a partire dal lontano 1886 fino agli anni Venti che ci aiutano a ricostruire ancora meglio la vicenda di Rosetta e della sua famiglia, specialmente del padre e dei fratelli. Il saggio di Sciascia (davvero uno dei pochi ad occuparsi seriamente di questa storia) ha poi costituito una base importante perché, man mano che procedevo nella ricerca, i dati contenuti nel suo testo venivano tutti confermati. Posso però assicurare, anche a chi conosce bene la storia, di avere scoperto alcuni elementi completamente nuovi (o meglio: pubblicati all'epoca dei fatti, ma poi totalmente dimenticati, seppelliti negli archivi dei quotidiani).

Ne è uscita una trama davvero complessa e – ahimè – per troppi versi ancora attuale, in cui si mescolano una quantità di aspetti di grande interesse: c'è la storia di una ragazzina e della sua indisciplinata famiglia all'inizio del XX secolo, c'è lo spaccato della Milano di quegli anni e in particolare del quartiere di Porta Ticinese, con la sua piccola e diffusa malavita, c'è il meccanismo che porta un episodio di cronaca a venire trasfigurato e poi cristallizzato nella leggenda di una canzone, c'è la storia di un modus operandi delle forze dell'ordine e della magistratura di cui si trovano molte tracce ancora oggi, c'è la testimonianza di diversi modi di fare giornalismo, già all'inizio del secolo scorso. Forse, forzando un po' la mano, c'è anche la storia di uno strano triangolo amoroso. Ma, tornando a concentrarci proprio sulla povera Rosetta, c'è anche la storia di un tentativo di redenzione dal proprio destino, tentativo che viene stroncato da un episodio, purtroppo attualissimo, di violenza estrema, ancora una volta nei confronti di una donna.

Molti degli snodi di questa vicenda non costituiscono di per sé casi eccezionali, anzi, e lo vedremo, erano eventualità piuttosto frequenti all'epoca: dagli arresti violenti e arbitrari da parte delle forze dell'ordine, alle conseguenti “ribellioni”, spesso altrettanto violente, di interi quartieri; dalle aggressioni alle prostitute, ai furti sistematici compiuti dai loro sodali. Persino l'utilizzo del veleno, e in particolare del sublimato corrosivo, era un fatto piuttosto frequente. Ma quello che questa storia ha di unico è che pare compendiare tutti questi elementi nel breve lasso di tredici mesi o, se si vuole, di una singola tragica sera, rendendola davvero una storia emblematica e molto affascinante, pur nella profonda tristezza del suo epilogo.


2. La canzone

Ma per iniziare ad addentrarci nello sviluppo degli eventi, prendiamo di nuovo le mosse proprio da dove partono quasi tutti coloro che sentono parlare per la prima volta della Rosetta, ovvero dal testo della canzone nella sua doppia versione.

Prima versione (Milly)

Il ventisei d'agosto
in una notte scura
hanno trovato un corpo
la squadra di questura.

Hanno trovato un morto
con tre pugnal nel petto
e quel corpo l'era
quello della Rosetta.

Hanno ucciso un angelo
di nome la Rosetta
era di piazza Vetra
battea la Colonnetta.

Vicino c'è il questore
con quella faccia nera
con tutti gli agenti
ma l'assassin non c'era.

Chi ha ucciso la Rosetta
non è della ligera
forse viene da Napoli
è della mano nera.

Si sente pianger forte
questa brutta sera
piange la piazza Vetra
e piange la ligera.

Dormi Rosetta dormi
giù nella fredda terra
a chi t'ha pugnalato
gli farem la guerra.

Questa versione, lo vedremo, contiene ben pochi elementi di verità. Sembra narrare la storia del casuale ritrovamento del cadavere di una prostituta “di piazza Vetra”, da parte di alcuni agenti di questura. Le cose non andarono così. Gli agenti non si limitarono a trovare un cadavere, ma furono protagonisti sul teatro degli eventi e, anche se nella vicenda reale non compare alcun pugnale e nessuna pugnalata, avremo a che fare con daghe e rivoltelle.

L'unica cosa in cui questa prima versione supera in accuratezza la seconda è la collocazione temporale: infatti il 26 di agosto una data molto più vicina a quella in cui sono svolti effettivamente i fatti. Possiamo dire che sia quasi la data corretta.

Peraltro la melodia della canzone era stata modellata su una preesistente canzone militare che, come ci spiega Sciascia, si riferiva ad un'altra data, ed iniziava, più o meno, così:

Il ventinove luglio
quando matura il grano
è nata una bambina
con una rosa in mano.
Alcuni sostengono che l'incipit originale fosse “il ventinove giugno”, sostituito da “il ventinove luglio” dopo l'assassinio di Re Umberto I, avvenuto a Monza il 29 luglio 1900, si veda ad esempio il sito del Museo degli Usi e dei Costumi della Gente Trentina, dove vengono citate anche ipotesi alternative all'origine di questa sostituzione.

Ma passiamo alla seconda versione, quella dei Gufi, poi proposta anche dal solo Nanni Svampa, che dei Gufi ha fatto parte. Qui, a parte la data del 13 agosto, abbastanza sbagliata, la storia viene raccontata un po' più correttamente. Segnalo da subito che nella seconda parte ci sono accenni razzisti piuttosto accesi contro i meridionali, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta di una canzone della malavita milanese e nella visione di chi ha scritto la canzone i meridionali vengono visti negativamente o perché questurini (ed in effetti una buona parte delle forze dell'ordine veniva dal Sud) oppure perché malavitosi concorrenti o persino, in qualche caso, per entrambe le cose al tempo stesso: ovvero per essere questurini corrotti. In ogni caso la trama di questa seconda versione, come dicevamo, si avvicina di più allo svolgimento reale degli avvenimenti di quella maledetta lontana sera. Strano che poi questa versione, complessivamente più corretta, alla fine cada sulla data, ma che ci possiamo fare?

Seconda versione (Nanni Svampa e i Gufi)

Il tredici di agosto
in una notte scura
commisero un delitto
gli agenti di questura.

Hanno ammazzato un angelo
di nome la Rosetta
era di piazza Vetra
battea la Colonnetta.

Chi ha ucciso la Rosetta
non è della ligera
forse viene da Napoli
è della mano nera.

Rosetta, mia Rosetta
dal mondo sei sparita
lasciando in gran dolore
tutta la malavita.

Tutta la malavita
era vestita in nero
per 'compagnar Rosetta
Rosetta al cimitero.

Le sue compagne tutte
eran vestite in bianco
per 'compagnar Rosetta
Rosetta al camposanto.

Si sente pianger forte
in questa brutta sera
piange la piazza Vetra
e piange la ligera.

Oh guardia calabrese
per te sarà finita
perché te l'ha giurata
tutta la malavita.

Dormi Rosetta dormi
giù nella fredda terra
a chi t'ha pugnalato
noi gli farem la guerra
(a chi t'ha pugnalato
noi gli farem la guerra).

Questa seconda versione è certamente più lunga: dalle sette strofe della prima si passa alle nove della seconda versione, addirittura a nove e mezza se contiamo pure la ripetizione della mezza strofa finale (anche se nell'esecuzione dei Gufi le strofe scendono a otto e mezza per via dell'omissione della settima). Ma, come è evidente, le due versioni si sovrappongono per larghi tratti: sono innanzitutto uguali la strofa d'apertura (a parte la data) e quella di chiusura e poi, più avanti, la seconda strofa della prima versione equivale alla terza della seconda versione, mentre la quinta della prima versione corrisponde alla terza della seconda versione.

Sono però più interessanti le differenze: nella prima versione sono presenti "tre pugnal" (facile immaginare che si tratti di tre pugnalate e non di tre pugnali) e l'esplicita menzione del questore ("con quella faccia nera") e degli agenti. Ma ribadiamo il punto centrale: nella prima versione (quella di Milly) la trama sembra ripercorrere la vicenda del ritrovamento di un cadavere pugnalato da parte della squadra di questura, con la successiva incapacità dei poliziotti a ritrovare l'assassino che "non c'era".
Nella seconda versione invece è presente un'accusa molto più diretta nei confronti degli "agenti di questura" perché questi, a quanto pare, "commisero un delitto". Anche qui sono presenti riferimenti alla “mano nera” e a "Napoli", ma soltanto in questa seconda versione ne troviamo anche uno alla "guardia calabrese".

In ogni caso annotiamoci questa figura della guardia calabrese, perché nella nostra storia sarà fondamentale. Ne svelo subito il nome: Mario Musti. Intendiamoci: non è facile determinare con assoluta certezza se l'autore della canzone avesse in mente una persona precisa o se invece intendesse riferirsi ad un generico poliziotto del Sud. Ma se la prima ipotesi è quella corretta allora il tentativo di identificazione della “guardia calabrese” con un singolo agente di polizia realmente esistito non può che portarci a Mario Musti. Non sappiamo molto di questo Musti anche perché, a quanto pare, il fascicolo della sua carriera, che pure abbiamo cercato alcuni mesi fa, non è più reperibile presso l'Archivio di Stato. Certo la canzone fa un po' di confusione: il testo parla di guardia calabrese, ma poco prima specifica che l'assassino “forse viene da Napoli” ed “è della mano nera” (indicazione che rimanderebbe invece alla Sicilia). Se fosse confermata la nostra ipotesi, ovvero che la guardia calabrese sia Mario Musti, allora dovrebbe essere presa in considerazione una quarta regione: la Puglia, in quanto il cognome Musti è diffuso soprattutto dalle parti di Barletta. Di Mario Musti, da un articolo del Corriere della Sera del 4 giugno 1913, conosciamo anche il soprannome, che suona un po' paradossale: “el milanes”: il milanese. Dalle stesse cronache sappiamo anche che veniva impiegato in operazioni di infiltrazione negli ambienti della mala. Ma la cosa fondamentale è che, nella notte decisiva, quella tra il 26 e il 27 agosto 1913, questo agente sarà presente sulla scena degli eventi, ricoprendo un ruolo tutt'altro che marginale.

L'altro ruolo da protagonista maschile in questa vicenda, se vogliamo escludere i fratelli della Rosetta, è certamente interpretato da Attilio Orlandi. Il Corriere della Sera, in due diversi articoli del 1913 lo definisce così: “un bel giovanotto sulla ventina, sbarbato, vestito con una certa eleganza (…) il quale malgrado abbia poco più di vent'anni, ha già subito una diecina di condanne”. Per qualche tempo amante, e convivente, della nostra Rosetta, Attilio Orlandi è in effetti un piccolo boss della Ligera, protagonista soprattutto di alcuni audaci furti2. Il suo soprannome è Buterin (talvolta riportato anche come Butterin) una parola che in milanese significa “piccolo pezzo di burro”. Non conosciamo l'origine di questo soprannome, ma l'unica altra persona a cui ho sentito appioppare un epiteto di questo tipo sono proprio io. Una mattina della fine degli anni Sessanta salgo, sbuffando, le scale della scuola elementare di via Carnia. Dalla cima della rampa una bidella mi osserva: sono piccolo, magro, con una cartella di cuoio, portata a mo' di zaino, larga il doppio della mie spalle e soprattutto sono trafelato: tutti i miei compagni sono già in classe. Quando passo di fianco alla bidella questa mi guarda con una certa tenerezza e mi dice “butér”, una parola a me sconosciuta di cui chiederò conto ai miei genitori una volta tornato a casa. Per questo motivo sono portato a pensare che a Milano “butér”, e a maggior ragione “buterin”, sia un soprannome assegnato a persone piccole, dal fisico non particolarmente atletico, che suscitano tenerezza.
Amante e per un breve periodo persino convivente della Rosetta l'Attilio Orlandi (il Buterin), persecutore della giovane il Mario Musti (il “milanes”, la “guardia calabrese”). Persecutore proprio perché altrettanto innamorato di lei? Con certezza non lo sapremo mai. Più avanti conosceremo ancora meglio i due principali protagonisti maschili di questa vicenda e soprattutto approfondiremo il loro rapporto con la Rosetta. Fissiamoceli comunque già fin da ora nella mente: Mario Musti, la “guardia calabrese”, forse pugliese, soprannominata però “el milanes”, e Attilio Orlandi, il ladro milanese, detto il “Buterin”. 

Volendo, si potrebbe aggiungere un terzo protagonista maschile: si tratta dell'anonimo reporter dell'Avanti!, che sarà il primo a indagare davvero su questa vicenda, già a partire dalla stesura del secondo articolo (nel primo pezzo, scritto con pochissimo tempo a disposizione, si fida invece della versione della Questura).  Il quotidiano socialista, la cui redazione si era trasferita da Roma a Milano due anni prima, in quei giorni è diretto da Benito Mussolini, a quei tempi ancora orientato a “sinistra”. Si potrebbe anche ipotizzare, ma non abbiamo trovato alcuna conferma in merito, che sia stato lo stesso futuro dittatore a condurre l'indagine giornalistica e a stendere gli articoli di denuncia i quali non erano firmati, come si usava all'epoca. Un'analisi accurata del testo per stabilirne l'eventuale paternità esula dagli scopi della nostra trattazione, ma potrebbe originare un interessante sviluppo. In ogni caso, chiunque sia stato l'autore di questa indagine giornalistica, merita un sincero plauso e, per certi versi spiace ammetterlo, Mussolini, in quanto direttore, ha quantomeno avallato l'operato del cronista, assegnando il giusto spazio e l'opportuno risalto alla vicenda nelle cronache milanesi, pubblicate tradizionalmente nella quarta delle sei pagine dell'Avanti!


3. La Rosetta, chi era?

Ma chi era esattamente la Rosetta? La domanda richiede una risposta molto complessa ed è, in fondo, il motivo principale per cui abbiamo scritto questo testo. Iniziamo dalle basi stabilendone con precisione il nome e l'età.

La Rosetta si chiamava Elvira Andrezzi. Il Corriere della Sera aveva già avuto modo di occuparsi della famiglia di Rosetta, utilizzando però quasi sempre l'erroneo cognome “Andressi” sia per il padre Eugenio, già in un articolo del 1886, sia per i suoi fratelli, a partire dal 1906. Il cognome corretto, Andrezzi, compare talvolta sulle pagine del Corriere, ma molto più raramente di Andressi. Al momento della morte della giovane si aggiungono due nuove storpiature del cognome: l'Avanti! in un primo momento la riporta come "Andretti", mentre La Stampa, nel primo pezzo steso a caldo, ci propone addirittura una "Evelina Andreotti". In seguito entrambi gli organi di stampa si uniformano al Corriere della Sera, fermando la girandola dei cognomi su un comunque erroneo Andressi. Vedremo che, in uno specifico episodio, il fratello Alessandro verrà anche indicato come Andrizzi. Tante varianti, ma Andrezzi è l'unica corretta.

Per quanto riguarda l'età, invece, tutti i giornali concordano da subito (seguendo probabilmente la nota della Questura) confermando un'unica versione: la poveretta aveva diciannove anni. E questo è un altro piccolo grande errore. Oggi noi sappiamo che, al momento della sua morte, Elvira Andrezzi aveva soltanto 17 anni e 360 giorni (in altre parole mancavano cinque giorni al compimento del suo diciottesimo anno) essendo nata il primo settembre 1895.

Il 31 marzo 2017 ho ottenuto presso il Comune di Milano i documenti relativi alla nascita e alla morte di Elvira Andrezzi che da un lato confermano quanto già pubblicato a suo tempo nei già citati Cenni biografici di Sciascia, dall'altro aprono un nuovo piccolo dubbio relativo all'età di suo padre Eugenio al momento della morte.

Ma rimaniamo sulla Rosetta. Quanto segue è la trascrizione integrale dell'atto di nascita di Elvira Andrezzi. Qui
troviamo nome, data (primo settembre 1895) e luogo di nascita (via Arena, 33); nome, età e professione del padre (Andrezzi Eugenio, facchino, 38 anni); e infine nome, cognome e professione della madre, (Rainoldi Genueffa, casalinga).
Più avanti, in un articolo del
Corriere della Sera del 1914, vedremo che la casa dove abitano gli Andrezzi al momento della nascita della Rosetta, il civico 33 di via Arena, viene inquadrata così: “famosa come albergo della malavita”.

L'anno millenovecentonovantacinque addì cinque di settembre a ore pomeridiane tre e minuti __, nella Casa comunale avanti di me Cav. Dottor. Carlo Tedeschi, Segretario, Delegato del Sindaco con anno primo gennaio, scorso anno, debitamente approvato, Uffiziale dello Stato Civile del Comune di Milano è comparso Andrezzi Eugenio, di anni trentotto: facchino, domiciliato in Milano, il quale mi ha dichiarato che alle ore antimeridiane una e minuti __, del dì primo del corrente mese, nella casa posta in via Arena al numero 33, da Rainoldi Genueffa, casalinga, sua moglie, seco lui convivente, è nato un bambino di sesso femminino che non mi presenta, e a cui si dà il nome di Elvira. A quanto sopra e a questo atto sono stati presenti quali testimoni Crivelli Giuseppe di anni cinquantasei: portiere e Ghioni Alessandro, di anni quaranta: portiere, entrambi residenti in questo Comune. Il dichiarante è stato da me dispensato dal presentarmi il bambino per caldo, dopo essermi altrimenti accertato della verità della nascita. Letto confermato e sottoscritto Andrezzi Eugenio, Crivelli Giuseppe, Ghioni Alessandro, Carlo Tedeschi.

Nell'atto di morte, invece, chi segue questa vicenda per la prima volta scopre alcune cose abbastanza inaspettate: la prima delle quali è che la Rosetta non muore di notte, per strada, come sembra narrare la canzone, ma all'Ospedale Maggiore alle 11.30 della mattina seguente. Certo, muore in conseguenza di quello che era avvenuto la notte precedente proprio in quella piazza Vetra citata dalla canzone come suo luogo di origine, ma non prima di essere stata ricoverata all'Ospedale Maggiore. Pertanto quei versi: “Hanno trovato un corpo, la squadra di questura” sono certamente il frutto di una trasfigurazione poetica.

Sul registro dell'Ospedale Maggiore, Elvira Andrezzi, al momento del ricovero, oltre che come Andressi, viene indicata anche come diciottenne: un errore certamente più piccolo di quello commesso dai quotidiani che ce la danno per diciannovenne. Nel caso della registrazione di ammissione all'Ospedale Maggiore si tratta invece di soli cinque giorni di differenza.

Ma leggiamo con attenzione l'atto di morte (che contiene molti dati in più rispetto al semplice Certificato di morte rilasciato l'anno 1913 e identificato dal Numero 0924 Registro 02 Parte 2 Serie B)

L'anno millenovecentotredici, addì trenta di Agosto a ore antimeridiane otto e minuti quaranta nella Casa Comunale, io Virginio Fantoni fungente da Segretario delegato del Sindaco con atto primo gennaio millenovecentododici approvato, Uffiziale dello Stato Civile del Comune di Milano, avendo ricevuto dall'Ospedale Maggiore un avviso in data 28 corrente mese relativo alla morte di cui in appresso, e che, munito del mio visto, inserisco nel volume degli allegati a questo registro, dò atto che a ore antimeridiane undici e minuti trenta del giorno ventisette Agosto corrente nel suddetto ospedale è morta Andrezzi Elvira di anni diciassette, cantante, residente e nata # da fu Eugenio e da Rainoldi Genoeffa, Nubile. Al segno # aggiungasi: a Milano.
Virginio Fantoni

Per chi non ha mai sentito parlare della Rosetta prima di leggere queste pagine, l'atto contiene un'altra piccola sorpresa, anche perché non abbiamo ancora letto in dettaglio nessuno degli articoli di quotidiano relativi alla sua morte. Davvero la professione della Rosetta era quella di “cantante”?

Ma come? La Rosetta non “battea la colonnetta”? Non era una prostituta? Se vogliamo attenerci al triste adagio britannico “Once a whore, always a whore”, (una persona che si prostuisce anche solo per una volta, sarà da considerare prostituita per tutta la vita), beh, allora sì, la Rosetta era una prostituta. Ma il crudo proverbio britannico non considera una possibilità di redenzione dal proprio destino. E invece la Rosetta stava proprio percorrendo questa strada: negli ultimi mesi della sua vita era davvero diventata una cantante, più precisamente, una canzonettista: lo testimoniano le cronache dell'epoca e, come ci riporta l'Avanti!, lo certifica ufficialmente almeno un documento: la giovane era infatti in possesso di una tessera per gli artisti che la questura rilascia per le riduzioni ferroviarie.

Nella stessa occasione della visita all'anagrafe del Comune di Milano ci siamo fatti rilasciare anche il certificato di morte del padre della Rosetta. Qui c'è un piccolo giallo: la sua età al momento della morte (65 anni) non coincide con quella appresa da altre fonti. Se Eugenio Andrezzi ha trentotto anni al momento della nascita di Elvira nel 1895 (vedi l'atto di nascita della ragazza) e ne ha ventisette nel 1886 (come vedremo tra poco in un articolo del Corriere della Sera), non può averne sessantacinque il giorno della morte, ma, casomai, soltanto cinquantacinque. C'è una remota probabilità che il certificato di morte sia quello di un semplice omonimo del padre di Elvira, ma tendiamo a pensare a una svista dello Stato civile in merito all'età.

In ogni caso sappiamo per certo che al momento della morte la Rosetta era orfana di padre perché ci si riferisce a lei come “fu Eugenio”. E se l'oggetto del certificato è l'Eugenio giusto, allora la ragazza aveva perso il padre pochi mesi prima della sera fatale.

Certificato di morte di Andrezzi Eugenio (16/1/1916)
Anno 1913 Numero 0082 Registro 02 Parte 2 Serie B
ANDREZZI EUGENIO
residente in Milano
nato in Milano
di anni 65
stato civile coniugato
e' morto il giorno 16/01/1913
in Milano

Altre notizie relative alla vita della Rosetta possono essere ricavate dai Cenni biografici di Sciascia che qui integriamo con qualche ulteriore nota.

Ultima di nove figli, il 17 settembre 1895 la Rosetta viene battezzata nella Basilica di S. Eustorgio come Elvira, Rosa (da cui poi il soprannome) e Ottorina. Agli atti della Parrocchia il nome della madre, che sull'atto di nascita di Elvira viene indicata come Genueffa e sull'atto di morte come Genoeffa, è invece riportato come Giuseppa.
Apprendiamo poi che nel 1911, quando quindi ha già quindici anni, Elvira frequenta per alcuni mesi la prima elementare nella scuola di via Ariberto, ma una nota nel registro di classe a febbraio la riporta come «assentatasi per malattia».
Elvira, immaginiamo con la famiglia o perlomeno con alcuni dei suoi membri, in particolare le sorelle, cambia più volte indirizzo, rimanendo però sempre nei quartieri di Porta Ticinese e Porta Genova: dopo via Arena si trasferisce in Bastioni Genova, corso Ticinese, piazza Macello e via Vetraschi: qui nella sera fatale troveremo ancora l'abitazione della sorella, elemento di non poco conto.
Ma ecco che nel 1912 la Rosetta si sposta per qualche tempo in viale Carlo Espinasse, 2 (all'epoca via Carlo Espinasse) a Musocco, lontano dai suoi quartieri originari ospite del suo amante Attilio Orlandi, il piccolo boss noto come Buterin, che si trovava in stato di “vigilanza speciale”: ai domiciliari, insomma. È la prima e unica volta che la Rosetta lascia la sua zona e non sappiamo con precisione quanto tempo duri la sua convivenza e la sua frequentazione con Attilio Orlandi. In linea d'aria si tratta di meno di 5 km, ma tra il quartiere di Porta Ticinese-Porta Genova e quello più periferico di Musocco, che all'epoca costituiva un comune autonomo, prima di essere inglobato nel Comune di Milano nel 1923, la differenza è enorme.
Nel 1913, la Rosetta torna nella propria zona, in via Gaudenzio Ferrari, 7. In questa casa, che sarà il suo ultimo indirizzo, secondo il cronista dell'Avanti! (più avanti leggeremo integralmente l'articolo uscito il 28 agosto 1913) la giovane aveva preso “in fitto un quartierino di quattro stanze (...) dove riceveva i suoi ammiratori”.
Il 21 marzo 1913 (ovvero soltanto cinque mesi prima di morire) aveva debuttato come cantante al Teatro San Martino, col nome di Rosetta de Voltery.
Sciascia ci riporta anche che "nel registro conservato nell'archivio dell’ospedale si legge: « Elvira Andressi d’anni 18 di professione cantante domiciliata e nata a Milano, via Gaudenzio Ferrari, 7; fu accolta il 27 agosto 1913 – ore 2 – in sala T.S. [sciolto in nota: Tentati suicidi] per avvelenamento T.S. Deceduta il 27 agosto 1913 – ore 11,30 – per avvelenamento con sublimato corrosivo »".
E qui troviamo un'altra importante indicazione: la Rosetta viene ricoverata nella sala dei Tentati Suicidi per avvelenamento. E questo sarà uno dei temi principali della nostra storia.


4. La Rosetta nelle cronache: un anno vissuto pericolosamente – Parte prima: due risse

Come abbiamo visto, la Rosetta muore il 27 agosto 1913 a soli a 17 anni e 360 giorni, eppure, per quanto possa apparire incredibile, già prima di quella drammatica sera questa ragazzina era già assurta agli onori della cronaca, comparendo per ben quattro volte (e per quattro motivi diversi!) nei reportage di quotidiani e periodici dell'epoca. Citata quattro volte in tredici mesi dal luglio 1912 all'agosto 1913: davvero niente male per una ragazzetta della sua età!

I primi due sono piccoli episodi molto coloriti, con lievi ricadute a livello penale, il terzo è ben più corposo: si tratta del furto alla gioielleria Archenti. Ma la quarta occasione in cui la Rosetta viene citata dai giornali, coincide con il suo riscatto: parliamo del suo debutto come canzonettista al teatro San Martino, il 21 marzo 1913, il primo vero momento di gloria per Elvira Andrezzi, un episodio che la eleva al rango di piccola celebrità nell'ambiente del teatro leggero milanese, “una stella del firmamento operettistico” (secondo la definizione, forse un po' enfatica, del Corriere della Sera del 7 maggio 1913).

Insomma, vale certamente la pena di illuminare questi ultimi tredici vivacissimi mesi della Rosetta: possiamo bene parlare di un anno vissuto pericolosamente.

È sabato 27 luglio 1912 la data in cui Elvira Andrezzi, la Rosetta, fa la sua prima apparizione (e questa è una nostra piccola scoperta) nelle cronache milanesi del Corriere della Sera. In quel momento ha solo 16 anni 10 mesi e 27 giorni. E siamo ad appena un anno e un mese dalla sua morte. Teniamoci pronti, perché anche il debutto in cronaca di Rosetta è certamente all'altezza, anche se qui, per il reporter, il suo soprannome è ancora Rosina e non Rosetta. In questa occasione la giovane si rende protagonista di un accesissimo scontro con una collega "nottambula", non privo di accenni grotteschi, che si conclude con una lieve sanzione economica nei suoi confronti, inflittale dal pretore.

Corriere della Sera, sabato 27 luglio 1912 - pag. 4
PRETURA URBANA DI MILANO 
L'ombrellino della contessa 
  Scena prima. — Alla « Fiaschetteria Toscana », elegante ritrovo del centro, verso le due di notte. Nelle sale del ristorante ferve il lavoro. Attorno alle tavole imbandite sono nottambuli per vocazione e nottambule per profusione. L'allegria, il cicaleccio raggiungono il diapason. Una delle etére — Lina Cerfoglio, detta « la contessa » forse per taluni conti che ha dovuto regolare con la giustizia — passa davanti al tavolo dove siede, col damo, una compagna — Elvira Andrezzi, in arte « Rosina » — e... noblesse oblige, le rutta in faccia.
  Allo scherzo plebeo della contessa, la Rosina, che è molto più giovane, protesta energicamente, e con lei il damo, per cavalleria. La scena si fa tragica. Le due ninfe si accapigliano mentre alcuni getti di seltz tentano inutilmente di smorzarne le ire, finché il direttore dell'esercizio non interviene ed allontana le due perturbatrici. 
  Scena seconda. — Al « Campari », altro ritrovo come sopra. Le due signorine, signorine malgrado tutto e malgrado la contessa abbia anche marito, si ritrovano. Altra zuffa con intervento del marito in parola e dell'ombrellino della contessa che si divide in due sulle spalle di Rosina. E Rosina, afferrato il manico dell'arma inservibile, lo restituisce sulla faccia della contessa, che corre alla Guardia Medica grondante sangue. Il certificato medico chiama « contessa » la donna ferita, ma non precisa il colore del sangue. 
  Scena terza. — In pretura, dove la contessa ha citato Rosina, imputata di lesioni cagionate con un temperino. 
  Rosina, la quale non ha che diciassette anni, protesta che fu provocata prima, aggredita poi dalla contessa: e soggiunge che il temperino era il manico dell'ombrello. La contessa non è venuta al processo. Ieri era venerdì, giorno forse di ricevimento: il venerdì della contessa... 
  Ma si fece benissimo senza di lei. Perchè ci furono i testimoni: le testimoni, anzi, che spiegarono come andarono i due incidenti a seconda delle loro simpatie verso l'una o l'altra parte. Una di esse, Regina Bertoli, richiesta, come vuole la legge, della propria professione, rispose sorridente: 
Prima facevo la modista. 
  Regina Bertoli ha diciott'anni. Faceva la modista quand'era in fasce! 
  Il pretore condanna Rosina a 25 lire di ammenda col beneficio del perdono e della non iscrizione. 
  Vicepretore: avv. Pisani; P. M. avv. Serembo; difesa avv. Rossi-Crivelli.

Molto particolare è anche il secondo episodio di cronaca che vede citata la Rosetta e che risale all'ottobre del 1912, poche settimane dopo la zuffa con la “contessa”. Si tratta di uno scontro con tanto di rivoltella (arma che però non spara) tra suo fratello Edmondo Andressi e un tale Angelo Bocchiola che si era messo a proteggere Elvira e le sue sorelle maggiori, proprio dalla violenza del fratello. Qui dobbiamo segnarci, tra le altre cose, le percosse del fratello a Rosetta, un elemento che tornerà.
Quando si svolge il parapiglia, nell'ottobre del 1912, la Rosetta non è ancora “famosa”, ma l'episodio va a processo nel maggio 1913, quando nel frattempo Rosetta aveva già debuttato a teatro.

Corriere della Sera, mercoledì 7 maggio 1913 - pag. 4
TRIBUNALE PENALE DI MILANO Amore, rivoltella, vetriolo...
Due episodi drammatici e due processi non privi di qualche comicità, se non entrambi a lieto fine: storia di coppie posticce, epperò storia di tutti i giorni in un secolo di libertà, con i soliti ingredienti di gelosie, rabbuffi, travasi di bile e di vetriolo, e con contorno di proiettili di rivoltella andati a male, per fortuna...
(...)
  Secondo episodio. Angelo Bocchiola, dopo di avere amato una signorina Andressi, si stabilì, come un autentico marito, presso una sorella di lei e, per naturale riflesso, prese a proteggere anche la terza della serie: una figurina bionda di diciott'anni, che è una stella del firmamento operettistico.
  Ma le tre grazie hanno un fratello: Edmondo Andressi, un giovane violento condannato varie volte e che tuttavia sente profonda l'avversione per certe posizioni equivoche.
  Ed è per questo che nell'ottobre u. s., dopo avere percosso per varie cause la sorella artista, l'Edmondo, trovatosi di fronte il Bocchiola che proteggeva la cognatina posticcia estrasse, tutto acceso d'ira, la rivoltella, e lo minacciò nella vita. Il Bocchiola, alla sua volta, impugnò una rivoltella e, fra il fuggi fuggi dei cittadini — poichè erano in strada — si svolse il pericoloso duello. Nessuno dei contendenti, però, fu ferito e l'unica vittima fu una povera donna incinta che, svenuta per la paura, dovette essere trasportata all'Ospedale e colà operata per parto prematuro.
  Questo processo si è svolto alla IV sezione. presieduta dall'avv. Allara: P.M. il cav. Sola, e difensori gli avv. Agnelli e Romita. Il Tribunale inflisse 7 mesi e 20 giorni all'Andressi e 6 mesi e 5 giorni al Bocchiola.

Visto? Come dicevamo, nel maggio 1913 Rosetta era diventata addirittura "una stella del firmamento operettistico". Stava davvero cambiando vita? E se sì, fino a che punto?

5. La Rosetta nelle cronache: un anno vissuto pericolosamente – Parte seconda: la rapina alla gioielleria Archenti

Ma per arrivare al terzo episodio, in ordine cronologico, che vede Rosetta protagonista delle cronache milanesi, dobbiamo tornare alla fine dell'ottobre 1912, quando la Rosetta non era ancora famosa ed era da poco andata a convivere con il suo amante Attilio Orlandi, il Buterin, ristretto ai domiciliari (tecnicamente “in vigilanza speciale”) in viale Carlo Espinasse, 2, a Musocco.

Si tratta di un episodio criminoso che farà molto scalpore: il furto alla gioielleria Archenti, avvenuto il 27 ottobre 1912 (probabilmente a pochissimi giorni di distanza con la rissa, pure datata ottobre 1912, tra suo fratello Edmondo e il Bocchiola, di cui abbiamo appena letto, anche se in quel caso, la Rosetta, a quanto pare risiedeva ancora in casa della sorella maggiore).

Secondo gli inquirenti, quello alla gioielleria Archenti non è che il primo di una serie di almeno tre grossi furti “da prima pagina” perpetrati dalla stessa banda a Milano, tra l'ottobre 1912 e il gennaio 1913. Dopo il primo furto in piazza Duomo, presso la gioielleria Archenti, al civico 19 (negozio che ha chiuso i battenti soltanto un paio di anni fa, confluendo nella contigua gioielleria Cielo 1914), seguono altri due furti presso abitazioni private: il 27 dicembre presso il villino dei Caprotti, in via Mario Pagano e il 21 gennaio in via Palermo, 20, presso la famiglia Porlezza, furto, quest'ultimo, che la stampa bolla subito come “macabro” perché compiuto durante il funerale del capofamiglia.

Gli inquirenti trovano alcuni elementi comuni tra questi tre furti, soprattutto tra i ricettatori, facenti tutti riferimento al bar Boselli di Porta Ticinese. Ma emerge come centrale, specie nei primi due episodi, anche il ruolo di Attilio Orlandi, detto il Buterin, come esecutore materiale. Se non proprio il capo della gang, secondo gli investigatori l'Orlandi costituiva la punta di diamante di questo gruppo di ladri, nonostante la difficoltà dei domiciliari (la “vigilanza speciale”) .

La Rosetta che, come dicevamo, al momento del furto è da qualche tempo amante e convivente dell'Attilio Orlandi viene accusata di complicità in occasione del primo dei tre furti, quello alla gioielleria Archenti, come colei che, secondo l'accusa, avrebbe aiutato a nascondere la refurtiva e a costituire un alibi per il Buterin.

Rimandiamo agli archivi dei giornali per quanto riguarda gli articoli usciti nei giorni dei tre furti, quando i presunti colpevoli dovevano ancora essere identificati. Molto più interessanti, ai nostri fini, sono quelli usciti sul Corriere della Sera nei mesi giugno e di luglio 1913: dapprima abbiamo il rinvio a giudizio di otto persone e un mese e mezzo più tardi si tiene il processo.

Corriere della Sera, mercoledì 4 giugno 1913 - pag. 5
Il furto alla gioielleria Archenti 
Ladri e ricettatori rinviati a giudizio 
  E' tuttora viva l'impressione per l'audace furto compiuto nella notte del 27 dello scorso ottobre nella gioielleria Archenti, sotto i Portici Settentrionali, al n. 19, in piazza del Duomo. 
  I ladri avevano approfittato di alcuni lavori che il Municipio faceva eseguire nello stesso palazzo, per giungere più facilmente al soffitto del negozio di gioielleria. Praticato in esso un largo foro si erano calati nell'interno del negozio svaligiandolo quasi completamente, e arrecando un danno al proprietario di oltre 20.000 lire [Circa 80.000 euro attuali n.d.r.]
  Della ricerca degli autori dell'audacissima impresa ladresca si occupò in modo speciale il commissario cav. De Cesare, della Sezione di P. S. di via Panizza, il quale esperì lunghe e laboriose indagini. L'autorità giudiziaria, dopo averle vagliate e completate, su conclusioni del P. M. avv. Turrini ha rinviato al giudizio del Tribunale otto individui, fra i quali due donne, e precisamente: Attilio Orlandi, detto Butterin, di Luigi, d'anni 21; Emilio Gambini, detto Milieu, fu Angelo, d'anni 33; Amedeo Dapò, d'anni 29, di Lodovico; Italo Orlandi, di Luigi, detto Tartaglia; Elvira Andrezzi, fu Eugenio, amante dell'Attilio Orlandi; Remo Colombo, fu Cesare, detto Pinin Camola; Romeo Pellegatti, detto Bac, e Fulvia Ziletti, amante del Gambini. 
Schizzo rivelatore 
  I primi tre sono stati ritenuti autori materiali del grosso furto. I primi sospetti caddero sul Dapò; appena arrestato egli protestò la sua innocenza e stava per essere rilasciato in libertà allorchè contro di lui vennero raccolti vari elementi di colpa. 
  Dopo qualche tempo dal furto all'Archenti, un'altra impresa ladresca importante veniva compiuta nella villa del signor Caprotti, in via Mario Pagano. Il commissario De Cesare, aveva ritenuto di colpire giusta traendo in arresto Attilio Orlandi, il quale malgrado abbia poco più di vent'anni, ha già subito una diecina di condanne. Con grande sorpresa del funzionario, fra le carte rinvenute indosso all'arrestato fu trovato uno schizzo grafico che non tardò ad essere riconosciuto corrispondente alla topografia dei locali della gioielleria. Si ebbe in tal modo la prova che l'Orlandi non era stato estraneo a tale furto. Egli tentò di far credere che si trattasse di uno schizzo riguardante un villino di un suo fratello, poi mutò versione, e cercò altre scuse. Ma un perito dimostrò false le sue giustificazioni. Il commissario si pose alla ricerca dei complici e ricorse ad un espediente abbastanza usato nella polizia, di mettere cioè nella stessa camera di sicurezza una guardia camuffata da ladro allo scopo di spillare rivelazioni. 
  Tale incarico fu affidato all'agente scelto Mario Musti, detto el milanes, ed egli seppe recitare cosi bene la commedia, da indurre l'Orlandi ad una esplicita confessione. Secondo questa, egli avrebbe, colle indicazioni dello schizzo fornitogli dal Dapò, compiuto il furto, 1mentre il Dapò ed il Gambini vigilavano all'esterno della gioielleria. 

Interrompiamo un attimo la lettura dell'articolo perché, come abbiamo visto,
  L'autorità giudiziaria, oltre alle prove che stanno contro i ritenuti autori del furto, si è convinta che le altre cinque persone fossero a conoscenza della provenienza furtiva dei gioielli e perciò, mentre l'Orlandi Attilio, il Gambini ed il Dapò sono rinviati a giudizio per furto, il Colombo ed il Pellegatti sono imputati di ricettazione. mentre Italo Orlandi, Elvira Andrezzi e Fulvia Ziletti dovranno rispondere di favoreggiamento.
  La madre dei fratelli Orlandi, Giulia Biolchi, che era stata denunciata per complicità coi due figli, fu dichiarata assolta.

Un mese e mezzo dopo il rinvio a giudizio, si svolge il processo.
Corriere della Sera, venerdì 25 luglio 1913 - pag. 4
TRIBUNALE PENALE DI MILANO
Il processo indiziario per il furto all'oreficeria Archenti
  Dopo il processo per il furto macabro in casa del rag. Porlezza, eccoci a quello per il furto, altrettanto audace se non sacrilego, in danno dell'orefice Archenti sotto i portici settentrionali. Qualche connessione tra l'uno e l'altro parve esistere alla polizia ed anche al dibattimento non sembra esclusa per la presenza di taluno degli imputati di quell'altro processo ed anche per qualche risultanza ad entrambi comune.
  Il furto all'oreficeria Archenti avvenne il 26 ottobre dell'anno passato ed ha fatto impressione per l'ora e la località in cui fu consumato. Si stava lavorando all'ingrandimento del locale. Una parete del negozio era stata demolita e sostituita con altra di legno. Alle ore 20 circa il signor Archenti usciva dal negozio chiudendolo. Alle 22.30 il commesso, il quale aveva l'incarico di custodire il locale dormendovi, ritornava ed avveniva che il furto era stato compiuto. I ladri, probabilmente nascostisi nella cantina, avevano scostata un'asse della parete provvisoria ed erano penetrati nel negozio portando via catene da orologio, orecchini ed altri oggetti per un valore di 12.000 lire. [Poco meno di 50.000 euro attuali, nell'articolo precedente invece si parlava di 20.000 lire, pari a circa 80.000 euro n.d.r.]
  Nessuna traccia degli audaci, e la Questura per qualche tempo brancolò nel buio. Senonchè, in seguito alle rivelazioni di certo Silvio Citterio, confidente della polizia, furono arrestati Attilio Orlandi, Emilio Gambini e Amedeo Dapò con le loro amanti e con qualche altro imputato di favoreggiamento e ricettazione.
  Quei tre siedono ora sul banco degli imputati, in istato d'arresto, per rispondere di furto: il primo come autore principale e gli altri due quali correi insieme con Elvira Andreassi nota nel mondo equivoco e galante col soprannome di Rosetta, amica dell'Orlandi: Italo Orlandi, detto « Tartaglia », Remo Colombo — conoscenza questa del processo per il furto in casa del morto —, Romeo Pelegatta [sic] e Fulvia Ziletti che giorni sono sposava il Gambini in carcere: tutti comparsi a piede libero.

Particolarmente interessante appare l'interrogatorio di Attilio Orlandi.
Una circostanza importante
Il presidente avv. Grugni procede all'interrogatorio dell'Orlandi, un bel giovanotto sulla ventina, sbarbato, vestito con una certa eleganza, il quale nega recisamente di avere cooperato al furto. Egli dice di essersi domiciliato qualche tempo prima a Musocco insieme con l'amante per non contravvenire, mancandogli ivi l'occasione, alla vigilanza speciale alla quale era sottoposto. Il 26 ottobre se ne andò — dice lui — presto a letto e quando, verso le 22, le sua amante ritornò in casa in compagnia del Citterio lo trovò che dormiva
  — Il Citterio — osserva il presidente — disse in istruttoria di avervi visto a letto soltanto a mezzanotte.
  — Non è vero — ribatte l'Orlandi Attilio. — Quando il Citterio venne in casa con la Rosetta potevano essere le 21:30 o le 22.
  La circostanza è importante in quanto il furto è avvenuto, come dicemmo, prima delle 22.
  Il presidente contesta quindi altre circostanze all'imputato.
  — Vi hanno visto, quella sera, con il Gambini.
  — Non è possibile. Chi afferma ciò dice il falso.
  — E come spiegate le spese che avete incontrate in quel periodo di tempo?
  — Non ho fatto spese eccessive.
  — Non avete regalato una pelliccia da 900 lire alla vostra amante?
  — Sì, ma la pelliccia fu presa a credito.
  — Non avete dato 500 lire a vostra madre?
  — Temevo di spenderle tenendole io, e le diedi a mia madre perché mi conservasse questi nostri risparmi.
  Il presidente chiede infine spiegazioni all'Orlandi Attilio circa due schizzi che sarebbero stati trovati in casa sua e che dai periti sarebbero stati ritenuti corrispondenti alla topografia del negozio Archenti.
  — Quegli schizzi — spiega l'imputato — si riferiscono invece ad un altro furto compiuto da altro mio fratello, Giuseppe, nel villino Caprotti in via Mario Pagano.

Molto curiosa questa difesa: per scagionarsi dall'accusa del furto Archenti, Attilio Orlandi accusa il fratello Giuseppe del furto al villino Caprotti, il secondo della serie di tre.
  Più spicci seguono gli interrogatori degli altri imputati: tutti negativi. Anche al Gambini il presidente contesta le spese eccessive incontrate in quell'epoca. 
  — Voi avete acquistato un negozio di fruttivendolo pagandolo 1000 lire in contanti.
  Durante il periodo istruttorio il Gambini aveva date parecchie versioni e finalmente al dibattimento si ferma sopra la narrazione di una pretesa eredità di 400 lire da parte di un suo zio a cui egli avrebbe aggiunto alcuni risparmi suoi. 
  Quanto al Dapò, che avrebbe fornito le indicazioni sulla preparazione del furto poichè egli si era trovato nella sua qualità di meccanico ad eseguire alcuni lavori alla banca Ponti, i cui uffici sono attigui al negozio Archenti, si limita alle proteste d'innocenza affermando di non avere mai conosciuto nè il Gambini nè l'Orlandi.
II tranello dell'agente
  Oltre al Citterio, anche il fratello del principale imputato — Italo Orlandi — si era lasciato sfuggire, mercè uno strattagemma della Questura, rivelazioni compromettenti per gli attuali imputati. La Questura infatti aveva introdotto nella guardina ov'era rinchiuso l'Italo Orlandi un agente in borghese, il quale si disse arrestato per false generalità, ed ottenuta la confidenza dell'Italo, seppe da lui essere stato il furto Archenti consumato dal fratello Attilio, mentre il Gambini e il Dapò attendevano sulla strada.

Qui viene precisato meglio il trucco dell'agente introdotto nella guardiola che, dal precedente articolo, sappiamo essere Mario Musti.


La refurtiva era stata prima portata ad un caffè di corso Ticinese, noto ritrovo della malavita, e poi in casa dell'Orlandi. L'Italo avrebbe detto, inoltre, che mentre si stava osservando la refurtiva si sentì picchiare alla porta e temendosi una visita importuna, egli fece un fagotto dei gioielli, pronto a gettarli dalla finestra. Chi picchiava, invece, era la giovane Andressi. La refurtiva fu qualche giorno dopo venduta per 3.400 lire. [Pari a 12.000-16.000 euro attuali n.d.r.]
  L'Italo Orlandi. che è molto balbuziente — ciò che spiega il suo nomignolo — protestò energicamente più a gesti che con la parola, contro la narrazione della guardia, dicendola un'invenzione.
  — E se non è un'invenzione — osserva l'arguto presidente — bisogna dire che la guardia fosse molto intelligente e paziente per capirvi!
  Gli interrogatori degli imputati minori non presentano alcun interesse. Anche questi si dichiarano innocenti.
  Dopo la deposizione della parte lesa signor Archenti, sul modo come presumibilmente sarebbe avvenuto il furto, si inizia l'esame testimoniale. Sfilano, tra altri, parecchi portinai, alcuni dei quali riconoscono, sebbene con qualche incertezza, nell'Orlandi Attilio l'individuo che la sera del 26 ottobre sarebbe uscito dallo stabile dove l'Archenti ha il suo negozio.
  Il processo continuerà per altri due o tre giorni. Intanto si annuncia per oggi un sopraluogo al villino Caprotti allo scopo di stabilire se gli schizzi trovati presso l'Orlandi Attilio corrispondono, come questi afferma, alla costruzione dei villino stesso, oppure, come dichiararono i periti, alla topografia del negozio Archenti.
  Rappresenta il P. M. l'avv. Turrini; difendono gli avv. Beltramelli, Jacchia, Dominione, Romita, Melone. Ugo Marcora, De Grandi e Carnielli.

Come abbiamo visto, il
Corriere della Sera segue con particolare attenzione le vicende processuali del furto Archenti. Ma, essendo la Rosetta un'imputata secondaria, il quotidiano milanese non si diffonde nei dettagli del suo interrogatorio avvenuto a fine luglio del 1913. Dopo la morte della Rosetta, però, il giornalista dell'Avanti! andrà a recuperare l'interrogatorio della Rosetta e, a posteriori, nel lungo articolo pubblicato il 3o agosto 1913, ci svelerà alcuni dettagli inediti, estremamente interessanti. Chi fosse impaziente può correre al capitolo 12.

Il 29 luglio arrivano le richieste del P.M.: per la Rosetta, qualora condannata, si protrerrebbero tre mesi di reclusione.

Corriere della Sera, martedì 29 luglio 1913 - pag. 4
Le richieste del P. M.
nel processo per il furto all'orefice Archenti
E' continuata ieri la discussione del processo per il noto furto alla gioielleria Archenti. Finite le testimonianze a discarico, il P. M. avv. Turrini, ha pronunciato la sua requisitoria, durata quattro ore. Egli sostenne la colpabilità di quasi tutti gli imputati ed infine richiese le pene seguenti: per l'Attilio Orlandi, 3 anni e 10 mesi di reclusione, per il Gambini pure 3 anni, per il Dapò, imputato di complicità 1 anno e 6 mesi, per Guido Orlandi 5 mesi e 83 lire di multa, per ricettazione. Per le due donne Andressi e Ziletti, imputate di favoreggiamento 3 mesi di reclusione. A questi ultimi tre propose la condanna condizionale. 
  Per il Colombo ed il Pellegatta, richiese l'assoluzione per non provata reità.

Il giorno dopo la Rosetta viene scagionata per non prova reità. Purtroppo, verrebbe paradossalmente da aggiungere, perché ancor prima che giunga a conclusione il primo di questi tre mesi di libertà, ottenuti con l'assoluzione, la giovane perderà la vita.

Corriere della Sera, mercoledì 30 luglio 1913 - pag. 4
TRIBUNALE PENALE DI MILANO
La sentenza nel processo per il furto al gioielliere Archenti
  E' terminato ieri sera il processo iniziato giovedì della scorsa settimana, per il grave furto commesso il 26 ottobre u. s. nell'oreficeria Archenti sotto i Portici Settentrionali. 
  Dopo le arringhe dei difensori Melone, Romita, Beltramelli, Marcora, Jacchia e Carnielli, il Tribunale ha ritenuto colpevoli del furto: l'Attilio Orlandi e l'Emilio Gambini, condannandoli, il primo ad 1 anno, 9 mesi e 17 giorni di reclusione, colla scusante della semi-infermità mentale, ed il secondo imputato, di complicità nel furto stesso, ad 1 anno e 6 mesi.
  Ha mutata l'imputazione dell'Orlandi Guido in quella più lieve di favoreggiamento e lo ha assolto anche da tale imputazione. Ha poi assolto: l'Elvira Andressi e la Fulvia Ziletti, imputate di favoreggiamento, per non provata reità. Pure per non provata reità ha mandato assolto il Romeo Pellegata e Amedeo Dapò e per il Remo Colombo ha dichiarato il non luogo a procedere per non avere commesso il fatto imputatogli.
  Dopo la sentenza la Ziletti ha dato in smanie per la condanna riportata dal Gambini. Come è noto, essa si è unita a lui in matrimonio da pochi giorni. La cerimonia nuziale ebbe luogo in carcere.

Rosetta è scagionata, ma molti sospetti restano. Con quali soldi aveva preso in affitto il quartierino di ben quattro locali in via Gaudenzio Ferrari, 7? Forse con i proventi della rapina? Nell'interrogatorio di luglio 1913, riferendosi all'ottobre 1912 (quando ancora non si esibiva a teatro), per scagionarsi la Rosetta aveva dimostrato “che lucrando più che a sufficienza per sè, poteva dare soldi all'amante Orlandi, piuttosto che concorrere con lui in un'impresa criminosa” (Avanti! 30 agosto 1913). Il che la aiutava ad allontanare da sé i sospetti di complicità nella rapina, ma confermava, al tempo stesso, la sua attività come prostituta. E poi chi erano questi ammiratori che riceveva, dopo aver lasciato Orlandi, nel quartierino di via Gaudenzio Ferrari?

Certamente la Rosetta, a fine luglio 1913, si trova in uno snodo esistenziale in cui sta provando a cambiare vita, ma il processo la riporta a un tempo precedente, sia pure di soli pochi mesi, e a diciassette anni, quei nove mesi passati tra il furto e l'assoluzione possono essere un'eternità. Insomma, quando arriva la serata che le è fatale Rosetta è in un momento particolare del proprio convulso percorso umano: appena scagionata in un processo importante e forse proiettata verso un futuro da cantante. Non sappiamo con certezza se in questa fase sia ancora attiva, oltre che come canzonettista, anche come prostituta e nemmeno se sia ancora in contatto con l'amante (o protettore? O amante-protettore?) Attilio Orlandi (probabilmente no) o con il suo "difensore" Angelo Bocchiola (e questo appare ancora meno probabile).


6. La Rosetta nelle cronache: un anno vissuto pericolosamente – Parte terza: due risse: il debutto a teatro

Dopo la zuffa con la collega (27 luglio 1912), lo scontro tra il fratello Edmondo e Angelo Bocchiola (ottobre 1912), la (probabile) complicità con l'amante Buterin nel furto del 27 ottobre alla gioielleria Archenti, la quarta apparizione sulla stampa di Rosetta ha ragioni ben più liete: si tratta del suo debutto al Teatro San Martino di piazza Beccaria come canzonettista. Sciascia lo data 21 marzo 1913 riportando la recensione della Gazzetta degli spettacoli del 15 aprile successivo.

Gazzetta degli Spettacoli del 15 aprile 1913:
L'attesa era vivissima ed il pubblico non fu deluso nella sua aspettativa. Specialmente quando uscì in veste di birichina milanese, si fece un certo silenzio per ascoltare questa nuova produzione scritta in dialetto e musicata dal Maestro Mignone appositamente per lei. Il titolo è Scarliga [lett. Scivola], uno di quei detti volgari locali, e non manca di qualche frizzo che naturalmente deve stare sempre in carattere. In questa produzione si distinse benino e venne molto applaudita incontrando il favore del pubblico. Alla bella Rosetta, pardon: Rosette, i nostri migliori auguri per una brillante e facoltosa carriera. Ora è andata a Roma, dove al Salone Margherita ha rinnovato il successo di Milano.

Sia la location che molti dei frequentatori del Teatro San Martino avrebbero avuto successo. Il teatro, che non esiste più da molto tempo, in quegli anni ospitava anche serate futuriste con Marinetti, Boccioni e soci.
L'autore dei testi milanesi della performance di Rosetta, l'allora venticinquenne, e a sua volta sedicente futurista, Marco Ramperti3 per il testo di Scarliga, scritto appositamente per la Rosetta, aveva ricevuto 20 lire (poco meno di 80 euro attuali) e in seguito avrebbe scritto qualche romanzo di successo e un repertorio di star del cinema: Sciascia ci narra persino di una sua foto a braccio di Jean Harlow.
Della Rosetta, Ramperti parlerà brevemente in un libro sulla Milano di quegli anni, Vecchia Milano. Cinquanta capitoli di ricordi rintracciati, (Milano, M. Gastaldi, 1959). Qui la definisce «corteggiata da milionari e amante di teppisti» e poi precisa che però non aveva un "protettore" ufficiale (immaginiamo: né tra i teppisti, né tra i milionari che pure frequentavano il locale. Sciascia conclude che “nell'ambiente in cui trascorreva la vita, tra caffè-concerto e malavita, la mancanza di un protettore temibile o per autorità o per violenza la rendeva particolarmente vulnerabile”. Ma noi vedremo che, almeno nel direttore del teatro, il signor Focherini, la Rosetta aveva riposto particolare fiducia.

L'articolo della
Gazzetta degli Spettacoli ci segnala che ora la Rosetta de Voltery “è andata a Roma, dove al Salone Margherita ha rinnovato il successo di Milano”. Il Salone Margherita è lo storico café-chantant in stile liberty che aveva aperto i battenti nel 1898 e che ha ospitato nel corso degli anni personaggi del calibro de La Bella Otero, Ettore Petrolini, Leopoldo Fregoli e ancora Filippo Tommaso Marinetti. Pur senza aver trovato altre fonti che la confermino, non abbiamo alcun motivo di dubitare dell'effettuazione di questa trasferta romana della Rosetta, che deve essere avvenuta tra il 21 marzo e il 15 aprile 1913: un episodio che non farebbe che confermare un'ulteriore ascesa del suo status sociale e artistico, ma di cui, purtroppo non troviamo altre tracce nei successivi episodi che la vedono protagonista. Nemmeno un successo nella capitale sarebbe riuscito a salvare la Rosetta dal suo imminente sfortunato destino.
Poche settimane più tardi, il 3 giugno, come abbiamo già visto, si concludono, con il rinvio a giudizio di Rosetta per favoreggiamento, le indagini sul furto alla gioielleria Archenti (risalente all'ottobre 1912). Con ogni probabilità questo fatto precipita nuovamente Rosetta nell'ambiente da cui proveniva e con cui forse, persino anche dopo il recente successo a teatro, non aveva ancora tagliato i ponti del tutto. Il 29 luglio Rosetta verrà scagionata "per non provata reità": ed è sull'onda di questa sequenza di avvenimenti che la diciassettenne milanese arriva alla sua ultima notte, fresca di assoluzione e con una carriera da canzonettista appena intrapresa.


7. La notte tra il 26 e il 27 agosto 1913

Ma cosa accadde di preciso in quella notte oscura? Uno degli obiettivi di questo lavoro è di trovare la quadra tra le diverse versioni riferite dai quotidiani dell'epoca. Vedremo che lo schema, verrebbe quasi da dire "il format" degli eventi, seguì un copione abbastanza ricorrente nelle notti milanesi: due guardie che si aggirano nei quartieri malfamati, fronteggiano e in qualche caso cercano di arrestare qualcuno (talvolta per rissa, spesso anche solo per schiamazzi oppure per rumorosi capannelli attorno alle prostitute), ma poi al momento del confronto tra agenti e "schiamazzanti" spuntano dai vicoli molti abitanti della zona contigui alla piccola malavita locale, che si oppongono ai tutori dell'ordine (e qui viene spesso evocato, anche nei resoconti giornalistici, il reato di "ribellione"). Se è in corso qualche arresto si assiste al “molla molla”: ovvero il tentativo della folla di strappare i fermati dalle mani degli agenti. Gli agenti spesso resistono e talvolta vengono aiutati da altri colleghi sopraggiunti, oppure fuggono e per poi tornare in forze procedendo a sbrigative indagini e ad arresti particolarmente brutali. Vedremo che nella storia della famiglia di Rosetta, e più in generale del suo quartiere, episodi di questo tipo erano molto frequenti in quegli anni. Anche la prima comparsa sul 
Corriere della Sera di un Andressi (si tratta al 99% di suo padre Eugenio) avviene (nel 1886) in circostanze simili a quelle che poi, ventisette anni più tardi, porteranno alla morte di Rosetta. Ma forse conviene partire approfondendo ulteriormente le due versioni della morte di Rosetta: quella che circola immediatamente dopo la morte e quella alternativa che l'Avanti! propone ai suoi lettori il giorno successivo, quasi scusandosi di essere stato inizialmente troppo pedissequo rispetto ai rapporti di Questura.

8. Cosa accadde? La prima versione dei fatti nel racconto di Corriere della SeraAvanti! e La Stampa
Corriere del Pomeriggio, mercoledì 27 agosto - pag. 6
RECENTISSIME
Ultime di Cronaca
Grave ribellione alle guardie
Una donna che si uccide
  Questa notte, dopo le 2, al Carrobbio – località dove si dà convegno nelle ore notturne gente della malavita – un gruppo di giovinastri e di donne del marciapiede schiamazzava senza alcun ritegno. Due guardie in divisa si avvicinarono agli schiamazzatori invitandoli ad abbassare il tono dello sgradito concerto. Ma ebbero un'accoglienza ostilissima. I giovanotti, pregiudicati della peggior specie che vivono nell'ozio e dei guadagni che fanno le loro degne amiche, protestarono con vivacità e prepotenza. E ad essi se ne aggiunsero numerosi altri che sbucarono dalle vie vicine come ad un segnale convenuto. In poco tempo le due guardie si trovarono strette da ogni parte e minacciate. Cercarono di aprirsi un varco, ma trovarono una resistenza violenta e dovettero impegnarsi in una fiera colluttazione. La loro situazione era assai brutta perché da soli non potevano sostenere l'urto di una trentina di individui. La guardia Maddaleni, della sezione terza, aveva avuto la giubba strappata ed era stata ripetutamente percossa. Giunsero in quel mentre altre due guardie le quali diedero man forte ai loro compagni. Vennero intimati parecchi arresti. Ma era un problema condur via gli arrestati, perché gli altri si opponevano tentando di liberarli. Fortunatamente sopraggiunsero, richiamate dal chiasso della scenata, alcune guardie della squadra mobile. Allora i rivoltosi si diedero alla fuga.
  Prigionieri delle guardie rimasero sei uomini ed una donna, la quale si era messa a strillare come una indemoniata perché fra gli arrestati si trovava anche suo fratello.
  Quando vide che avrebbero tratto in arresto anche lei, fu presa dalla disperazione: si cacciò una mano in tasca traendone delle pastiglie di sublimato corrosivo che, con una mossa fulminea, mise in bocca. Poscia si gettò a terra e dovette, di peso, essere portata all'Ospedale. E' certa Elvira Andressi, di anni 19, dimorante in via Vetraschi. I suoi amici furono condotti a San Fedele.
  L'Andressi arrestata è assai nota alla malavita milanese: l'autorità aveva, per un momento, sospettato che essa fosse quella donna zoppa vista colla Marzagaglia la sera del delitto in cui questa lasciò la vita.
  Il sospetto risultò poi infondato. L'Andressi era stata arrestata anche in seguito al furto compiuto in danno del gioielliere Archenti. Essa infatti era l'amante di uno degli Orlandi arrestati e si credeva avesse partecipato al furto. Nulla poi risultò a suo carico, sicché dovette essere rimessa in libertà.
  Benchè subito dopo l'avvelenamento, l'Andressi abbia sputato due delle pastiglie, quelle inghiottite furono sufficienti a metterla in gravissime condizioni. La poveretta infatti a mezzogiorno è morta.

Ecco la tesi della Questura: la Rosetta si è avvelenata. Non si sa quante siano state le pastiglie di sublimato corrosive ingerite, si sa però che due sono state sputate.

Qui ancora una volta, nel nostro racconto, ritroviamo Attilio Orlandi, "el Buterin".

Riguardo all'accenno alla "Marzagaglia" il 
Corriere della Sera fa un po' di confusione. Maria Mazzagalia (questo il nome corretto riportato dallo stesso Corriere del 17 agosto) era una prostituta di 36 anni uccisa nella propria abitazione di via Revere 6, esattamente dieci notti prima della morte della Rosetta ed era lei stessa ad essere zoppa, non l'amica con cui era stata vista in un locale poche ore prima del delitto. Strano che il Corriere, il 27 luglio, equivochi su cognome e zoppia visto che sul caso Mazzagalia aveva pubblicato numerosi articoli (come farà anche per la morte della Rosetta) solo pochi giorni prima. Il delitto Mazzagalia si inserisce, tra l'altro, in una catena di omicidi e ad aggressioni ai danni di prostitute avvenuti in quelle settimane ad opera, pare, di singoli individui. E sullo stesso
Corriere della Sera si ipotizza che si potrebbe anche trattare dello stesso individuo (ma a quanto ci risulta, dopo alcuni arresti, i veri colpevoli di questi delitti non verranno mai identificati): il 15 giugno in Corso Buenos Ayres, 28 era stato trovato il cadavere "trafitto di coltellate" della ventiseienne Bruna De Gradi, analoga sorte era toccata alla Mazzagalia il 17 agosto e la sera successiva venne ferita, sempre a coltellate sul dorso, la ventitreenne Rosa Cipolla. Il Corriere del 21 agosto sotto il titolo "Misterioso aggressore di donne - Una donna ferita e derubata nella propria abitazione" attacca così: "Nell'ambiente equivoco delle donne di malavita il delitto di via Revere ha destato una impressione di terrore. Nella spaurita fantasia di queste donne la tragica fine della De Gradi e della Mazzagalia, non sono che gli episodi più gravi di una serie di altri fatti che in questi giorni si sono susseguiti con una frequenza impressionante, e nei quali domina la figura misteriosa di un individuo trentenne, delinquente o maniaco, che sceglierebbe le sue vittime di preferenza fra queste disgraziate".

Non sarebbe il primo caso nella storia dei serial killer, quello di aggredire delle prostitute, peraltro, si vedano i recenti casi di Donato Bilancia e di Gianfranco Stevanin. Nello stesso articolo si dà conto di una quarta simile aggressione: questa volta ai danni della ventitreenne Maria Vergani, detta "la torinese", che se la cava con qualche graffio e il furto di 50 lire. Il caso della Rosetta, di pochi giorni successivo agli ultimi episodi, si distingue però da tutti gli altri perché tutta la vicenda si svolge all'aperto e in pubblico. Non è da escludere che la Rosetta sia stata tra le persone ascoltate dalla polizia dopo l'uccisione della Mazzagalia, ma le due donne avevano storie, età e residenze piuttosto distanti. Non abbiamo alcun elemento che ci faccia pensare che si conoscessero davvero, se non le dichiarazioni della questura riportate dal Corriere della Sera.
Per quanto notevolmente più breve la cronaca de La Stampa non si differenzia molto da quella del Corriere della Sera: anche qui le pastiglie di sublimato

La Stampa, giovedì 28 agosto - pag. 4
Malviventi che si ribellano alle guardie
Una donna arrestata si avvelena
Milano, 27, sera.
  Questa notte, a Corrobbio [sic], alcuni giovanotti della malavita schiamazzavano senza alcun ritegno. Due guardie li invitarono a seguirli, ma i giovinastri protestarono con vivacità e prepotenza. Anzi, se ne aggiunsero degli altri, che sbucarono dalle vie vicine, tanto che le due guardie si trovarono strette da ogni parte. Cercarono di aprirsi un varco, ma trovarono una forte resistenza, e dovettero impegnarsi in una fiera colluttazione. Una guardia aveva la giubba strappata, dopo essere stata ripetutamente percossa. Giunsero finalmente altre guardie, che prestarono man forte ai loro compagni. Vennero fatti varii arresti, fra i quali anche quello di una donna.
  La donna, al momento del suo arresto, cominciò a disperarsi, e si cacciò all'improvviso delle pastiglie di sublimato in bocca. Fu subito trasportata all'ospedale. La donna è certa Evelina Andreotti, d'anni 19. I suoi amici furono condotti in Questura. La Andreotti è assai nota nella malavita milanese. Quantunque abbia sputato due delle pastiglie, quelle inghiottite furono sufficienti per metterla in gravissimo stato. La poveretta infatti a mezzogiorno è morta.

Anche l'
Avanti!, come dicevamo, nella prima cronaca sul delitto si allinea alle tesi della Questura. Il pezzo, tra l'altro, denota una discreta verve ironica. A ben altro tono si atterrà il quotidiano socialista nei successivi articoli. Ma partiamo da questo primo reportage.

Avanti!, mercoledì 27 agosto 1913 - pag. 4
Canti notturni
e donnine più… allegre del solito
Una ribellione in Largo Carrobbio - Il tentato suicidio della “Rosetta” - Otto arresti.
   Questa notte il Largo Carrobbio, in fondo a via Torino, si era tramutato in una specie di caffè-concerto: alcune donnine più allegre del solito, ed alcuni giovinastri, padroni del campo, cantavano a squarciagola, turbando, evidentemente, il sonno dei pacifici cittadini. Dall’inno a Tripoli col gen. Caneva e il bel suol d’amore, si era giunti alle canzoni oscene ed ai richiami di malavita. Quando proprio il baccano divenne infernale, quando proprio quelle roche voci avvinazzate erano giunte ad un diapason inverosimile, una pattuglia di due agenti di pubblica sicurezza intervenne. E fu accolta male, a dir vero, poichè, invece di finire, il coro delle voci aumentò: e più che canti, questa volta, erano ingiurie e motteggi all'indirizzo delle due guardie.
   Fu allora che gli agenti afferrarono per la giacca due dei più rumorosi, intimando loro di seguirli in questura. Macchè! Lo strepito delle donnine più allegre del solito non ebbe freno ed allora, come rispondendo ad un dolce richiamo, sbucarono dalle via adiacenti sinistri figuri. Le due guardie furono non poco malmenate; e l'agente Maddaloni oltre a riportare, nella colluttazione, alcune lievi contusioni, si ebbe la giubba rotta in brandelli.
   Ecco però sopraggiungere, per una notevole combinazione, altre due guardie in divisa ed un pattuglione di agenti della squadra mobile. La lotta si fece accanita: volarono pugni da le due parti con una frequenza vertiginosa!
   Però i malviventi furono scompigliati; i più si diedero alla fuga, restando in ostaggio al nemico ben sette individui già noti agli uffici di questura.
   Mentre il pattuglione della squadra mobile aveva presa la via di San Fedele, per tradurre in guardina gli arrestati, gli agenti in divisa, ai quali era toccato il miglior bottino di guerra, montavano su una vetura [sic] con una delle donnine più allegre del solito, la Rosetta, al secolo Elvira Andretti, di anni 19, abitante in via Vetraschi. La ragazza comprese che, questa volta, arrestata per oltraggio e per ribellione la cosa era appena incominciata… e pensò di farla finita: con mossa fulminea estrasse dalla borsetta un tubetto di pastiglie di sublimato e ne ingoiò alcune. Poi, dopo l’atto violento contro se stessa, la donna fu presa da convulsioni.
   La vettura dovè cambiare itinerario: invece che a San Fedele, dovè dirigersi all’Ospedale Maggiore dove a la Rosetta – che si afferma essere l'amante di uno dei complici del famoso furto Archenti – vennero praticate tutte le cure necessarie.
   La disgraziata venne trattenuta all’Ospedale Maggiore: ma è piantonata poichè trovasi in stato di arresto.

Per questioni di tempi di uscita l'Avanti non riesce a dare notizia della morte della Rosetta.
In queste ricostruzioni l'aspetto più dissonante sembra la sproporzione tra l'eventualità di un arresto e la reazione suicida. Chi si suiciderebbe solo perché in procinto di essere arrestato? E chi avrebbe a disposizione, per questo insano proposito, delle pastiglie velenose?
Ma perché il sublimato corrosivo era così diffuso e largamente reperibile? Per rispondere a questa domanda ho esteso la ricerca nell'archivio del Corriere della Sera anche agli anni precedenti il 1913. La prima citazione in assoluto di questa sostanza velenosa risale addirittura al 1876, anno di apertura del quotidiano, anche in quel caso si trattava di un suicidio, anzi, del duplice suicidio di una coppia di Ancona. Ma in quegli anni (siamo a decine di anni di distanza dalla morte della Rosetta) il suicidio non rappresentava certamente il motivo più frequente per cui il sublimato corrosivo veniva menzionato sul quotidiani. Si legge invece spesso di utilizzo del sublimato come antisettico, specie nei casi di epidemie di colera o di tifo, o per la conservazione dei cadaveri, come nel caso di Pio IX, morto nel 1878. Ma che gli utilizzi del sublimato corrosivo fossero molteplici, lo testimonia soprattutto La Vita: una rubrica quotidiana di consigli casalinghi tenuta da certi Carlo e Cristina sul Corriere della Sera, tra il 1887 e il 1898. Rubrica che, con impressionante frequenza, si conclude con il suggerimento di utilizzare il sublimato corrosivo in una quantità di diverse applicazioni: come disinfettante, come antimuffa e insetticida da aggiungere alla colla della tappezzeria o a quella per attaccare le etichette alle bottiglie. Un giorno Carlo e Cristina ne propongono l'utilizzo sui mobili in funzione antitarlo, due mesi dopo contro i pidocchi delle galline, il mese successivo per la cura delle sculture antiche, poi per sanare le fessure dei pavimenti oppure contro le cimici. Poi, improvvisamente, il 23 maggio 1890, i due si scandalizzano che il sublimato venga usato anche in alcuni belletti per le signore: non va bene, è veleno! Ma già in agosto tornano a proporlo contro le cimici (repetita iuvant), per la cura dei punti neri, da unire al sangue di bue sempre per i pavimenti, per le lenticchie del viso e così via. Con una campagna di stampa così fitta non c'è proprio da stupirsi che il sublimato corrosivo fosse, almeno da un paio decenni, facilmente reperibile per una pletora di utilizzi rendendo la vita più facile, ci sia perdonata la facile battuta, anche agli aspiranti suicidi.

Ma qualcosa, nel caso della Rosetta, non ci torna. Anche ammesso che il sublimato corrosivo fosse facilmente reperibile e che le fosse persino familiare considerato che, come riportato sull'
Avanti! del 31 agosto, la Rosetta “già da tempo faceva cura mercuriale (iniezioni di sublimato corrosivo e di colomelano) per combattere una inferiore luetica”, non si spiega né la proporzione della reazione, né l'anomalia rispetto a tutti gli altri cinquanta casi già registrati a Milano nel 1913. Infatti in tutte le altre cinquanta occasioni il veleno era stato assunto dall'aspirante suicida in perfetta solitudine, mentre Rosetta avrebbe inghiottito le pastiglie per strada, davanti ad altre persone.

E, ammesso e non concesso che Rosetta abbia davvero estratto delle pastiglie di sublimato, esiste anche la possibilità che l'assunzione sia stata solo ostentatamente simulata allo scopo di dirottare la destinazione della vettura dalla centrale di polizia all'Ospedale.

E se invece queste pastiglie fossero state davvero infilate in bocca, quante pastiglie avrebbe assunto la Rosetta? Per il
Corriere della Sera e per La Stampa sono “alcune”, però due vengono sputate, mentre l'Avanti! non ne specifica il numero.

Insomma: questo tentativo di suicidio, anche a distanza di anni, suscita parecchi perplessità. Ma i dubbi sorsero anche all'epoca dei fatti, perché, d
opo aver dato credito alla prima versione, evidentemente basata sui rapporti della Questura, i quotidiani iniziano ad avanzare qualche dubbio e, come si diceva, è l'Avanti! il primo a farlo, già nell'articolo del giorno successivo che riproduciamo qui, senza commenti intermedi. Se si vuole leggere una sola cosa sulla storia della Rosetta, forse questo articolo è la prima scelta.

9. L'Avanti! indaga

Avanti!, giovedì 28 agosto 1913 – pag. 4
Come e perché è morta una giovane canzonettista
Può una pastiglia di sublimato uccidere una donna in poche ore?
   Narrammo ieri (secondo la versione che all’ultima ora, quando non ci era più possibile di controllare l’autenticità, venne dalla questura comunicata ai giornali) la colluttazione avvenuta al Largo Carrobbio fra un gruppo di giovanotti ed alcuni agenti di pubblica sicurezza. Dicemmo che la ragazza Elvira Andressi di anni 19, tratta in arresto, non appena montata in vettura per essere tradotta a S. Fedele, aveva tentato di suicidarsi, ingoiando tre pastiglie di sublimato, due delle quali però sputò subito.
Un tragico punto interrogativo
  All’Ospedale Maggiore, dove le fu immediatamente praticata la lavatura gastrica, si riscontrò che la Andressi aveva soltanto simulato il suicidio; ma poichè gli agenti Musti e Leoni, che ve l’avevano accompagnata, insistevano nel voler far credere che la disgraziata avesse ingoiate chi sa quante pastiglie di sublimato, sul registro del posto di guardia dell’Ospedale venne scritto:
   «Ore 1,30 [probabile, parzialmente illeggibile, n.d.r.] – Elvira Andressi di anni 19, abitante in via Gaudenzio Ferrari 7, a scopo suicida ingoiava 3 pastiglie di sublimato corrosivo (?). Lei dice perché arrestata. Accompagnata dalle guardie Musti e Leone.»
   Il punto interrogativo che c’era sul registro, stava a significare che delle tre pastiglie di sublimato – due delle quali già dall'Andressi sputate – nessuna traccia era stata rinvenuta in seguito alla lavatura gastrica. Tale interpretazione trova esatto riscontro nelle informazioni fornite ieri mattina dall’Ospedale Maggiore, ai cronisti del Secolo, che riportando i particolari del suicidio scriveva:
   «Come la donna fu in carrozza ingoiò alcune pastiglie di sublimato. Ma come fu arrivata alla casa di salute si poté stabilire che la ragazza aveva simulato il suicidio: infatti, aveva sì cercato di ingoiare alcune pastiglie di sublimato, ma le aveva subito sputate, non appena sentitone il sapore… velenoso.»
   Sullo stesso registro, più tardi, veniva scritto, lateralmente al brano riportato, questa semplice frase: « Morta alle ore 11.30. »
   Ecco che il punto interrogativo acquista un significato tragico: rimane lì non più a testimoniare soltanto che la disgraziata Andressi, aveva simulato il suicidio: ma, segnato lì per caso, esso sembra ingigantire e chiedere la chiave del mistero della morte – dopo dieci ore di sofferenze, dopo una agonia atrocissima – di una giovane donna.
   La morte impreveduta di Elvira Andressi ha mutato il tono delle informazioni che si danno in questura, ed il posto di guardia dell’Ospedale. Ora si dice che le pastiglie di sublimato sono state parecchie e si dipinge con i colori più foschi la vittima. E si crede di gettare chi sa quale luce infamante sulla sciagurata, dichiarando che ella era amica della Mazzagalia, di colei che fu assassinata in via Revere senza che la polizia potesse riuscire a scoprirne l’assassino. La Andressi era amica della Mazzagalia? Ebbene noi non potremmo trarre da tale indicazione che una amara considerazione: ella è caduta vittima di uno stesso tragico destino.
La vittima
   Elvira Andressi era una povera ragazza del popolo, troppo presto vinta dalle tentazioni del lusso e, forse, del vizio. Ma, tuttavia, giovanissima e molto bella, ella volle tentare di sottrarsi al mondo equivoco nel quale era caduta: non forse, per redimersi, ma certo per non precipitare, ogni giorno di più, nella voragine dei bassifondi.
   Molta grazia, molta verve, una graziosa voce: le parvero le qualità necessarie per migliorare la sua sorte e studiò per debuttare come canzonettista. Col nome di Rosetta ella era conosciutissima: aveva cantato al San Martino, raccogliendo molti ammiratori se non un grande successo. Poi aveva ottenuto delle scritture per i teatri di varietà di altre città d’Italia.
   Così le era stato possibile di prendere in fitto un quartierino di quattro stanze in via Gaudenzio Ferrari sette (e non sei, come si era detto) dove riceveva i suoi ammiratori.
   La sua carriera di canzonettista era a questo punto: lunedì scorso aveva terminato una breve scrittura al San Martino, ma avrebbe dovuto far parte dello spettacolo di tale ritrovo anche questa sera giovedì, e domani sera. Per il primo settembre era scritturata in un caffè-concerto di Genova.
   Tutto questo la questura lo sapeva: ella – a quanto ci è stato riferito – si era provvista di una tessera per gli artisti che la questura rilascia per le riduzioni ferroviarie. Poche sere or sono, mentre la Andressi si recava in via S. Giovanni in Conca 2 – dove abita un suo fratello per nome Luigi – la squadra del buon costume la fermò per trascinarla in guardina: ma la Rosetta mostrò la tessera di riconoscimento e potè così dimostrare che, ormai, la sua condizione era, in certo modo, mutata. Fu lasciata libera di proseguire, poiché ne aveva il diritto: ella tornava dal San Martino e si recava a casa senza compiere alcuna opera di adescamento. Tuttavia gli agenti si mostrarono delusi: la graziosa preda sfuggiva ora, come era sfuggita quando avendola accusata di complicità con uno dei responsabili del famoso furto in danno dal gioielliere Archenti, dovettero rilasciarla, nulla essendo risultato a suo carico.
Il prologo
   Narriamolo. Al largo Carrobbio, martedì notte, verso il tocco, [la una di notte n.d.r.] la Andressi era ferma con altre due donne e con quattro giovanotti. Forse cantavano – questa affermazione della questura è smentita da parecchi abitanti di piazza Carrobbio che, dalle finestre assistettero al fatto – certo che la Andressi era diretta a casa di sua sorella maritata che abita in via Vetraschi 22.

Il sospetto è che qui, come in altri casi analoghi, lo schiamazzo possa costituire da pretesto per i fermi di polizia, essendo l'adescamento per strada molto più difficile da dimostrare.

Due agenti in divisa della III sezione di P.S. si avvicinarono alle donne ed ai quattro uomini, intimando loro di circolare. Ma il gruppo non si arrese all'invito. I due agenti, dopo aver parlamentato vivacemente, con gli uomini, si allontanarono. Poco dopo, da via Torino, sopraggiunse un pattuglione della squadra mobile composto di oltre venti agenti parte in divisa e parte in borghese: gli agenti della III Sezione si unirono al pattuglione, muovendo così all’assalto dei giovanotti, e delle donne. Essi furono invitati nuovamente ad allontanarsi: ma ancora si rifiutarono affermando che di nulla si erano resi responsabili.
   Il rifiuto inasprì gli agenti che, forti anche del numero si scagliarono velocemente sui malcapitati: le guardie in divisa estrassero le daghe e distribuirono piattonate all’impazzata. Le grida avevano richiamato delle persone dalle varie strade adiacenti persone che restarono in distanza, come semplici testimoni: e molta gente era, svegliatasi, accorsa alle finestre.
   E' così che ci risulta, che quando le guardie in divisa estrassero le daghe, la prima piattonata colpì al petto la Andressi con tanta violenza che la disgraziata ebbe un grido di spasimo e cadde al suolo svenuta.
   Ben presto, però, i numerosissimi agenti tratti in arresto i quattro uomini si disposero per accompagnarli a San Fedele.
   Intanto, fra la gente che era accorsa, vi era anche un fratello della Rosetta. Arturo Andressi, facchino del Verziere il quale – a quanto ci è stato da tutti i suoi conoscenti assicurato – è incensurato. Egli attendeva – era già il tocco – l’ora di recarsi al mercato.
   L’Arturo è un povero zoppo, debole e deforme. Quando si accorse che la sorella era caduta semi svenuta, si rivolse a due altri giovanotti del quartiere, anch’essi spettatori, pregandoli di aiutarlo a soccorrere la Rosetta.
   Infatti i due giovanotti e l’Arturo si affrettarono a rialzare la disgraziata: e quando si fu riavuta si incamminarono con lei verso piazza Vetra. Gli agenti, con i quattro arrestati si erano già allontanati.
La vigliacca aggressione
   Giunti che furono in piazza Vetra i tre uomini e la Rosetta si fermarono: la donna era ancora sotto l’impressione della scenata svoltasi poco prima e tremante e dolorante per la piattonata ricevuta.
   Prima di procedere per via Vetraschi e recarsi in casa della sorella, ella si era soffermata a parlare ancora con i due giovani e col fratello, appoggiandosi alla ringhiera di ferro che divide l’antica piazzetta del mercato della via Vetraschi, sottostante di circa due metri. Lo zoppo, rimproverava alla sorella di non essersi subito allontanata alle intimidazioni dei poliziotti.
   Improvvisamente irruppero otto o dieci agenti del pattuglione di poco prima, i quali separatasi dagli altri agenti che accompagnavano gli arrestati, avevano seguita la Rosetta e il fratello. E fu contro l’Arturo, questo sciagurato zoppo, debole e deforme, che gli agenti si scagliarono, afferrandolo brutalmente e percuotendolo. Così malmenato lo zoppo, che invano gridava di non essersi trovato al Largo Carrobbio che per soccorrere la sorella, cadde al suolo e fu tempestato di calci, mentre gli altri due, che avevano tentato di intervenire in difesa del disgraziato, erano già stati dichiarati in arresto e ammanettati.
Ammazzatela, è una prostituta,,
  Quando la Andressi vide l’innocente innocuo e malaticcio fratello così brutalmente aggredito non potè fare a meno di gridare:
  – Lasciatelo! Vigliacchi! E' un povero zoppo! Non vedete che è uno zoppo!
  Le grida della donna non fecero che inasprire maggiormente gli eroici poliziotti, i quali abbandonata per un momento la preda, si scagliarono ormai accecati da una brutalità cieca e bestiale, sulla Rosetta.
   Uno degli agenti aveva estratta la rivoltella e col calcio di essa colpì al petto la povera donna che barcollò, tramortita e cadde riversa con la testa sul selciato: un colpo sordo, che sembra le abbia prodotto una ferita alla nuca.
   A questo punto, mentre i tre arrestati fremevano di sdegno sopraggiunsero altri agenti, uno dei quali gridò: 
   – Ammazzatela: è una prostituta!
  Gli aggressori ascoltarono il bieco incitamento: la donna fu colpita da violentissimi calci, uno dei quali alle parti genitali, che le fece emettere un acuto grido di spasimo: poi, la povera vittima, pianse, scongiurò di risparmiarla. Ma invano: la poliziottaglia ormai non aveva più alcun ritegno. Dalle finestre si udirono animati e ostili commenti: gli agenti, con le rivoltelle in pugno, intimarono a tutti di rientrare e chiudere le finestre; non volevano testimoni. E si udì un frastuono di vetrate chiuse in fretta…
Il tentato suicidio?!
   Poi la Rosetta fu sollevata di peso e trasportata in piazza Carrobbio. L’infelice gemeva, più morta che viva: i segni della violenza erano impressi sul debole corpo.
   Gli agenti dovettero avere un attimo di indecisione e di perplessità: quella disgraziata non poteva essere trasportata a San Fedele.
   Ella era ridotta in uno stato pietoso. Si volle, allora, simulare un tentativo di suicidio? Si pensò di dire che la donna aveva ingoiato delle pastiglie di sublimato? Certo è che, adagiata in una vettura, gli agenti la fecero trasportare in una vettura direttamente all’Ospedale Maggiore – e non alla più vicina guardia medica di via Cappellari: perchè? – dove dichiararono che la Rosetta aveva ingoiato delle pastiglie di sublimato. 
   Quante? Tre: ma due la aveva subito sputate!
   Ci è stato assicurato che la povera Andressi portava, è vero, spesso con sè alcune pastiglie di sublimato: ma teneva il tubetto nascosto sotto la sottoveste; appare dunque molto strano che, presa stretta fra gli agenti, abbia potuto liberamente slacciarsi, per venire in possesso del veleno.
La morte
   Ieri mattina Luigi Andressi si recò invano all’Ospedale Maggiore: non vollero fargli vedere la Rosetta. Solo più tardi permisero ad una sorella della disgraziata di assistere l’infelice, ormai in condizioni gravissime.
   Abbiamo parlato anche con la sorella, che si chiama Maria, e che l’altra notte dalla finestra aveva assistito alla selvaggia scena. Ella ci ha dichiarato che la Elvira, ormai sfinita, altro non diceva che:
   – Mi hanno ammazzata! Mi hanno ammazzata!
  Senza far parola del tentativo di suicidio ed accusando atroci dolori alle parti genitali, al basso ventre e alla nuca. La Maria vide su un braccio della infelice una larga echimosi.
   Alle ore 11.30 Elvira Andressi spirò. La sorella chiese invano il permesso di visitare il corpo della disgraziata.
Per una perizia necrologica
   La morte di questa giovane donna non può giustificarsi col tentativo di avvelenamento: di tre pastiglie di sublimato ella – pure accogliendo l’ipotesi del suicidio – non ne avrebbe ritenuta che una. E non si è mai dato il caso di una morte così rapida, per una tanto esigua quantità di veleno. Noi chiediamo, che sia ordinata dall'autorità giudiziaria, una perizia necroscopica, per accertare le cause di questa repentina morte, che non si può con tanta leggerezza, attribuire all'azione venefica di una o due pastiglie di sublimato. Che la Rosetta sia stata una povera creatura del vizio, non conta.

Questo dell'Avanti! è certamente l'articolo-chiave, quello a cui si è portati a dare più credito soprattutto per la profondità dell'indagine condotta che sconvolge le ricostruzioni sommarie del giorno precedente: assolutamente rimarchevole, tra l'altro, l'utilizzo del sostantivo "poliziottaglia", che - a dispetto della bizzarria - non era infrequente all'epoca.

Sono innumerevoli gli elementi di novità, facilmente rintracciabili nel testo, specie se confrontato con le prime versioni fornite prima dalla Questura e poi dai quotidiani. La principale novità consiste nella suddivisione dell'episodio di violenza in due fasi: e se la prima, al Carrobbio, si conclude con un assalto condotto congiuntamente dalla III Sezione e dal “pattuglione”, la seconda fase, che si svolge poco lontano, in piazza Vetra, è definita esattamente “una vigliacca aggressione”. Insomma, la Rosetta sarebbe vittima di un doppio pestaggio, avvenuto prima al Carrobbio e poi, con ancora maggiore violenza, in piazza Vetra e non di un suicidio commesso nel corso di un arresto al Carrobbio.
Compaiono poi due personaggi importanti: il fratello Luigi intervenuto dapprima, al Carrobbio, per difendere la sorella e in seguito, in piazza Vetra, come primo obiettivo della violenza degli agenti e di nuovo Mario Musti, el milanes, la “guardia calabrese” come uno dei numerosi agenti che partecipa all'aggressione ed uno dei due che accompagna Rosetta all'Ospedale Maggiore.
Resta poi abbastanza dubbia l'effettiva assunzione delle pastiglie di sublimato. Il cronista dell'Avanti se lo chiede esplicitamente nel titolo: “Può una pastiglia di sublimato uccidere una donna in poche ore?”. E inoltre questo passaggio dell'avvelenamento è difficilmente inquadrabile nella sequenza degli eventi: quando Rosetta avrebbe ingerito le pastiglie? Ancora al Carrobbio dopo aver subito i primi colpi della polizia? Oppure dopo il pestaggio in piazza Vetra? O più tardi ancora, una volta riportata nuovamente al Carrobbio (potremmo quasi chiamarla “terza fase” o considerarla semplicemente l'epilogo della seconda) per essere trasportata all'Ospedale? Non è chiaro. Forse non è volutamente chiaro.
L'ultimo aspetto di novità che emerge invece chiaramente da questo articolo è la recente crescita dello status sociale della Rosetta: da qualche mese Elvira Andrezzi non era più soltanto la giovane dedita al vizio, ma era anche la canzonettista emergente, una figura popolare che può permettersi di girare la città a testa alta, senza sospetti di adescamento e con una tessera rilasciata per gli artisti.

A ruota dell'Avanti! si muovono il Corriere della Sera e La Stampa, forse confortati dal fatto che persino le autorità sembrano aver preso sul serio le accuse del quotidiano socialista (per il Corriere della Sera qui riproduco l'estratto dalla prima edizione del 29 agosto perché più completa, ma già si trova traccia dell'inchiesta giudiziaria nell'edizione pomeridiana del 28).

Corriere della Sera, venerdì 29 agosto 1913 - pag. 5
CORRIERE MILANESE
Per un'inchiesta
sulla morte d'una presunta suicida
I funerali mancati
  Narrando la ribellione alle guardie di P.S. avvenuta l'altra notte al Carrobbio, riferimmo che una giovane donna, arrestata fra vari altri individui, si avvelenò con alcune pastiglie di sublimato corrosivo. L'infelice – Elvira Andressi – canzonettista, diciannovenne, abitante in via Gaudenzio Ferrari - è morta all'Ospedale.
  L'Avanti! pubblicò ieri sull'episodio di violenza al Carrobbio particolari secondo i quali la giovane non sarebbe morta per le pastiglie velenose, che anzi, giusta le istesse asserzioni della Pubblica Sicurezza, non avrebbe ingoiate, ma in conseguenza delle brutalità subite dagli agenti della squadra mobile. Si tratta di accuse precise e circostanziate.
  E' evidente che intorno a un fatto che si presenta così grave una severa inchiesta si impone per stabilire nette responsabilità, se ci sono.
  Sappiamo che il questore, comm. Cosentino, giustamente impressionato dalle gravi affermazioni dell'Avanti!, ha ordinato una inchiesta facendo immediatamente interrogare le guardie che avevano partecipato al fatto. Costoro hanno concordemente escluso di aver commesso violenze sulla povera giovane. L'inchiesta tuttavia continuerà severa e in modo esauriente. E' stato pure richiesto dalla Questura il certificato rilasciato dal dott. Medaglia dirigente la sezione dei tentati suicidi all'Ospedale. Il certificato afferma che la Andressi « è morta in seguito ad avvelenamento per sublimato corrosivo ingoiato a scopo suicida ». Non è stato però possibile al medico stabilire quante pastiglie la poveretta avrebbe ingoiato.
  Sul cadavere però sono state rinvenute ecchimosi al petto, alle braccia e alle spalle, le quali furono oggetto di attento esame durante la necroscopia.
  Questa venne eseguita ieri dal dott. De Dominicis, nella camera mortuaria del Cimitero Monumentale. Solo dai risultati si potranno fare deduzioni meno vaghe di quante furono fatte finora: ma le conclusioni del sanitario sono tuttora riservate.
  Ieri nel pomeriggio dovevano aver luogo i funerali della Rosetta, e all'Ospedale Maggiore era convenuta, per le 16, una folla di donne, compagne alla povera morta nella sua miserabile vita.
  Ma il corpo della disgraziata era già stato trasportato al Monumentale, e quindi i funerali non potevano più aver luogo.
  Le donne, però, non si lasciarono convincere tanto presto, alcune gridarono che si voleva ingannarle per impedir loro di accompagnare all'ultima dimora la loro compagna: e solo al sopraggiungere da S. Fedele di alcuni agenti della squadra mobile, quella singolare folla femminile si disperse senza ulteriori schiamazzi.
  L'inchiesta, iniziata dall'autorità di P.S., continua: sono stati interrogati gli agenti che operarono l'altra notte al Carrobbio, ma tutti negarono recisamente di avere usato modi brutali contro la Rosetta: anzi taluni affermarono di averla trattata come una sorella.
  Al contrario, però, esisterebbero dei testimoni che avrebbero dichiarato essere stato il contegno di qualche agente assai diverso.

Il Corriere della Sera rende conto sia dell'indagine dell'Avanti! sia dell'inchiesta giudiziaria susseguente, ma non offre una propria ricostruzione dei fatti. La Stampa, invece fa un lavoro un po' più approfondito, conferma con altri testimoni le percosse alla Rosetta, ma sposta un po' la sequenza degli eventi. Leggiamo:

La Stampa, 29 agosto 1913 – pag. 4
Una denuncia
che provoca un'inchiesta
per un suicidio a Milano
Milano, 28, sera. 
   Narrandovi la ribellione alle guardie avvenuta l'altra notte al Carrobbio, vi riferii che una giovane donna, arrestata fra vari altri individui, si avvelenò con alcune pastiglie di sublimato corrosivo. L'infelice — Elvira Andressi, canzonettista, diciannovenne, abitante in via Gaudenzio Ferrari — è morta all'Ospedale. 
  In proposito, l'Avanti! pubblica stamane sull'episodio di violenza al Carrobbio, particolari secondo i quali la giovane non sarebbe morta per le pastiglie velenose, che anzi, giusta le istesse asserzioni della Pubblica Sicurezza, non avrebbe ingoiate, ma in conseguenza delle brutalità subite dagli agenti della squadra mobile. Si tratta di accuse precise e circostanziate. 
   Il questore comm. Cosentino, giustamente impressionato dalle gravi affermazioni dell'Avanti!, ha ordinato una inchiesta facendo immediatamente interrogare le guardie che avevano partecipato al fatto. Costoro hanno concordemente escluso di aver commesso violenze sulla povera giovane. L'inchiesta tuttavia continua severa e in modo esauriente. E' stato pure richiesto dalla Questura il certificato rilasciato dal dott. Medaglia dirigente la sezione dei tentati suicidi all'Ospedale. Il certificato afferma che l'Andressi « è morta in seguito ad avvelenamento per sublimato corrosivo ingoiato a scopo suicida». Non è stato però possibile al medico stabilire quante pastiglie la poveretta avrebbe ingoiato. 
   Per conto mio ho parlato con un testimone, non sospetto per tenerezza verso la mala vita, che giunse in Carrobbio quando due guardie erano alle prese con la squadra di donne della malavita, fra le quali vi era l'Andressi, la quale diceva che si era trovata in quel luogo per una pura combinazione ed era uscita di casa per andare dalla sorella che sta in piazza Vetra a portarle un « fernet » perchè si sentiva male. Si trovò a passare per il Carrobbio al momento in cui le due guardie intervennero per imporre la fine degli schiamazzi che faceva un gruppo di giovanotti. L'Andressi, che è molto nota in quei paraggi, particolarmente a tutti gli abitanti perchè fino a qualche anno fa vi aveva abitato, si fermò e pare parteggiasse per le sue antiche conoscenze. 
   Il fatto è che, mentre gli uomini riuscivano a svignarsela, il gruppo delle donne tenne testa alle due guardie. Avvenne infatti una violenta colluttazione, durante la quale le guardie estrassero le daghe e cominciarono a dispensare piattonate a destra ed a sinistra. Pare che l'Andressi in questo momento sia rimasta colpita da una piattonata al petto. Due donne venivano arrestate da una delle guardie e caricate sopra una vettura, mentre l'altra guardia tentava far salire in carrozza l'Andressi. Questa si oppose e, urlando, si gettò a terra, quasi sotto le zampe del cavallo, nè vi fu modo di farla salire. Fu abbandonata a se stessa, e le guardie si avvicinarono alle altre arrestate, gridando alla Andressi: « Non dubitare, che non ci scappi! ». 
   Il testimonio oculare giunse sul luogo durante questo ultimo episodio, e vide l'Andressi che era in uno stato compassionevole. Si alzò, ma camminava a stento, e proseguì la sua strada barcollando e appoggiandosi al muro. Del fatto veniva avvisata una pattuglia di agenti della squadra mobile, che giunse a Carrobio quando non c'era più nessuno. La pattuglia si divise in due parti: una andò giù per il corso Ticinese, l'altra per via San Vito, con lo scopo di sbucare contemporaneamente dai due lati della via Vetraschi. Giunse, prima la squadra che percorse il corso Ticinese, e sorprese un gruppo di uomini e di donne in piazza Vetra, che discutevano animatamente. Nel mezzo vi era la Andressi, che raccontava l'episodio di Carrobio. 
   Il gruppo era a pochi passi di distanza dalla casa della sorella dell'Andressi. Le guardie riconobbero subito che razza di gente era quella colà radunata. Nacque un'altra violenta colluttazione, durante la quale le guardie estrassero le rivoltelle. La colluttazione fu senza cerimonie da ambo le parti: vi furono pugni e calci e percosse di ogni genere, e l'Andressi rimase di nuovo investita. Furono fatti parecchi arresti, e l'Andressi questa volta fu arrestata e condotta verso Carrobbio per farla salire in vettura. 
   Al momento in cui fu afferrata, fu vista alzare il braccio e ingoiare qualche cosa. 
   Dal gruppo dei suoi amici partirono subito grida: « Si è avvelenata! Si è avvelenata! ». Alle quali la donna rispose, gridando: « Dio mio, ho preso il veleno ! ».
   Giunta a Carrobbio, la donna fu fatta salire sopra una carrozza e accompagnata alla Guardia Medica di via Cappellari.
   Oggi, nel pomeriggio, alle 16,30, erano annunziati i funerali. Davanti all'Ospedale Maggiore fin dalle 16 tutta una folla curiosa, formata dei peggiori elementi dei bassifondi, sostava. Le donne erano in maggior numero, quasi tutte della più bassa sfera, venute per aiutare la loro antica conoscenza, ma i funerali non hanno avuto luogo. L'Autorità giudiziaria ha ordinato subito stamane di tener a sua disposizione il cadavere per l'autopsia. A mezzogiorno esso veniva portato al Cimitero Monumentale.

Questa ricostruzione, sempre articolata su due fasi, conferma in linea di massima quella dell'Avanti! con alcune piccole novità (quella che la Rosetta stesse portando un fernet alla sorella, ad esempio) e con alcune differenze: secondo il quotidiano socialista i maltrattamenti più gravi alla Rosetta sarebbero stati inferti nella della seconda fase, in piazza Vetra, mentre per il testimone de La Stampa la giovane sarebbe stata in uno “stato compassionevole” già dopo la prima colluttazione al Carrobbio, al termine della quale avrebbe resistito all'arresto: urlando, si gettò a terra, quasi sotto le zampe del cavallo, nè vi fu modo di farla salire. Fu abbandonata a se stessa, e le guardie si avvicinarono alle altre arrestate, gridando alla Andressi: « Non dubitare, che non ci scappi! »”. In ogni caso anche La Stampa riporta come la giovane fosse poi stata “di nuovo investita” in piazza Vetra.
Infine nell'articolo del quotidiano torinese troviamo una risposta alla domanda che ci ponevamo al termine della lettura dell'articolo dell'Avanti!: il veleno sarebbe stato ingerito al termine della seconda fase, ovvero quando Rosetta viene riportata al Carrobbio per farla salire in vettura. Insomma secondo questa ricostruzione dopo la prima colluttazione, la Rosetta, già colpita, resiste all'arresto buttandosi sotto il cavallo, dopo il secondo pestaggio, compie un nuovo estremo tentativo di resistenza, ingerendo le pastiglie. Rileggiamo:

Furono fatti parecchi arresti, e l'Andressi questa volta fu arrestata e condotta verso Carrobbio per farla salire in vettura. 
   Al momento in cui fu afferrata, fu vista alzare il braccio e ingoiare qualche cosa. 
   Dal gruppo dei suoi amici partirono subito grida: « Si è avvelenata! Si è avvelenata! ». Alle quali la donna rispose, gridando: « Dio mio, ho preso il veleno ! ».

Immaginiamo che “il gruppo dei suo amici” che gridano « Si è avvelenata! » non possa che essere costituito dai tre (due amici e il fratello Arturo) picchiati e arrestati poco prima in piazza Vetra e poi portati di nuovo al Carrobbio. Difficile ipotizzare la presenza di un altro capannello di amici che segue la scena dell'arresto e del trasporto. E se le cose stanno così chi può mai aver riportato al cronista de
La Stampa il tenore delle grida di questi amici?

Si potrebbe poi fare qualche stima sul numero totale di arrestati: gli articoli del primo giorno, che ambientano tutta la scena al Carrobbio, riportano un numero di arrestati variabile tra i sette e gli otto: sei uomini e una donna (
Corriere della Sera); vari arresti tra cui una donna (La Stampa), sette tra cui una donna (Avanti!),

Gli articoli del secondo giorno, pur molto meno omogenei (anche perché viene a cadere la fonte unica, ovvero la velina della Questura), spostano la scena attraverso due/tre luoghi (Carrobbio-Vetra-Carrobbio) e dividono gli arresti in due fasi: per l'Avanti! nella prima fase, al Carrobbio vengono arrestati quattro uomini e nella seconda fase, in piazza Vetra altre quattro persone (la Rosetta, suo fratello Arturo e altri due amici) mentre per La Stampa i primi arresti sono quelli di due donne (al Carrobbio), mentre sono “parecchi” tra cui la Rosetta, al termine della seconda fase, in piazza Vetra. Insomma, c'è un po' di confusione tra le versioni.
10. Un passo indietro: il padre di Rosetta
A questo punto ogni lettore si sarà fatto una propria opinione. Io direi che pare più che probabile che si sia trattato di una vera e propria aggressione degli agenti di Pubblica Sicurezza.

Ma fermiamo la narrazione alla mattina del 29 agosto con le indagini in corso e facciamo un salto indietro nel tempo per capire ancora meglio chi era Elvira Andressi.

Come dicevamo, la prima comparsa di un membro della famiglia Andressi sulle colonne del Corriere della Sera risale al 31 gennaio 1886: Eugenio, il padre di Rosetta, "facchino di ferrovie [...] dal fare sornione", allora ventisettenne e già padre di due figli (in meno di dieci anni ne avrà altri sette) viene descritto in modo molto colorito. Segnalo che le traduzioni dal milanese sono mie, evidentemente non erano necessarie per i lettori del Corriere della Sera che nel 1886 avevano tutti una naturale conoscenza del dialetto. Sottolineo ancora una volta che siamo ventisette anni prima della morte di Rosetta e, sia pure in un quadro molto meno drammatico, troviamo già alcuni degli elementi che segneranno la terribile notte del 27 agosto 1913.

Corriere della Sera, domenica 31 gennaio 1886 - pag. 3
CORRIERE GIUDIZIARIO
Gli arrestati dell'altra notte 
  Come abbiamo annunziato, i quattro arrestati della notte precedente furono tradotti davanti al Tibunale [sic] Civile e Correzionale, Sez. IIIa, per citazione direttissima, ieri stesso — imputati di reato di ribellione e di resistenza opposta alle guardie di P. S. nell'atto che si procedeva al loro arresto.
  All'una pom. la piccola sala al 1° piano era riboccante di habitués, in giacchetta, ansiosi di vedere come sarebbe andata a finire la faccenda. 
  Entrata la Corte, il presidente fa immediatamente l'interrogatorio degli imputati, quattro pezzi di giovanotti sovabbondanti [sic] di vita e di vigoria, meno uno che, giovane d'età, ha un aspetto piuttosto maturo.
  Gl'imputati sono i seguenti :
   Macchi Bernardo, di 27 anni, verniciatore, ammogliato, padre di un fanciulletto; grassoccio, rubicondo, robustissimo, ha fattezze d'Ercole ;
  Andressi Eugenio, pure di 27 anni, ammogliato. padre di 2 figli, facchino di ferrovie; è quel tale dal fare sornione ;
  Missaglia Giovanni, di 22 anni, ombrellaio, capelluto, sbarbato.
  Fogazza Battista di 24 anni, calzolaio, bel giovane, volto colorito, figura pienotta, vigoroso, voce da basso profondo.
  Dopo l'interrogatorio, il presidente passò alla lettura dell'atto d'accusa come fu redatto dall'Autorità di P. S., nel quale si dimostrava che all'una e mezzo di notte, sorpresi i quattro nominati a cantare ed invitati a smettere, essi annuirono. ma, fatti pochi passi, avevano ripreso a cantare; e che, intimato loro l'arresto dagli agenti delle [sic] pubblica forza, questi ebbero ad incontrare accanita resistenza, non solo, ma il nominato Macchi, con un violento colpo di pugno e vigorose spinte ebbe a far stramazzare al suolo il maresciallo Costa del corpo delle guardie stesse.
  Invitati gl'imputati a rispondere, uno per uno, depongono su per giù tutti ad un modo, negando il reato di ribellione e di resistenza ed il Macchi personalmente insistendo di non aver dato neppure un pugno, bensì d'aver cercato liberarsi dalle strette delle guardie che lo volevano ammanettare.
  — Capirà, signor presidente, soggiunse il Macchi, ghe n'aveva assee adoss a mi! [ne avevo abbastanza addosso n.d.r.]
Ammise spontaneamente d'aver bevuto oltre misura.
— Serom ciócch, el disi bell e mi. [Eravamo ubriachi, lo dico anche io]
  L'Andressi, lungo, magro, baffuto, parla sollevando le grasse risate da parte del pubblico.
  Missaglia e Fogazza, asseriscono di non aver fatto resistenza, d'essersi lasciati menar via, [portar via n.d.r,], e l'aver preso quattro o cinque sgiaffón [schiaffoni n.d.r.]
  Si chiamano i testi a deporre, ed entrano il maresciallo Costa, gli appuntati Giglioli, Dal Bono, Melangana. 
  Essi riconfermano i particolari dell'atto d'accusa, ripetono che la scena accadde in via Gaudenzio Ferrari; il Costa insiste sul pugno buscatosi in pieno petto e sugli spintoni che l'hanno mandato a gambe all'aria.
  Curiosa la deposizione del teste Del Bene, napoletano, che dice di avere incontrato negli imputati una resistenza positiva.
  Presa la parola il Pubblico Ministero, dott. Ambrosoli, e riassunti i fatti, trova non farsi luogo a procedere pel reato di ribellione a carico dell'Andressi, del Missaglia e del Fogazza. Chiede pel Macchi, recidivo, la pena di 15 giorni di carcere, e per gli altri, come pel Macchi stesso, 5 giorni di arresto per ischiamazzi notturni, riitenendo [sic] per tutti computato il sofferto.
  L'avvocato difensore Contini, dimanda si limiti la pena a soli 5 giorni di arresto, computato il sofferto.
  Il Presidente chiede agli imputati cos'hanno a soggiungere, e l'Andressi risponde che gli venga restituito il cappello e il mantello che gli hanno confiscato.
  Ilarità nel pubblico.
  Il Tribunale si ritira per deliberare. Dopo dieci minuti o poco più, rientra, ed il presidente, ritenute le conclusioni del Pubblico Ministero così pel Macchi come per gli altri che sono incensurati, condanna il primo a dieci giorni di carcere pel reato di ribellione, e gli altri, nonchè il Macchi stesso, a cinque giorni d'arresto per lo schiamazzo notturno — gli imputati poi, solidali nelle spese del processo.
  Al Macchi è data facoltà di ricorrere in Appello.
  Ma, l'Ercole biondo vi rinunzia.    gam.

11. Quei satanassi dei fratelli di Rosetta
Del padre non sapremo più nulla, fino al giorno della morte (avvenuta molto probabilmente, come dicevamo, il 16 gennaio 1913 a cinquantacinque anni). Seguono vent'anni di silenzio-stampa per quanto riguarda gli Andrezzi (conosciuti sui giornali quasi sempre come Andressi), poi sono soprattutto le imprese dei fratelli a popolare la cronaca nera del Corriere della Sera, in particolare quelle di Alessandro ed Edmondo Andressi. Ma c'è anche un episodio che tocca Arturo Andressi, quello che abbiamo visto nella tragica notte come "il fratello buono" e che l'articolo dell'Avanti! ci dava come incensurato. Ed in effetti incensurato era davvero perché, come vedremo qui sotto, nel 1907, processato (si intuisce per furto) era stato "dichiarato esente da pena per mancanza di discernimento"

Riccardo: Il primo a comparire in cronaca è però Riccardo Andressi (del quale - a differenza degli altri - non siamo sicuri al 100% che sia uno dei fratelli di Rosetta).

Corriere della Sera, domenica 25 marzo 1906 - pag. 5
Una rissa in via Pisacane. 
— Ieri sera, verso le 21, in via Pisacane, venivano a rissa due comitive, le quali, già poco prima, in un'osteria, erano venute a parole.
  Nella rissa che si impegnò sotto la pioggia dirotta, vi furono due feriti, per quanto lievemente, i quali dovettero ricorrere alla Guardia medica di porta Venezia. Essi sono il cuoco Riccardo Andressi, d'anni 31, abitante in via Ciovasso, 7, ed il pulitore di metalli Alfredo Cincirelli, d'anni 18, abitante in via Pisacane, 38.

Corriere della Sera, venerdì 16 giugno 1911 - pag. 6
Una ragazza borseggiata in Duomo
  Mentre stava uscendo dal Duomo, ieri mattina alle 10.30, la ragazza Elisa Bini, di 25 anni, abitante in piazza Fontana 1, si sentì strappare da un individuo la sua borsetta contenente poche lire.
  Ella chiamò aiuto e le persone che uscivano con lei dal tempio rincorsero il ladro, il quale rapidamente fuggiva verso via Arcivescovado. 
  Ai cittadini si unirono anche due guardie di città, che raggiunsero nella via stessa il fuggiasco, col quale poi impegnarono una violenta colluttazione. Il borsaiuolo potè essere quindi ammanettato e condotto alla Questura centrale, dove fu riconosciuto per il pregiudicato Riccardo Andressi, di 28 anni. abitante in via S. Andrea, 2, cuoco disoccupato.

Corriere della Sera, martedì 20 giugno 1911- pag. 5 
Per un arresto. - Il signor Luigi Andressi ci prega di dichiarare che egli non ha nulla di comune col pregiudicato Riccardo Andressi che all'atto del suo arresto, avvenuto alcuni giorni fa, disse di abitare in via S.Andrea, 2, dove abita l'Andressi Luigi, mentre invece l'arrestato è senza fissa dimora.

Alessandro: Ma eccoci ad Alessandro ed Edmondo (di quest'ultimo ci occuperemo tra poco) che l'11 aprile sono condannati per furto (il primo articolo qui sotto contiene alcune discrepanze con gli articoli successivi: probabilmente le età dei due fratelli sono invertite). Si noti anche la presenza di un dodicenne tra i correi!

Corriere della Sera, giovedì 12 aprile 1906 - pag. 4
TRIBUNALE PENALE DI MILANO
Notiziario
(Udienza dell'11 aprile. — Sez. III: presidente Bonazzi e P. M. Vedovi. (...)
Furto. — (Sezione III): (...) Andressi Alessandro, d'anni 18; Andressi Edmondo, d'anni 16; (…) Caielli Cesare, di anni 12; Villa Enrico, d'anni 19; (…) Rossi, Caielli, Villa Enrico, Andressi Alessandro ed Edmondo, imputati di correità in furto qualificato di stoffa per lire 159.90; il Caielli imputato di furto con destrezza d'un orologio di nickel; il Pelizza imputato di furto con destrezza di somma imprecisata di danaro, condannati (…) l'Andressi Alessandro a mesi 3 di reclusione e L. 60 di multa; Andressi Edmondo a mesi 5 di reclusione e L. 100 di multa; Pelizza a mesi 7 e giorni 15 di reclusione, Caielli a mesi 6 e giorni 7 di reclusione e L. 50 di multa; Villa Enrico a mesi 3 di reclusione e L. 100 di multa.

Lasciamo per un attimo Edmondo e continuiamo a seguire il percorso di Alessandro, condannato l'anno seguente per lesioni, minacce e oltraggio:

Corriere del Pomeriggio, mercoledì 2 ottobre 1907 - pag. 4
Notiziario
(Udienza del 1° ottobre. — (...) Sez. IV : presidente Caraffini e P. M. Guidi). (...)
Lesioni. — (Sez. IV): Andressi Alessandro, d'anni 17, imputato di lesioni, minacce ed oltraggio, condannato a giorni 27 e lire 60 di multa. (...)

L'anno dopo, 1908 Alessandro è coinvolto in un altro episodio che ricorda i fatti di cinque anni dopo che porteranno alla morte di Rosetta:

Corriere della Sera, lunedì 27 luglio 1908 - pag. 5
Ribellione alle guardie di città •
In piazza Vetra e a San Cristoforo
Agente ferito e sette arresti
  Le guardie di città Giovanni Raffaele e Michele Vizini, adibite alla sorveglianza di piazza Vetra, intervennero ieri sera fra due individui che si percuotevano presso l'angolo di piazza Vetra e di via Vetraschi. I due litiganti, allora cessarono di percuotersi e offesero gli agenti. Questi fecero per arrestarli e quelli si ribellarono. Le voci concitate delle due parti, provocarono un agglomeramento di passanti. Dopo pochi minuti i due agenti si videro circondati da circa duecento persone le quali assunsero, in gran parte, le difese degli arrestati, col consueto grido « molla, molla! » Gli agenti estrassero la rivoltella per incutere timore alla folla ma dovettero rinunciare all'arresto dei loro offensori; però si recarono alla Sezione II di questura per denunciare fra i violenti difensori degli arrestati coloro che avevano potuto riconoscere.
  Tosto il commissario Pini della II sezione coadiuvato da una squadra numerosa di agenti si poneva alla ricerca dei colpevoli e cinque ne arrestava in luoghi diversi. Essi sono: Ercole Bonfanti di 22 anni, fabbro ferraio, abitante in via Vetraschi, 3; Guido Padovani, d'anni 20, in via Vetraschi, 28; Alessandro Andressi, d'anni 18, fruttivendolo, in via Vetraschi, 32: Antonio Vaccarini, d'anni, 29, vigilato speciale, nella stessa via al n. 26 e Luigi Podetti, d'anni 24, bottaio, abitante in via Gentilino, 4. Essi vennero tutti condotti al Cellulare.
  — Quasi alla stessa ora in Ripa di porta Ticinese — presso S. Cristoforo — la guardia di città in borghese Carmelo Sangrigoli veniva aggredito — com'egli ha riferito alla sezione X di Questura — dal manovale Carlo Rizzi d'anni 25, abitante in via Cola di Rienzi, [sic] 15, già processato per furti e per oltraggi, e da certo Mario Valenti, d'anni 23, domiciliato a San Cristoforo. L'agente ricevette qualche pugno ma si difese energicamente cercando, anzi, di non lasciarsi sfuggire i suoi aggressori. Poi in suo aiuto accorsero due altre guardie di città e un vigile turbano. Tra i quattro agenti e i due aggressori s'impegnò una più violenta colluttazione la quale finì coll'arresto del Rizzi e del Valenti. Mentre costoro venivano condotti alla Sezione X in via Meda, una delle due guardie giunte seconde, chiamata Confailla, si faceva medicare, in una farmacia, la mano sinistra che durante la colluttazione era rimasta ferita.

Successivamente Alessandro si rende di nuovo protagonista di una serie di rocamboleschi furti:

Corriere della Sera, giovedì 5 novembre 1908 - pag. 4
La brutta sorpresa d'un oste
Fuga di due ladri - Un arresto 
  Un'avventura poco piacevole è toccata a tal Gaetano Allievi, un uomo di circa cinquant'anni, che esercisce osteria al numero 15 della via Campo Lodigiano.
  L'Allievi sere sono si trovava nell'osteria quando avvertì del rumori provenienti dal piano superiore dov'è la sua abitazione. Gli parve che delle persone camminassero e si muovessero con circospezione. L'Allievi, sapendo che nessuno doveva trovarsi in casa sua a quell'ora, rimase impressionato ed ebbe l'improvviso sospetto d'una visita di ladri. Il suo sospetto non era sbagliato: salito all'appartamento, l'oste si trovò di fronte a due sconosciuti. Uno era un giovanotto alto, aitante dalla persona, completamente sbarbato e vestito da operaio; più basso l'altro e anche, all'aspetto, più giovane, con un berretto da ciclista in capo. I due malandrini, alla vista dell'oste, non esitarono un sol momento a darsi alla fuga. L'uno, dato uno spintone all'oste, riuscì a infilare l'uscio della scala; l'altro saltò dalla ringhiera al pianterreno. L'Allievi, riavutosi un poco dalla sorpresa, si diede a gridare. Accorsero parecchi inquilini, ma i ladri non tardarono a guadagnare la strada e a scomparire. 
  L'Allievi fece una rapida verifica nel suo appartamento. Egli aveva subito fortunatamente un lieve danno: alcuni cassetti erano stati aperti, ma i ladri non avevano avuto il tempo che di rubare un orologio di poco valore. 
  Denunciato il furto alla sezione di via Poslaghetto, il commissario cav. Pini fece subito attive e diligenti indagini per iscoprirne gli autori. Uno di questi potè essere identificato e arrestato dalle guardie della seconda sezione. E' un audace e pericoloso pregiudicato, molte volte condannato per furto, certo Alessandro Andressi, d'anni 18 senza fissa dimora e senza occupazione.

Corriere della Sera, sabato 22 maggio 1909 - pag. 5
Imprese ladresche
Un bottino pesante, una bicicletta e un portafogli
(...)
  — Il giornalaio ambulante Paolo Perelli aveva lasciato incustodita per pochi minuti presso l'atrio della casa in via Revere, 14, la propria bicicletta, che un individuo, con la complicità d'un altro, si appropriò.
  Il giornalaio, sorpresi i due mariuoli, che si allontanavano, diede l'allarme. 
  L'autore principale del furto, pedalando velocemente, riuscì a fuggire sulla bicicletta rubata, mentre il complice, il diciannovenne Alessandro Andressi, noto pregiudicato, senza fissa dimora, venne raggiunto da due guardie di città ed arrestato.

Corriere del Pomeriggio, sabato 22 gennaio 1910 - pag. 6
Una banda di ladri e ricettatori
Arresti e sequestri
  Sono stati deferiti all'autorità giudiziaria in istato d'arresto i pregiudicati Villa Ludovico, di anni 20 (viale Genova, 20), Cantoni Luigi (S. Vito, 28) e i latitanti Bosoni Carlo (via Vetraschi, 18, e Andressi Alessandro (Cagnola, 8), i quali devono rispondere di furti di danaro e oggetti d'oro, per rilevante valore, commessi nello scorso dicembre in danno dell'esercente Cossa Emilio (via Ausonio) e del fruttivendolo De Martini Giuseppe.
  Gli stessi sono inoltre ritenuti correi di tentato furto in danno di certo Piacentini Benvenuto, tentativo commesso la sera del 30 scorso in cui fu sorpreso in flagrante e arrestato il pregiudicato Del Mare Antonio.
  Furono inoltre arrestati e deferiti all'autorità giudiziaria i pregiudicati Petri Armando, di anni 19, meccanico, con negozio di biciclette in via Vigevano, 33, e il garzone Polizza Antonio, di 18 (viale Genova, 16), responsabili di ricettazione dolosa di una quantità di tubi di soluzione per copertoni di biciclette, rubati in danno della ditta Venturini e C. in via Solferino, 10. 
  La merce rubata venne sequestrata nell'abitazione del Petri, nella quale pure si rinvenne una quantità di portafogli e di borsette di cuoio di assodata provenienza furtiva ad opera del fratello del Petri, Arnaldo, di anni 18, in danno della ditta Foresti e Lanfranchi, in via S. Croce, ove era addetto quale commesso. Quest'ultimo è però latitante.

Corriere del Pomeriggio, martedì 11 ottobre 1910 - pag. 6
Tre arresti per un recente furto in via Tre Alberghi
  Da alcuni giorni la Sezione seconda di pubblica sicurezza si occupava alacremente di un furto recentemente perpetrato in via Tre Alberghi, 17, a danno del negoziante Antonio Gozzi. Gli agenti incaricati della faccenda riuscirono ad identificare l'autore dell'audace impresa ed i suoi complici, e fecero diversi appostamenti per poterli trarre in arresto. Un appostamento di questa notte diede felice risultato: tre individui furono sorpresi dalle guardie e tratti in arresto. Essi tentarono di darsi alla fuga, ma inutilmente. 
  Gli arrestati si chiamano: Armando Seveso, d'anni 30, abitante in via Vetraschi, 14; Luigi Capitelli, d'anni 24. dimorante in corso Romana, 116, ed Alessandro Andressi d'anni 20, abitante in via Monterosa. 12. Tutti e tre sono disoccupati. Il Capitelli è un ex-ferroviere. L'Andressi è ritenuto l'autore principale del furto: gli altri due devono rispondere di ricettazione dolosa.

Edmondo: Edmondo non è da meno rispetto ad Alessandro, sia nei furti, sia nella resistenza alle forze dell'ordine, ma adotta un modus operandi, se possibile, ancora più violento rispetto ad Alessandro. Edmondo inizia presto a entrare nel giro, anche se inizia con un'assoluzione "per non provata reità" e poi si accompagna con amici equivoci, veri e propri "ragazzacci".

Corriere della Sera, sabato 28 aprile 1906 - pag. 2
TRIBUNALE PENALE DI MILANO
Notiziario

(...) 
Rapina. - (Sez. VII) : Caielli Olimpio, di anni 20, Andrezzi Edmondo, d'anni 16, Marcelli Emilio, d'anni 18, Fraschini Francesco, d'anni 16, Marchini Alfredo, d'anni 20, imputati il Caielli di rapina, gli altri quattro di complicità in detto reato: condannato il Caielli a mesi 45 di reclusione ed 1 anno di vigilanza speciale; asolti [sic] gli altri quattro per non provata reità.

Corriere della Sera, 19 dicembre 1906 - pag. 4
TRIBUNALE PENALE DI MILANO
Il figlio dell'assassinata di Via Ripamonti
  Fra gli imputati comparsi ieri alle settima sezione del Tribunale, vi fu il pregiudicato diciassettenne Luigi Ciceri, figlio della « polentaia » Carolina Riva, uccisa la mattina del 4 dicembre col proprio cugino ed amante Ernesto Farè nella sua bottega in via Ripamonti. E' noto che il Ciceri fu arrestato la mattina stessa del fatto in piazza del Duomo e che tosto si elevò contro di lui l'accusa del duplice omicidio; ma che i sospetti sul suo conto perdettero in seguito consistenza per l'alibi da lui avanzato e che sembra anzi accertato. Il processo svoltosi ieri in Tribunale si riferisce appunto all'arresto del Ciceri, avvenuto per disturbo alla quiete pubblica, poichè il ragazzaccio stava schiamazzando col suo amico diciannovenne Edmondo Andrezzi, e ciò mentre essi erano in compagnia di tre donne di malaffare. Siccome poi opposero resistenza all'arresto, tanto il Ciceri quanto l'Andrezzi dovettero rispondere anche di questo secondo reato; ed il Ciceri era infine imputato, in particolare, di possesso ingiustificato di 120 lire. 
  Il Tribunale condannò i due imputati a due mesi di reclusione ed a 25 lire di ammenda ciascuno, ed assolse il Ciceri dalla terza imputazione, essendo risultato che quella somma non fu rinvenuta indosso a lui, ma in sua casa, sotto il materasso della madre uccisa.
  Presidente (sezione VII): avv. Salvi; P. M.: avv. Minardi; difesa: avv. Venanzi. 

Corriere della Sera, sabato 24 agosto 1907 - pag. 4
Notiziario

Udienza del 23 agosto 1907: (...)
  Truffa. — (Sez. IV): Rimassi Agostino, di anni 20; Manzoni Ettore, di anni 18; Armanini Luigi, di anni 19; Zecca Giuseppe, di anni 21; Andrezzi Edmondo, d'anni 18, imputati il 1. di truffa, il 2. di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e di acquisto d'oggetti provenienti da reato; il 3. e 4. di acquisto pure di oggetti di furtiva provenienza, ed il 5. di lesioni; assolto il Rimassi per inesistenza di reato; condannato il Manzoni a giorni 25 d'arresto per l'acquisto d'oggetti e assolto per l'esercizio arbitrario dello proprie ragioni; l'Armanini e lo Zecca a lire 50 d'ammenda; ed assolto l'Andrezzi per mancanza di querela. 

Corriere del Pomeriggio, lunedì 21 giugno 1909 - pag. 5
Visite di guardie che provoca una ribellione
  La visita venne effettuata, ieri sera alle ore 22.45, dalle guardie di città Licato e Catania nell'osteria di piazza Vetra, 11. Esse chiesero e seppero dall'oste a che ora si chiudeva il suo locale. Uscite che furono si videro circondate da giovinastri che in quell'osteria si trovavano. I giovinastri insolentirono le guardie; queste usarono per un po' prudenza, ma gli altri tentarono di percuoterle. Uno degli agenti sparò, per richiamare l'attenzione di altre guardie, due colpi in aria. 
  Le detonazioni misero in fuga i ribelli e fecero accorrere parecchi agenti. Si determinò così un inseguimento generale per piazza Vetra. Uno solo degl'inseguiti venne raggiunto: egli è il pregiudicato Edmondo Andressi.

Corriere del Pomeriggio, venerdì 28 ottobre 1910 – pag. 5
Di ritorno dalla caccia....
  Di ritorno da una partita di caccia in quel di Pavia, certo Cesare Grossi, d'anni 24 (dimorante in via G. Ferrari. 16), se ne veniva l'altra sera a Milano. Era di buon umore ed aveva a quanto pare gran desiderio di raccontare le sue gesta venatorie a qualcuno, poichè appena gli si offerse l'occasione si accompagnò a tre individui. Si fece presto amicizia, cosicchè giunta in città la comitiva decise di passare qualche ora insieme. Il cacciatore si lasciò condurre dagli improvvisati suoi amici in via Vetraschi, e quindi in un'osteria, dove fu passata allegramente la serata. Ma i tre avevano progettato un brutto tiro all'ingenuo seguace di Nembrotte. Usciti dall'osteria, l'ora si era fatta tarda, i tre si inoltrarono coi Grossi, fiducioso di continuare a divertirsi, per vie buie e deserte. Ad un certo punto gli furono addosso e ridottolo all'impotenza, gli tolsero anzitutto il fucile, quindi il portafogli contenente 55 lire. Appiopparono per giunta al malcapitato alcuni pugni e calci, e fuggirono. Il Grossi denunciò la rapina alla seconda sezione di P. S.
  Nel pomeriggio di ieri il delegato avv. Casiello coadiuvato dalle guardie Petrosillo e Casablanca, si mise alla ricerca dei tre malfattori, che colle indicazioni fornite dal derubato, poterono essere facilmente identificati. 
  Dopo di aver frugato i luoghi solitamente frequentati dai malviventi riusciva a scovarne due in un'osteria e trarli in arresto. Essi sono i noti pregiudicati: Edmondo Andressi, d'anni 21, dimorante in via Vetraschi, 3 e Ferdinando Lanzi, d'anni 20. II Lanzi, che deve fare il servizio militare, era dal giorno 25 in congedo provvisorio, in attesa della destinazione di residenza. Per ora egli è stato destinato al Cellulare.

E poi, a completare provvisoriamente la parabola di un Edmondo violento e con un male inteso senso dell'onore della famiglia, c'era stato l'episodio già citato (si veda il capitolo 4) del suo scontro con Angelo Bocchiola accaduto nell'ottobre del 1912 e andato a processo, con tanto di articolo sul Corriere della Sera, nel maggio del 1913. Si tratta di un episodio che getta ulteriore luce sulla famiglia Andrezzi, considerato il fatto che il Bocchiola si era erto, non sappiamo esattamente con quali finalità, a difensore delle tre sorelle Andrezzi dalla violenza del loro stesso fratello Edmondo. 

Arturo
E, come promesso, ecco infine l'episodio che vede protagonista Arturo Andressi, il “fratello buono”, sei anni prima della maledetta notte di piazza Vetra.


Corriere della Sera, domenica 10 marzo 1907 - pag. 2
In piena via Vetraschi
  Romeo Zucchi, detto Vaiano, cinquantenne, la cui fedina criminale dopo avere riferito quattordici condanne, molto riassuntivamente conclude: « ed altre diverse fino al numero di ventidue », abitualmente acquistava i proventi dei furti che i delinquenti minorenni di via Vetraschi commettevano. L'ultima sua operazione.... commerciale gli fruttava sedici tovaglioli nuovi, che pagò lire 2,60, dodici cucchiaini per 40 centesimi, ed altre posaterie, e saliere e cogome [dial. per bricchi, caffettiere n.d.r.]  rubate ai bazar, che acquistò sempre per vil prezzo. 
  Così il tavolo della presidenza fu ieri convertito in una specie di ripostiglio da Hôtel, con merce tutta nuova. 
  Lo Zucchi, per pagare i suoi piccoli fornitori si sarebbe valso due volte del lattaio di via Vetraschi, Angelo Monti: di qui l'imputazione di ricettazione a suo carico nonché dell'oste Santo Nobili, che fu trovato in possesso di cose che erano di provenienza dei furti consumati dai minori, certi Angelo Scucchi, Osvaldo Umiltà, Arturo Andrezzi e Attilio Beretta, i quali confessarono i loro delitti con un candore che non è la privativa di via Vetraschi. 
  Il processo si svolse alla quarta sezione presieduta dall'avv. Bernardi; P. M. l'avv. Noseda. Lo Scucchi, e l'Umiltà — difesi dall'avv. Borzoni — furono condannati a 3 mesi e mezzo di reclusione, da scontarsi in una casa di correzione; il Beretta — difeso dall'avv. Besta — a giorni 32 di reclusione da scontarsi in una casa di correzione; l'Andrezzi — difeso dall'avv. Perelli — fu dichiarato esente da pena per mancanza di discernimento; il Nobili — difeso dall'avv. Solari — fu condannato a 2 mesi di arresto; il Monti — difeso dall'avv. Tarugi — fu assolto per non provata reità; il principale accusato, Zucchi — difeso dall'avv. Costa — fu condannato a 8 mesi e 15 giorni di reclusione ed a 70 lire di multa. 

12. Autopsia, indagini, funerale
Ma avevamo lasciato le indagini sulla morte di Rosetta ferme ad un bivio: vediamo cosa succede nel racconto dei giornali dell'epoca. Al pezzo di pagina 5, nell'edizione principale del
Corriere della Sera che abbiamo riprodotto più su, si aggiunge un breve aggiornamento nelle RECENTISSIME di pagina 6.

Corriere della Sera, venerdì 29 agosto 1913 - pag. 6
Corriere Milanese
Intorno alla morte della Andressi
Una circostanza significante
  Le indagini intorno alla morte della Elvira Andessi, detta la Rosetta, hanno rivelato una circostanza assai importante e che pare escluda le responsabilità attribuite alle guardie di P.S. le quali, secondo una voce che pure abbiamo raccolta, avrebbero percosso la disgraziata donna così da procurarle la morte.
  E' stato dunque accertato che la Andressi domenica sera entrò in un caffè del centro sollecitando da un direttore di teatri di varietà presente una scrittura per fuori di Milano. Ella dichiarò che voleva abbandonare Milano per sfuggire alle persecuzioni del fratello, il quale — secondo quanto ella disse — la trattava brutalmente.
  Ed a prova delle sue accuse contro il fratello, mostrò delle ecchimosi al petto ed alle braccia.

Questo aggiornamento, poi incluso anche nell'edizione del pomeriggio, rende conto del tentativo di scagionare le responsabilità della polizia compiuto da un imprenditore teatrale, che più avanti verrà identificato dai giornali come Gerolamo Radice. E qui possiamo notare tutta la differenza tra l'Avanti! e il Corriere della Sera.
Mentre il quotidiano socialista, a partire dal secondo giorno, si schiera decisamente per una posizione “colpevolista” nei confronti degli agenti, l'atteggiamento del Corriere della Sera, sarà molto più ondivago, ma con molta maggiore attenzione verso le tesi ufficiali. Il quotidiano milanese parte, come tutti, dall'informativa della polizia del 27 che non si preoccupa di controllare. Poi però, forse confortato dall'apertura dell'indagine ufficiale, dà un certo credito anche alle accuse dell'Avanti! che, nel precedente articolo del Corriere della Sera del 29 agosto, a pagina 5, vengono definite “precise e circostanziate”. Anche qui a pagina 6 il Corriere conferma di avere pure “raccolta” (immaginiamo da altre fonti) la voce delle percosse alla Rosetta. Ma subito dopo riporta, senza verificarla, la “circostanza assai importante”, “che pare escluda le responsabilità attribuite alle guardie di P.S.”. Ben diverso sarà, anche nei confronti di questa testimonianza, l'atteggiamento dell'Avanti! che punterà a smontare questa tesi. Ci torneremo.
Ma intanto segnaliamo che di questa testimonianza del Radice darà conto pure 
la Stampa, un paio di giorni dopo.

La Stampa, domenica 31 agosto - pag.5
La “Rosetta,, è morta avvelenata
Milano, 30, sera.
  Il responso dei periti nell'esame necroscopico, sentenziò che la morte dell'Andressi detta « Rosetta » fu dovuto ad avvelenamento. Esclude la concausa del maltrattamenti da parte degli agenti, avendo riscontrato soltanto due abrasioni al braccio destro, ma lievissime. 
  Era stato pubblicato, e poi venne smentito, che la povera Elvira Andressi, sere sono in un caffè del centro avrebbe dichiarato di aver subito maltrattamenti da parte di un fratello, ed avrebbe anche mostrato, delle lividure ad alcuni frequentatori del caffè stesso. 
  A questo proposito stamane si è presentato spontaneamente, al vice-questore cav. uff. Troise, il signor Gerolamo Radice, per confermare quella notizia e per essere assunto come testimonio. 
  Della deposizione del signor Radice, il vice-questore stese verbale.

Tiene il punto invece il giornalista dell'Avanti! Di Gerolamo Radice si occuperà - stroncandolo - nell'articolo del 30 agosto (vedi più sotto). Ma intanto leggiamo cosa scrive nel pezzo del 29 agosto.

Avanti!, venerdì 29 agosto 1913 – pag. 4
Dopo la morte della “Rosetta”
L’intervento dell’autorità giudiziaria
  Il racconto da noi riportato delle circostanze nelle quali si sono svolti gli incidenti di martedì sera in largo Carrobbio e in piazza Vetra fra gli agenti della squadra mobile ed un gruppo di giovanotti e di donne, fra le quali era la canzonettista Elvira Andressi, conosciuta col nome di Rosetta morta l’altro giorno all’Ospedale Maggiore – ha destato nella cittadinanza una grande impressione.
  La improvvisa morte della Rosetta – che secondo le stesse affermazioni della questura aveva tentato di suicidarsi ingoiando tre pastiglie di sublimato due delle quali subito sputate – non poteva non apparire strana e misteriosa: invocavamo su questo triste episodio luce completa tanto più che a lo stesso funzionario di polizia incaricato delle indagini, il delegato De Benedetti, il tentativo di suicidio non era apparso che una simulazione. Egli infatti, la mattina di mercoledì, interrogato da alcuni giornalisti aveva espresso questo suo convincimento, aggiungendo che la donna aveva subito sputato le pastiglie di sublimato: versione questa che fu anche riportata da un giornale del pomeriggio.
   Però, qualche ora dopo, alle 11.30 la Rosetta cessava di vivere.
   A questa circostanza, certamente degna di rilievo, veniva ad aggiungersi il vivo fermento sorto nel popolare quartiere di Porta Ticinese, e specialmente fra gli abitanti della via Vetraschi, molti dei quali asserivano di aver assistito agli episodi di violenza svoltisi durante la notte  di martedì. 
   Fu appunto seguendo le precise indicazioni dei testimoni oculari che noi potemmo ricostruire i gravi incidenti di piazza Carrobbio e quelli ancor più gravi di piazza Vetra. Da ogni parte ci veniva affermato che la Rosetta era stata percossa e malmenata dagli agenti: i particolari delle scene di violenza ci venivano precisati, con una esattezza impressionante. 
   Di contro non vi erano che le monche informazioni fornite dalla questura; che la morte imprevedibile della giovane canzonettista. 
   La sua misera fine era per tutti una sorpresa: noi ritenemmo che l'autorità giudiziaria avesse il dovere di chiarire i punti che nel confronto tra la versione dei testimoni, e quella degli agenti risultavano oscuri.
   E non ci eravamo ingannati: dopo la nostra pubblicazione l'intervento dell'autorità giudiziaria – nella persona del giudice istruttore Banzi – fu immediato. Si dispose per la pronta autopsia del cadavere. Dal canto suo il questore Cosentino affidava al vice-questore Troise, un'inchiesta. 
   Noi attendiamo, quindi, che dalla istruttoria in corso, la verità, qualunque essa sia, possa farsi strada: che essa valga a precisare – se ve ne sono – le responsabilità; a chiarire, in ogni caso con la parola serena della scienza e della giustizia il mistero della repentina morte della Rosetta. 
I funerali privati
  Ieri alle 16 del pomeriggio avrebbero dovuto aver luogo i funerali della sciagurata canzonettista. 
   La famiglia aveva già disposto il trasporto funebre della poveretta: erano anche giunte delle corone di fiori. Ma, verso le ore 12, i parenti della morta furono avvertiti che avendo l'autorità giudiziaria disposto perché venisse eseguita una perizia necroscopica, i funerali non avrebbero potuto aver luogo che oggi, partendo dal Cimitero Monumentale, dove il cadavere sarebbe stato trasportato.
   Però, fin dalle ore 15 il cortile dell'Ospedale cominciò ad affollarsi di conoscenti della Rosetta ai quali il contrordine non era stato comunicato. Giunse anche la musica « Giuseppe Garibaldi » che avrebbe dovuto accompagnare il numeroso corteo. 
   La folla non voleva credere, in sulle prime, che i funerali fossero stati rimandati e nel vasto cortile i commenti si incrociavano. Sopraggiunse da San Fedele un drappello di agenti della squadra mobile, per sgombrare il cortile. Ma la folla continuò a stazionare nella piazza fino alle ore 16.15 [probabile, poco leggibile n.d.r.].
   Il racconto di un muratore
   Poiché le nostre indagini non si sono arrestate ieri, e poiché nuovi particolari ci risultano dagli interrogatori delle persone che hanno assistito agli avvenimenti di martedì sera, li riferiamo obiettivamente.
   Il muratore Rinaldo [Battioli? Bottioli? poco leggibile n.d.r.] di anni 20, abitante in via Vetraschi 3, ci ha fatto il seguente racconto:
   « Rincasavo verso il tocco. Giunto in Corso Ticinese mi fermai a parlare con due amici, quando improvvisamente dal Largo Carrobbio udimmo le voci e le grida provocate dalla prima colluttazione. Ed allora accorsi, per vedere di che si trattava; ma giunto al Largo Carrobbio vidi gli agenti che tentavano di far montare su una vettura due donne, mentre la Rosetta era distesa al suolo, quasi svenuta, fra le zampe del cavallo. Il fatto mi impressionò: se per caso il cavallo si fosse messo in moto la donna, alla quale gli agenti tiravano dei calci, sarebbe stata investita dalle ruote. Mi avvicinai, per avvertire del pericolo: ma fui trattato male:
   – Va via tu: noi siamo la polizia !
  Insistetti. Soccorsi, con alcuni signori usciti dal Bar Canetta, la Andressi che a stento si reggeva in piedi: e la accompagnammo, sfinita, verso il Corso Ticinese, dove incontrammo il fratello della Rosetta con alcuni altri uomini ai quali affidammo la donna.
   Continuai per la mia strada: ma in via Vetraschi, 3, mentre ero per aprire il portello della mia casa fui raggiunto da sei agenti in borghese che mi agguantarono. Invano protestai: ero incensurato – mostrai il congedo militare e la fedina penale –  e non ero intervenuto che a fin di bene. Fui accompagnato a San Fedele e chiuso in guardina – non senza essere stato insultato dagli agenti. Non venni rimesso in libertà che il mercoledì alle ore 17, per i pianti e le preghiere della mia povera mamma!».
L’agonia
   La sorella della Rosetta, per nome Maria ci ha riferito altri particolari sulle ultime ore della disgraziata. Per tre volte ella aveva tentato di interrogare la Andressi e gli agenti di piantone l’avevano invitata a smetterla, con un… pietoso pretesto:
   – Non vedete che sta male!!
   La Rosetta avrebbe detto alla Maria che non poteva raccontarle tutto quello che le avevano fatto: disse di temere che una volta guarita, la perseguitassero. Le sue ultime disperate grida furono:
  – Non voglio morire! Non voglio morire!
   Una donna che aveva accompagnata la Maria all’Ospedale, certa Vittoria Comini, abitante in via Vetraschi, 30, asserisce di essere riuscita a scoprire a metà il cadavere della Rosetta: esso presentava una ecchimosi sotto la mascella sinistra che la Comini afferma prodotta da un calcio; una lunga lividura sulla mammella sinistra era il segno tangibile – secondo la Comini – della piattonata ricevuta dalla Rosetta: inoltre una larga ecchimosi si presentava sullo stomaco e le mani erano visibilmente graffiate.
Il riserbo dell'autorità giudiziaria
   Ieri pomeriggio, poco dopo le ore 16, ebbe luogo la perizia necroscopica della Elvira Andressi, eseguita dal perito dottor Saverio De Dominicis alla presenza del giudice istruttore Banzi e di un cancelliere. La autopsia è durata oltre due ore ed è stata a quanto si afferma, minuziosa. Ma sul risultato di essa si mantiene il più assoluto riserbo.   
  Nulla è stato possibile conoscere. 
  Tuttavia noi pensiamo che l'autorità giudiziaria si debba proporre di risolvere vari quesiti:
   1. Anche ammesso che la Rosetta avesse bevuto del fernet, come ora si afferma avrebbe questo contribuito veramente a sciogliere il sublimato e a renderlo per conseguenza più facilmente assorbibile? La domanda ha la sua importanza se si considera che lo stomaco non è un recipiente chiuso e che perciò quando fu inghiottito il sublimato evidentemente il fernet era stato giù assorbito e l'alcool in esso contenuto non poteva più esercitare quell'azione che potrebbe fino a un certo punto spiegare la troppo rapida morte della disgraziata.
   2. Anche ammesso che l'azione dell'alcool abbia diluito il sublimato inghiottito era però questo in quantità tale da determinare la morte in poche ore? Occorre tener presente che – secondo la testimonianza di uno degli arrestati, rilasciato il giorno dopo, la Rosetta non possedeva che cinque pastiglie di sublimato, due delle quali le aveva gettate per terra — mentre delle altre tre inghiottite, secondo le stesse [saniamo qui un'inversione di composizione dei blocchi tipografici n.d.r.] affermazioni della questura ne aveva rigettate due.
  3. L'essere state due pastiglie rigettate interamente smentirebbe in modo assoluto l'azione dissolvitrice dell'alcool.
  4. E questo quarto quesito ci sembra il più interessante: presenta il cadavere tracce dei maltrattamenti e delle piattonate – che data la larga prova testimoniale nessuno potrà smentire – ricevute dalla Rosetta? E se sì, quanto questi maltrattamenti hanno potuto contribuire alla rapida fine della ragazza, mentre contemporaneamente agiva il sublimato?
Come procede l'inchiesta
in Questura 
  Ieri, dunque, ha avuto cominciamento una nuova inchiesta in questura affidata al solito cav. Troise il quale è destinato da che sta a Milano a passare tutto il suo tempo nel fare delle inchieste. Ma questa volta non riusciamo a spiegarcene gli scopi: come mai la polizia, mentre è aperta una istruttoria giudiziaria, si sovrappone alla autorità inquirente, predisponendo degli interrogatori e delle deposizioni che, per il fatto stesso di essere ordinate dalla questura non potranno non apparire un tentativo di intimidazione? 
   Ieri il cav. Troise ha interrogato tutti gli agenti che hanno partecipato agli incidenti di martedì notte e tutti — secondo le informazioni di qualche giornale — concordemente affermano di non avere maltrattata la donna.  
   Ma l'inchiesta e lo apprendemmo subito, non è soltanto interna: infatti fin dalle prime ore del mattino numerosi agenti in borghese si aggiravano per via Vetraschi, allo scopo di avvertire gli esercenti e tutti coloro che avevano assistito ai fatti da noi narrati di... non riferire che ciò che avevano visto: vale a dire, quello che agli agenti farebbe comodo. Le persone — e potremmo indicarne qualcuna — che dovranno essere interrogate dal vice questore Troise, prima ancora di ricevere l'invito della questura erano state avvertite da qualche agente. Il che dimostra come questa nuova inchiesta non sia che una nuova turlupinatura: si limiterà la polizia a interrogare le persone indicate dagli stessi agenti? Comodo sistema, invero, per giungere ad un'auto-assoluzione. Ma, in ogni modo, noi pensiamo che in questa faccenda la questura non c'entri affatto: ormai le indagini sono state iniziate dall'autorità giudiziaria e ad essa spetta il diritto – ed incombe il dovere – di procedere agli interrogatori dei testimoni i quali non devono – e diciamolo altamente – subire intimidazioni di sorta. Siano pure essi degli esercenti ai quali stia a cuore la licenza di esercizio...
   Ieri troppi agenti in borghese sono stati segnalati in via Vetraschi...
La versione
della 
 “Stampa„ di Torino
  La Stampa pubblica particolari inviatigli dal suo corrispondente milanese che confermano, in molti punti, la nostra versione. Riproduciamo integralmente: 
[quanto segue è una riproduzione - con la correzione di almeno un refuso - Carrobio - di un ampio brano dell'articolo della Stampa del 29 agosto 1913, già pubblicato qui al punto 7 c) n.d.r.]   
  « Per conto mio ho parlato con un testimone, non sospetto per tenerezza verso la mala vita, che giunse in Carrobbio quando due guardie erano alle prese con la squadra di donne della malavita, fra le quali vi era l'Andressi, la quale diceva che si era trovata in quel luogo per una pura combinazione ed era uscita di casa per andare dalla sorella che sta in piazza Vetra a portarle un «fernet» perchè si sentiva male. Si trovò a passare per il Carrobbio al momento in cui le due guardie intervennero per imporre la fine degli schiamazzi che faceva un gruppo di giovanotti. L'Andressi, che è molto nota in quei paraggi, particolarmente a tutti gli abitanti perchè fino a qualche anno fa vi aveva abitato, si fermò e pare parteggiasse per le sue antiche conoscenze. 
   Il fatto è che, mentre gli uomini riuscivano a svignarsela, il gruppo delle donne tenne testa alle due guardie. Avvenne infatti una violenta colluttazione, durante la quale le guardie estrassero le daghe e cominciarono a dispensare piattonate a destra ed a sinistra. Pare che l'Andressi in questo momento sia rimasta colpita da una piattonata al petto. Due donne venivano arrestate da una delle guardie e caricate sopra una vettura, mentre l'altra guardia tentava far salire in carrozza l'Andressi. Questa si oppose e urlando, si gettò a terra, quasi sotto le zampe del cavallo, nè vi fu modo di farla salire. Fu abbandonata a sè stessa e le guardie si avvicinarono alle altre arrestate, gridando alla Andressi: « Non dubitare, che non ci scappi! ». 
   Il testimonio oculare giunse sul luogo durante questo ultimo episodio, e vide l'Andressi che era in uno stato compassionevole. Si alzò, ma camminava a stento, e proseguì la sua strada barcollando e appoggiandosi al muro. Del fatto veniva avvisata una pattuglia di agenti della squadra mobile, che giunse a Carrobbio quando non c'era più nessuno. La pattuglia si divise in due parti: una andò giù per il corso Ticinese, l'altra per via San Vito, con lo scopo di sbucare contemporaneamente dai due lati della via Vetraschi. Giunse, prima la squadra che percorse il corso Ticinese, e sorprese un gruppo di uomini e di donne in piazza Vetra, che discutevano animatamente. Nel mezzo vi era la Andressi, che raccontava l'episodio di Carrobbio. 
   Il gruppo era a pochi passi di distanza dalla casa della sorella dell'Andressi. Le guardie riconobbero subito che razza di gente era quella colà radunata. Nacque un'altra violenta colluttazione, durante la quale le guardie estrassero le rivoltelle. La colluttazione fu senza cerimonie da ambo le parti: vi furono pugni e calci e percosse di ogni genere, e l'Andressi rimase di nuovo investita. Furono fatti parecchi arresti, e l'Andressi questa volta fu arrestata e condotta verso Carrobbio per farla salire in vettura. 
    Al momento in cui fu afferrata, fu vista alzare il braccio e ingoiare qualche cosa.
   Dal gruppo dei suoi amici partirono subito grida «Si è avvelenata! si è avvelenata! ». Alle quali la donna rispose, gridando: « Dio mio ho preso il veleno! » 
  Giunta a Carrobbio, la donna fu fatta salire sopra una carrozza e accompagnata alla Guardia medica di via Cappellari ».

E venne il giorno dei funerali della povera Rosetta, mentre le indagini proseguono, a loro modo.

Corriere del Pomeriggio, sabato 30 agosto 1913 - pag. 5
I funerali dell'Andressi
  Il trasporto funebre dell'infelice canzonettista Elvira Andressi, che non ha potuto aver luogo nel pomeriggio di giovedì, come già è stato detto, si effettuò invece ieri alle ore 16.
  Il corteo mosse, a quell'ora, dalla camera mortuaria del cimitero Monumentale e per viale Volta, per le vie Bramante e Giannone si diresse alla chiesa della Trinità. Il carro, un semplice carro di terza classe, era adornato di corone della famiglia, degli amici e conoscenti. Lo seguivano i parenti tutti e grande pietà muoveva la vecchia madre che, tutta vestita a lutto, piangeva desolatamente la misera fine della giovane figlia. Venivano poi moltissimi conoscenti della defunta, le amiche intime di lei, in gran numero e non poca gente del quartiere ove abita la famiglia e dove avvennero i fatti che condussero a morte la giovane canzonettista. In coda al corteo v'erano parecchie carrozze pubbliche recanti corone.
  Particolare curioso: una banda - la Giuseppe Garibaldi - eseguiva inni popolari tra la sorpresa del pubblico.
  Dopo le funzioni religiose nella chiesa della Trinità, il corteo ritornò sul piazzale del Monumentale per poi proseguire per il cimitero di Musocco, dove più tardi venne tumulata la salma. Al cimitero un fratello della morta, ha pronunciato parole di compianto per la sorella ed ha ringraziato tutti i parenti che vollero rendere l'ultimo tributo di omaggio alla poveretta.

Molto commovente e curioso l'intervento della banda Giuseppe Garibaldi! Indifferenti alla commozione, però, le forze dell'ordine effettuano una retata dopo il funerale, in cui viene catturato anche il fratello Alessandro, che dà - letteralmente "fuori di matto". Anche di questo rende conto l'articolo dell'Avanti! che molto è più dettagliato di quello del Corriere su tutti gli aspetti, a partire dalle stesse esequie. Si tratta, a tutti gli effetti, di un altro pezzo di grande giornalismo che leggeremo e analizzeremo in dettaglio perché ci apre nuovi squarci di verità sull'accaduto, pur non riuscendo a chiarire tutti i dubbi.

Avanti!, sabato 30 agosto 1913 - pag.4
Dopo la morte della “Rosetta”
Mentre si attende il responso dell'autorità giudiziaria
Un fratello della morta, colpito da alienazione mentale, è condotto all'Astanteria
I funerali
   Quando, poco prima delle ore 16, giungevano nel piazzale del Cimitero Monumentale, una folla di popolani e di popolane è già raccolta davanti alla morgue [l'obitorio]: una folla caratteristica ma silenziosa che appare vinta da una commozione sincera e profonda. I parenti della Rosetta sono stati ammessi a visitare per l'ultima volta la salma della sciagurata. Il volto della Rosetta è composto e sereno: quasi non rivela il pallone della morte. Quando i parenti, fra i quali è la vecchia madre, escono dalla sala mortuaria, si odono grida di dolore, singulti disperati. 
   Era lì, era lì, con i colori della sua giovinezza ancora fiorente, dicono coloro che l'han vista e quasi si affaccia, nelle semplici anime doloranti, il sospetto che la toilette della salma sia stata preparata. 
   Sul carro sono quattro corone di fiori, con nastri bianchi sui quali sono altrettante dediche.
   Alle ore 16 precise il corteo si mette in moto, preceduto dalla musica Giuseppe Garibaldi. Seguono, particolare notevole, i preti cristiani che hanno assolto la morta anche dalla colpa di aver tentato di troncare la sua vita: in essi era, dunque, la convinzione che la sciagurata non volesse morire. 
   Il modesto carro funebre seguito dalla madre, dai fratelli, dalla sorella della morta e da oltre duecento persone – tutto il vicinato – si avvia alla chiesetta della Trinità. 
   Durante il percorso ai balconi ed alle finestre vi sono numerosi curiosi : e per la strada la gente si ferma a compiangere la sorte della giovane donna. Sull'entrata della rimessa di Porta Volta, si affollano molti tranvieri e molti operai della Edison. 
   Dopo la funzione religiosa il corteo procede per la stazione dei [illeggibile n.d.r.] per il trasporto della salma a Musocco. 
   Ma il corteo non si scioglie: la bara è trasportata in un breve recinto destinato ai discorsi : e tutti la seguono. 
   Vi sono alcuni minuti di indecisione: chi parla? Ma un antico pregiudizio popolare sembra vietare agli uomini di parlare sulla bara di una ragazza. 
   Gli uomini addetti al trasporto funebre si impazientiscono di questa breve attesa e tentano di portar via la bara: non è bello, non è pietoso. 
  – Aveva venti anni! – Esclama con accento veneto una donna – E' morta a venti anni! Non sentite il nostro dolore ? Aspettate, dunque, prima di portarcela via… Abbiamo aspettato tanto tempo anche noi! 
   – Macché. Gli inservienti invocano l'autorità di un vigile urbano, il quale, a onor del vero, interviene, ma entrato nel recinto e compreso che cosa si voglia da lui, si allontana in silenzio. 
   Ed allora si odono poche parole tronche, strozzate dai singhiozzi, del fratello della morta. Un brivido di commozione invade la folla.
   – Mamma – chiede una bambina che accompagnata da una signora era entrata nel recinto per curiosare – l'avevano bastonata?… 
   E vi è nella sua voce infantile, come un accento di sorpresa e di sgomento. 
   Il gruppo dei parenti si allontana, mentre la folla gli apre il varco aprendosi in due silenziose colonne. 
   L'autorità giudiziaria mantiene ancora il più assoluto riserbo sui risultati della perizia necroscopica. 

Concluso, con questa nota di persistente dubbio, il racconto del funerale, il cronista dell'Avanti!, con il suo ottimo istinto investigativo, prende a smontare punto per punto la “Versione Radice” avanzata il giorno prima da altri quotidiani (molto probabilmente imbeccati dalla Questura). Nel farlo ci dà ulteriori informazioni sull'andamento dell'ultima settimana di vita della Rosetta.
Il mancato tentativo 
di una nuova versione. 
   I giornali di ieri mattina hanno pubblicato una versione nuova e grave delle ecchimosi che sarebbero state riscontrate sulla Rosetta
   Il signor Gerolamo Radice che non sa trovare modo migliore di spendere i propri quattrini, fuor di quello di frequentare i poliziotti di mestiere, ha raccontato, come se anch'egli fosse un questurino autentico, che la Rosetta già da domenica sera recava sul corpo varie ecchimosi prodottele dalle busse di un proprio fratello. 
   Il Radice assicurava che le ecchimosi erano state constatate de visu oltre che da lui da altri quattro rispettabili signori che non meritano di essere nominati in simile faccenda e che telefonicamente ci mandarono subito le loro smentite. 
   I quattro testimoni  invocati a torto dal Radice furono in seguito interrogati da noi, ed essi concordemente ci ripeterono:.
   1. E' assolutamente falso che la Rosetta abbiamo mostrato, in presenza del Radice o di altri, le lividure in questione. 
   2. Le lividure non potevano quanto mai essere visibili la domenica sera, dato che il lunedì la Rosetta ha cantato seminuda al San Martino senza la minima ecchimosi che le segnasse la pelle. 
   3. Uno solo dei signori sopracitati ha riferito che nel colloquio avvenuto nella strada fuori di un noto caffè – l'Hagy – la Rosetta ebbe a lamentare, ma genericamente, qualche maltrattamento in famiglia. 
   4. ed ultimo. Il Radice ha dunque tratto dal nulla un episodio che doveva secondo la ingenua confessione di un giornale del mattino distruggere tutti i nostri dubbi e creare un alibi alla regia Questura, nel senso di dimostrare che le ecchimosi ormai innegabili, e dallo stesso vicequestore ammesse e attribuite in via di ipotesi alla caduta e alle convulsioni della Rosetta nel momento del suo arresto – erano preesistenti e provocate dalle percosse di un fratello della vittima. 
   Siamo invece a questo: il lunedì sera la Rosetta ha cantato al San Martino: e vista sul palcoscenico mentre si svestiva non presentò contusioni nè lividure di sorta. 
   La famiglia dal canto suo fa notare che la Rosetta non poteva subire maltrattamenti in famiglia per il buon motivo che abitava per conto suo in via Gaudenzio Ferrari, e che soltanto in questi ultimi giorni si era recata a trovare un fratello, appunto perché era trattata da lui senza durezza. 
   In conclusione: Radice ha invocato circostanze inesistenti: ha tirato ingiustamente in ballo persone rispettabili, ha denunciato il fratello di una morta come il suo torturatore: è stato smentito per quasi tutta la sua versione dai testi invocati in causa, e perciò essendo risultato definitivamente un pessimo informatore, dovrebbe, anche secondo la legge e il regolamento di P.S. non essere più tollerato dei funzionari di P.S. che invece assecondando la sua pericolosa mania di poliziotto dilettante, se lo prendono insieme anche per delicatissime indagini. 
L'ultima smentita 
   Questa poi non ce la aspettavamo. 
   Quello dei quattro signori che ci giurava alle ore dieci di sera di aver sentito personalmente la Rosetta lamentarsi dei maltrattamenti del fratello: alle ore due di notte ci ha invece assicurato d'aver ricevuto nessuna confessione del genere. Chi invece avrebbe sentito l'accusa è un altro… che dichiara sua volta d'aver sentito niente. 

Insomma, i testimoni indicati dal Radice a supporto della propria narrazione si sfilano. E anzi, uno di loro, lo stesso direttore del teatro San Martino, una persona nella quale, evidentemente, la Rosetta aveva riposto la propria fiducia, rivela al cronista dell'Avanti! un episodio piuttosto sconcertante relativo alla mattina della morte della Rosetta.
La “Rosetta„ voleva parlare 
   Il direttore del San Martino – il teatro di varietà dove la povera Rosetta aveva cantato fino a lunedì sera - ci ha raccontato che mercoledì mattina venne avvertito che la Rosetta aveva espresso il desiderio di parlargli: questo poche ore prima di morire. Ella avrebbe detto di voler fare delle confidenze al direttore del San Martino che le era stato sempre prodigo di buoni e disinteressati consigli. Ma il nostro interlocutore, recatosi all'Ospedale, chiese invano di poter parlare con la disgraziata: vi si oppose, se non altro, la burocrazia, per quanto il direttore del San Martino – al quale la Rosetta aveva spesso riferito di essere stata presa di mira dagli agenti – avvertisse che si trattava della volontà di una morente. 
   Egli non poté vederla che morta.

Ma il giornalista dell'
Avanti! non si ferma qui. Continua a raccogliere ulteriori testimonianze anche sulla sera precedente. Il primo testimone è un brumista, cioè un vetturino delle carrozze pubbliche (la parola deriva dal nome della carrozza trainata da cavalli adibita al trasporto pubblico, ovvero il brougham, la cui pronuncia suona quasi “brumm”, da cui, appunto, brumista: anche se i primi tram elettrificati risalgono al 1893, l'ultimo brumista milanese cesserà l'attività nel 1978).
La deposizione di un brumista„  
   Abbiamo raccolta ieri, in presenza di testimoni, la deposizione del brumista Quirino Ziliani, abitante in via Arena 22, il quale ha assistito all'ultima fase dell'episodio di piazza Vetra. 
   Verso le 2.35 [non chiaramente leggibile n.d.r.] di martedì notte, avendo terminato il mio lavoro giungevo da Porta Venezia diretto alla rimessa in via Lecchi. 
   Ero giunto quasi all'altezza della via Vetra, quando udii un clamore di voci e poco dopo vidi sbucare in corso Ticinese un gruppo di agenti con tre arrestati. La Rosetta li rincorreva chiamando per nome il fratello Arturo e invocandone la liberazione. 
   La ragazza si avvicinò agli agenti, afferrandole uno per il braccio, e gridando: 
   –  Lasciatelo! Non ha fatto niente. Vigliacchi: è uno zoppo.
   A questo punto un agente - che potrei riconoscere - afferrò la donna e la spinse con violenza contro il muro, facendola battere con la spalla sinistra, mentre l'agente Musti gridava:
   –  C'è oltraggio! Pigliala.
   L'agente che aveva dato l'urtone alla Rosetta, alzò il bastone e colpì la ragazza al petto obliquamente e poi le diede dei pugni al petto e al ventre mentre la disgraziata emettendo dei gemiti soffocati cadde, ripiegandosi sul fianco sinistro sfinita. Tentò invano di rialzarsi: altri pugni la raggiunsero. 
   Gli agenti, dopo un momento di indecisione durante il quale scambiarono poche parole per stabilire dove dovevano portarla, se all'Ospedale o a San Fedele, si rivolsero a me dicendomi di trasportare la Rosetta: io mi rifiutai recisamente! 
   – Sono modi da cosacchi i vostri, non ho il coraggio di portare questa disgraziata a San Fedele.  
   Allora gli agenti avendo insistito invano, minacciando di farmi togliere la licenza, chiamarono una vettura che era di posteggio al Largo Carrobbio. 

Questa testimonianza non si concilia completamente con le precedenti ricostruzioni. Intanto l'ora di arrivo di questo brumista sulla scena degli scontri (siamo in piena seconda fase): le 2.35 è un'ora molto tarda. Anche ammettendo che la pagina dell'
Avanti! non sia perfettamente leggibile, il primo numero è certamente un 2. Ora dal registro dell'Ospedale Maggiore la Rosetta risulta ricoverata alla 1.30. Qualcosa non torna.

Ma aldilà dell'ora la stessa la ricostruzione degli eventi sembra leggermente diversa: secondo il brumista la Rosetta sembra infatti intervenire a favore del fratello non tanto per scongiurarne il pestaggio (come nella precedente ricostruzione), ma per invocarne la liberazione, e viene colpita non tanto in piazza Vetra, ma quando già il gruppo degli agenti e degli arrestati, muovendo da piazza Vetra, era già giunto in Corso Ticinese, ovvero mentre Arturo era scortato, assieme agli altri due arrestati, verso il Carrobbio e di lì, con ogni probabilità, sarebbe stato portato con una vettura verso la Questura in piazza San Fedele.
Sempre seguendo questa ricostruzione del brumista non è poi chiaro se la Rosetta fosse già inizialmente inclusa tra gli arrestati di piazza Vetra, oppure se si sia fatta colpire e arrestare solo in seguito, lungo il tragitto verso il Carrobbio, a causa della sua insistenza nel chiedere la liberazione del fratello.
Altri dubbi emergono dal fatto che nel racconto del brumista il Musti venga direttamente riconosciuto e chiamato per nome dal brumista, a differenza dell'altro agente. Rileggiamo:
A questo punto un agente - che potrei riconoscere - afferrò la donna e la spinse con violenza contro il muro, facendola battere con la spalla sinistra, mentre l'agente Musti gridava:
   –  C'è oltraggio! Pigliala.
Infine non c'è traccia, qui di assunzione di pastiglie di sublimato da parte di Rosetta, ma forse questo passaggio, se non completamente inventato dagli agenti (il dubbio lo coltiviamo ancora), potrebbe essersi svolto poco dopo, all'atto di salire sull'altra vettura, quella di posteggio al Carrobbio, quando quindi Ziliani, essendosi rifiutato di trasportare la Rosetta, era già uscito di scena.
Nonostante questi dubbi, tutto sommato marginali, questo Quirino Ziliani sarebbe stato, sempre prestando fede al suo racconto, molto più di un semplicemente testimone, in quanto, avendo colpito la giovane in sua presenza, gli agenti hanno avuto poi la faccia tosta di chiedergliene il trasporto.
   L'Autorità giudiziaria – e non la questura che non ha alcun diritto di procedere, come sta facendo, il giudice istruttore – potrà vagliare le circostanze riferite dal Ziliani e che noi abbiamo fedelmente riportate. Essa starebbero a dimostrare che la Rosetta anche prima del tentato suicidio, era in condizioni pietose, tali da rendere necessario il suo trasporto in vettura. 
   E' da notare che anche dopo il primo episodio di Largo Carrobbio dove secondo le stesse narrazioni della Stampa di Torino e del Resto del Carlino di Bologna, ella avrebbe ricevuto una piattonata al petto – le sue condizioni erano di estrema debolezza. 
Quel che ha visto un cameriere
Il cameriere Mario Gualdi abitante in piazza Vetra 16 ed occupato presso il bar Dante all'angolo della via omonima e di via Meravigli, ha riferito ad un nostro cronista che, la notte di martedì, mentre rincasava, giunto in prossimità del Carrobbio, credè udire un colpo di rivoltella. Avanzando, assistè per quanto a distanza, alla colluttazione: gli agenti avevano sguainate le daghe. Egli vide la Rosetta a cadere al suolo. Venne soccorsa da alcuni cittadini. 
Questa seconda testimonianza, a differenza di quella dello Ziliani, si riferisce con ogni probabilità, alla prima fase, al Carrobbio, in cui la Rosetta viene pure colpita e non aggiunge particolari degni di nota.
Ma è un altra circostanza a costituire il vero scoop, come diremmo ai giorni nostri, realizzato dal giornalista dell'Avanti! perché a questo punto, proseguendo la lettura dell'articolo del 30 agosto, siamo sempre a tre giorni dagli eventi, ci viene reso noto (e non era “stato ancora pubblicato”) il contenuto dell'interrogatorio di Rosetta al processo per il furto Archenti, che si era svolto un mese prima, alla fine di luglio. E qui emerge, incredibilmente centrale, il ruolo di Mario Musti.

Riflessi giudiziari e giuridici 
   I precedenti giudiziari della Rosetta sono i seguenti e possono servire per una precisa indagine dell'Autorità competente.
   Nel mese scorso era tenuto in Tribunale il processo contro i presunti responsabili, correi e ricettatori del furto Archenti. 
   In quella occasione la Rosetta figurava come imputata di correità nel furto. 
   La ragazza poté invece dimostrare che lucrando più che a sufficienza per sè, poteva dare soldi all'amante Orlandi, piuttosto che concorrere con lui in un'impresa criminosa. 
   La guardia Musti sentita come teste riferì invece conto la imputata, con il risultato di non essere creduta dal tribunale che infatti assolse la Rosetta da ogni imputazione. 
   Ma questo è già noto. Quello che invece non è stato ancora pubblicato è che durante le udienze movimentatissime del processo in questione, la guardia Musti da accusatrice diventò accusata: 
  – Lei – gridò la Rosetta – è appunto quegli che due giorni or sono trovandomi in un Caffè mi ha minacciata di gravi guai per questo dibattimento. Lei è appunto quel… signore che avrebbe voluto condurre senza perché in guardina… Lei insomma mi ha minacciata tutte le volte che mai incontrata. 
   L'agente Musti sentì… filosoficamente la invettiva della imputata. Non smentì di avere minacciata la Rosetta in un caffè: assicurò soltanto che l'aveva richiamata all'ordine… per misure di pubblica sicurezza. 
   Un momento, però… Per comprendere bene l'importanza di questo episodio bisogna risalire a certe e brillanti operazione della Polizia. Un anno fa il commissario De Cesare denunciava all'Autorità Giudiziaria una cinquantina di persone per associazione a delinquere e per reati singoli.
   Il Giudice Istruttore intuendo che si trattava di una montatura poliziesca assolse tutti gli imputati dall'accusa di associazione a delinquere e ritenne soltanto responsabili dei fatti individuali questo o quegli dei denunciati. 
   Il primo scacco della Polizia venne seguito da altri mediocri risultanze. Innanzi tutto, in Tribunale, la Questura ebbe bisogno di far scappare i propri confidenti perché diventando essi irreperibili se ne potesse leggere la deposizione scritta senza il controllo orale. Ciò avvenne per tutti i processi, a dimostrazione di quello che è il sistema d'accusa della Questura più discussa del Regno, che prima assume testimonianze e poi toglie di mezzo il confronto pubblico – confronto pubblico che i confidenti non potrebbero subire – pur di ottenere una sentenza di condanna che la salvi, magari ai danni di innocenti, di tutti i mancati arresti dei ladri e degli omicidi non rintracciati. 
   Ma come abbiamo detto, il Tribunale dinanzi a ben scarse prove: dinanzi a procedimenti curiosi di istruttoria per cui l'agente Musti poteva fra l'altro vestirsi da ladro ed entrare in guardina insieme a un muto… per strappargli inverosimili confidenze, visto specialmente che la Rosetta e quattro altri dei sette imputati niente avevano a che vedere con il furto Archenti, li assolse. 

Insomma, l'agente Mario Musti non è soltanto quello che, sotto un camuffamento da arrestato, entra in guardiola con Italo Orlandi e gli strappa una confessione, e non è soltanto quello che partecipa all'aggressione della Rosetta nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1913 e la trasporta in Ospedale, raccontando dell'avvelenamento. Ma è anche uno che conosce bene la Rosetta e la minaccia tutte le volte che la incontra. C'è una particolare acrimonia da parte sua nei confronti della giovane? Forse anche una forma di risentimento e di gelosia da parte dell'agente verso una bella ragazza che gli preferiva un piccolo delinquente, come il Buterin? E come escludere che il Musti fosse ancora infuriato contro colei lo aveva accusato di minacce in tribunale davanti a dei giudici che avevano smontano gran parte del castello accusatorio, prosciogliendo la giovane, che nel frattempo (nei pochi mesi intercorsi tra la rapina e il processo) era diventata una semi-celebrità con tanto di tessera ferroviaria degli artisti? Quanta rabbia poteva aver covato l'agente Musti nei suoi confronti? È molto difficile fare una stima, ma è impossibile negare questa componente nel valutare l'operato degli agenti di pubblica sicurezza e del Musti in particolare.

***   
   Quest'episodio di giustizia ha naturalmente guastato le uova nel paniere dei bravi poliziotti che avrebbero voluto con la denuncia dei cinquanta associati a delinquere e poi con la condanna dei singoli ladri fare ottima carriera. Invece la istruttoria prima, e le sentenze poi diminuirono del novanta per cento la brillante operazione poliziesca. 
   L'agente Musti è stato secondo la ultima inchiesta trasferito da Milano a Genova: il Musti medesimo tornato a Milano per il processo ha voluto dare una prova – nel processo non parliamo d'altro – del suo zelo per riuscire a rimanere qui: il medesimo Musti è l'agente che ha arrestato la Rosetta.

Non è poi chiarissimo quando il Musti sia stato trasferito a Genova. Prima ipotesi: immediatamente dopo il pestaggio della Rosetta, cioè uno o due giorni prima della stesura di questo articolo, il 28 o il 29 agosto. Ma se così fosse, allora non si capirebbe quel riferimento nell'articolo in cui Musti sarebbe “tornato a Milano per il processo” (giugno-luglio 1913). Seconda ipotesi: se invece seguiamo l'indicazione che Musti sia “tornato a Milano per il processo” allora potrebbe essere stato trasferito a Genova nei primi mesi del 1913 (marzo-maggio) dopo la famosa infiltrazione in cella durante la quale avrebbe raccolto la confessione di Italo Orlandi e poi tornato a Milano in giugno per il processo. Ma allora come faceva ad essere ancora a Milano “due giorni or sono” (cioè prima del processo) per minacciare la Rosetta (secondo l'accusa della giovane), ma soprattutto come faceva ad essere ancora operativo a Milano il 27 agosto quando il processo di primo grado era bell'e che finito da un mese? Non si sarebbe dovuto trovare nuovamente a Genova?
Come detto, sarebbe stato utile ritrovarne il fascicolo presso l'Archivio di Stato, ma purtroppo pare che il ruolino di Musti non sia reperibile.

***
   Non vogliamo anticipare il giudizio dei magistrati. A noi preme soltanto di precisare questi tre punti: 
   1. L'Autorità di polizia ha il diritto di arrestare chiunque violi la legge. Non ha il diritto di picchiare un detenuto, se non per legittima difesa. Ed è intuitivo che una ragazza di 19 anni non poteva mettere in pericolo la incolumità personale delle guardie così da legittimare le loro percosse. 
   2. Vi è reato anche per chi spinga altri al suicidio con maltrattamenti, e qui fintanto che la perizia medica le escluda completamente, noi abbiamo il diritto di credere, secondo le numerose testimonianze, che percosse vi siano state. 
   3. Dato che nemmeno la forma di imputazione più sopra ricordata possa sussistere, v'è per lo meno l'altro reato di eccesso di potere consumato dalle guardie. Dato cioè che la Rosetta sia morta esclusivamente per veleno, le busse da essa ricevuta rimangono. E portano alla necessità dell'intervento della Procura del Re. 

Così come il giorno precedente, il cronista dell'Avanti! riporta le testimonianze raccolte da altri giornali che confermano la sua tesi: e se il 29 agosto era stata ripresa La Stampa, qui, il 30 agosto, viene ripreso Il Resto del Carlino. Di fatto i due racconti sono in larga parte sovrapponibili, sembrano addirittura scritti dalla stessa mano: è possibile che il corrispondente fosse lo stesso.

I commenti 
del 'Resto del Carlino' di Bologna
 Il corrispondente milanese del giornale il Resto del Carlino di Bologna ha voluto aggiungere informazioni particolareggiate sul grave fatto della repentina morte della povera Elvira Andressi e dichiara che tutto concorre a far pensare che la morte della Andressi sia da attribuire ad altra causa che non all'avvelenamento. Fin dove giunga la responsabilità delle guardie di P.S. è difficile stabilire: ma responsabilità da parte loro dovrebbero esservene
  Riportando la versione di un testimonio non sospetto per tenerezza verso la malavita, il corrispondente del Resto del Carlino dice, fra l'altro: 
   « Pare che la Andressi fino da quel momento (durante cioè il primo episodio di Largo Carrobbio) sia rimasta gravemente colpita da una forte piattonata al petto. Due donne intanto venivano arrestate da una delle guardie e caricate sopra una vettura mentre l'altra guardia tentava di far salire in carrozza anche la Andressi. Questa si oppose e urlando si gettò a terra quasi sotto le zampe del cavallo né vi fu modo di farla salire
   Allora fu abbandonata a se stessa e le due guardie si allontanarono con le altre due arrestate, gridando alla Andressi: 
   – Non dubitare che non ci scappi!
L'istesso testimone oculare ha così raccontato, e il giornale bolognese riferisce, il secondo episodio, quello nel quale le due guardie avrebbero messa in atto la minaccia: 
   - Non dubitare che non ci scappi! 
   « un gruppo di uomini e di donne in piazza Vetra discuteva animatamente. Nel mezzo c'era la Andressi che raccontava l'episodio del Carrobbio, a pochi passi dalla casa della sorella. Le guardie che riconobbero subito che razza di gente a quella colà radunata, investirono il gruppo. Ne nacque una nuova violenta colluttazione durante la quale le guardie estrassero perfino le rivoltelle. La colluttazione fu senza cerimonie da entrambe le parti con larga distribuzione di pugni, calci e percosse di ogni genere ».

E poi, come annunciato, anche l'Avanti! dà conto della crisi nervosa del fratello della Rosetta, Alessandro Andrezzi (
Un fratello della Rosetta„ 
dà segni di pazzia 
   Una impressionante notizia si è sparsa questa notte verso le ore tre. 
   Un pattuglione di agenti della III Sezione, di via Vittoria, aveva durante la notte eseguito diversi arresti nel rione di porta Ticinese e specialmente in via Vetraschi ed in piazza Vetra, dove si svolsero i noti incidenti di martedì sera. Perché si proceda a questi arresti da parte della Questura è facile intuire ed è sintomatico. 
   Ma uno degli arrestati, avendo dato segni palesi di alienazione mentale gridando: Rosetta! Rosetta! e in preda a cupa disperazione, tentando di graffiarsi e di ferirsi, gli agenti avevano avvertita la Assistenza Pubblica Milanese per farlo trasportare all'Astanteria.
   Verso le tre ore infatti, l'automobile di soccorso accompagnava l'infelice a San Fedele, per ottenere il nulla osta del funzionario di notturna. Venne presentato un certificato medico, a firma del dottor Cavezzali, sul quale l'individuo era indicato per Alessandro Andrizzi, abitante in via Carlo I.   
   Mentre il delegato De Benedetti preparava il nulla osta, un gruppo di giornalisti circondò l'automobile dell'Assistenza Pubblica: e con grande sorpresa senti che l'infelice, fino a poco fa vinto da un torpore profondo, svegliandosi improvvisamente mormorava: 
   – Rosetta! Rosetta! 
   Nacque il sospetto che l'Andrizzi fosse un Andressi e che sul certificato il nome fosse stato sbagliato: era forse un fratello della infelice Rosetta.
Come sappiamo oggi, entrambi i cognomi sono errati: Alessandro, e la Rosetta si chiamavano Andrezzi.
   Invano inviammo uno dei nostri cronisti alla sezione di via Vittoria: gli agenti avevano ordine di tacere. 
   Tuttavia potremmo apprendere che giunto all'Astanteria di via Lamarmora gli stessi agenti avevano confermato che l'infelice era proprio un fratello della Rosetta: Alessandro Andressi.    
Affermazione che ci consta essere provata da una ricevuta di vendita di una bicicletta, rinvenuta nelle tasche dell'infelice e sulle quali era appunto segnato il nome di Alessandro Andressi. 
   Ci risulta che il disgraziato presentava sulla regione toracica ferite lineari da taglio, ed abrasioni intrecciantisi tra loro e qualche contusione. 
   Egli è in uno stato stuporoso: ha gli occhi sbarrati nel vuoto e mormora ogni tanto: Rosetta! Rosetta!
   Non risponde alle domande che gli vengono rivolte. 

L'ultima notizia riportata dal quotidiano socialista nell'articolo del 30 agosto testimonia del clima di terrore che da subito viene creato dalle forze dell'ordine attorno alla morte della Rosetta
  Ieri sera in Piazza Duomo due agenti di P. S. trassero in arresto un individuo dimessamente vestito in quale commentava ad alta voce la morte della Rosetta. Condotto in questura il delegato [Mantica? - parzialmente illeggibile n.d.r.] assistito da un imberbe alunno-delegato, certo Lenzi, sentenziò che l'individuo identificato per Giovanni Gavardoni fu Carlo di anni 43, manovale, fosse rinchiuso senz'altro in guardina. Nè le rimostranze di alcuni cittadini valsero a far rilasciare l'arrestato.

Anche il Corriere della Sera, nell'edizione del pomeriggio, dà notizia dell'alienazione mentale di Alessandro.
Corriere del Pomeriggio, sabato 30 agosto 1913 - pag. 6
Il fratello della Andressi arrestato
e preso da alienazione mentale
  Alla Questura di San Fedele [in una edizione successiva il Corriere della Sera riporta che la scena si è svolta invece "Nelle guardine della Sezione II di via della Signora" n.d.r.] è avvenuta questa notte una scena drammatica che s'aggiunge a quelle che si sono svolte intorno all'infelice canzonettista Elvira Andressi, morta dopo la ribellione alle guardie alcune notti or sono.
  Alle 3 si è vista, infatti, arrivare una comitiva di arrestati con intorno numerose guardie. Proveniva da porta Ticinese. Fra tali individui uno smaniava ed emetteva lamenti: – Rosetta! Rosetta!
  Costui venne visitato dal dott. Cavezzali il quale lo interrogò: si chiamava Alessandro Andressi, abitante in via Corio !
  – Sei fratello della canzonettista?
  Ma egli continuava a pronunciare una parola sola: – Rosetta !
  Il sofferente fu poi trasportato su una lettiga all'Assistenza Pubblica all'Astanteria di via Lamarmora dove i medici lo trovarono in preda a sintomi di alienazione mentale. Il giovane era stato preso dalla sua crisi appena arrestato. Egli è veramente il fratello della canzonettista: il suo stato è tuttora grave.

E infine arriva l'esito dell'autopsia. I periti giudicano che la morte della Rosetta sia dovuta “unicamente all'azione del sublimato corrosivo ingoiato dalla canzonettista a scopo suicida” (Corriere del Pomeriggio, 31 agosto 1913) ma non approfondiscono i dettagli relativi, ad esempio, al numero di pastiglie ingerite: affermano soltanto che le lesioni ritrovate sul corpo non sono significanti. La Rosetta non è morta per le percosse, ma per il veleno: suicidio, non omicidio.

Anche in questo caso il tono e il contenuto dell'articolo del Corriere della Sera sono platealmente proclivi verso le tesi della questura: è come se il quotidiano milanese, che il primo giorno aveva appoggiato, come tutti, la ricostruzione ufficiale, e poi era stato colto in contropiede e messo un po' a disagio dalle accuse dell'Avanti! (che pure aveva definito “precise e circostanziate”) e dalla conseguente inchiesta giudiziaria, potesse ora, con grande sollievo, tornare alla sua visione originaria favorevole alle autorità. L'autopsia esclude il ruolo della violenza poliziesca nella morte della Rosetta ed è quasi palpabile la soddisfazione del Corriere della Sera. Lo si nota da molti particolari, ad esempio da frasi come “di fronte a tali risultati vengono meno le dicerie di violenze usate dagli agenti di P.S.”. Le “dicerie” soltanto due giorni prima erano invece definite dal Corriere della Sera una voce “che pure abbiamo raccolta”.
Non solo: nell'articolo del Corriere della Sera troviamo ancora presa in considerazione la cosiddetta “Versione Radice” che l'Avanti! aveva già smontato punto per punto, cioè l'ipotesi che le lesioni, peraltro altrove definite insignificanti, fossero state provocate dal fratello.
E infine viene menzionata una "grave malattia costituzionale, conseguenza dell'esistenza sua depravata, tale da diminuire assai la resistenza del suo organismo". Sarebbe interessante sentire cosa ne pensa un medico legale dei giorni nostri: una malattia venerea può giustificare il decorso così rapido di un avvelenamento a cui era seguita una pronta lavanda gastrica?
L'esito dell'autopsia spiazzerà anche il cronista dell'Avanti! che certamente contava di trovare qualche conferma alla sua ipotesi della responsabilità delle aggressioni poliziesche nella morte della Rosetta. Di fatto, anche se non lo dirà esplicitamente, pensa che l'esito dell'autopsia sia stato pilotato. Ma leggiamo prima l'articolo del Corriere della Sera.

Corriere del Pomeriggio, domenica 31 agosto 1913 - pag. 5
I risultati ufficiali della perizia
sulla morte della canzonettista Andressi
  Le riserve dell'autorità giudiziaria sulla morte dell'infelice canzonettista Elvira Andressi sono ieri cadute in seguito alla presentazione di un primo rapporto dei periti medici dott. De Dominicis e Castelli, sui risultati della necroscopia eseguita al Cimitero Monumentale e sulle ricerche compiute nei laboratori dagli stessi sanitari.
  I periti hanno giudicato che la morte dell'Andressi è dovuta unicamente all'azione del sublimato corrosivo ingoiato dalla canzonettista a scopo suicida.
  Sul corpo della suicida furono rilevate delle lesioni che dai periti stessi sono state giudicate insignificanti. A quanto ci consta si tratta di semplici abrasioni al gomito del braccio sinistro ed alla mano destra. Risultò inoltre che la defunta era affetta anche da una grave malattia costituzionale, conseguenza dell'esistenza sua depravata, tale da diminuire assai la resistenza del suo organismo.
  Di fronte a tali risultati vengono meno le dicerie di violenze usate dagli agenti di P.S. durante la nota ribellione al Carrobbio. Nessuna traccia di percosse al petto ed alla nuca della morta venne rilevata. Occorre notare che su questi punti l'autorità giudiziaria richiamò l'attenzione dei medici, perché era stato detto che l'Andressi era stata colpita da una piattonata al petto e da un colpo vibrato col calcio della rivoltella alla nuca.
  L'istruttoria tuttavia non sarà chiusa.
  Il giudice istruttore cav. Banzi si riserva di sottoporre altri quesiti ai periti medici per giungere alla scoperta della verità. Egli si prefigge di accertare la causa delle lievi abrasioni riscontrate al braccio ed alla mano della morta, e se l'Andressi sia mai stata fatta segno a maltrattamenti da parte di alcuno. Com'è noto, il signor Gerolamo Radice sostiene che la sera prima di quella sua tragica fine l'Andressi ebbe a mostrargli le ecchimosi al braccio, dicendo che erano le conseguenze di percosse da parte di un fratello, al quale essa aveva negato denaro.
  Resta però fin d'ora escluso – autorizza a dichiarare l'autorità inquirente – che le guardie abbiano usato violenze materiali contro la disgraziata canzonettista.

Ed ecco il più articolato pezzo dell'Avanti! in cui si percepisce tutta la delusione, e un persistente sospetto, per l'esito dell'autopsia.

Avanti!, domenica 31 agosto 1913 - pag. 4
Intorno alla morte della “Rosetta”
Le prime risultanze
della perizia necroscopica
   L'autorità giudiziaria, per bocca del giudice istruttore Banzi, dopo due giorni di assoluto mutismo ha comunicato ai giornali il risultato, niente affatto definitivo della perizia necroscopica eseguito sul cadavere della Rosetta dal dott. Saverio De Dominicis nel pomeriggio di mercoledì scorso. 
   Secondo il comunicato dell'autorità giudiziaria la morte sarebbe avvenuta per avvelenamento prodotto da sublimato corrosivo. 
   Il cadavere secondo le dichiarazioni del Banzi presentava abrasioni al gomito sinistro ed alla mano destra. 
   L'istruttoria dovrà accertarne le cause. Sono stati repertati alcuni frammenti delle visceri della morta per completare l'esame necroscopico. E, d'altra parte, sono stati posti ai periti numerosi quesiti per determinare, oltre l'azione del veleno, quali altri coefficienti possano eventualmente aver concorso a determinare la morte della disgraziata canzonettista. 
   Il dottor De Dominicis, da noi interpellato, si è limitato a smentirci la notizia che le visceri della Rosetta siano state completamente repertate per procedere ad un ulteriore esame chimico; ha ammesso che anche una sola pastiglia di sublimato possa aver prodotto l'avvelenamento; e ci ha infine dichiarato, a nostra richiesta, che la risposta data dall'autorità giudiziaria non è ancora definitiva, dovendosi attendere quelle che i periti daranno ai numerosi quesiti ad essi sottoposti, allo  scopo di far luce completa sulla repentina morte della Andressi. 
  Per conto nostro — animati come eravamo e come siamo — da desiderio di serena giustizia, ci limitiamo per ora a prendere atto — a puro titolo di cronaca — di questa primissima fase della complessa istruttoria, riserbandoci, naturalmente ogni giudizio e compiacendoci che la stessa  autorità giudiziaria abbia riconosciuta la legittimità delle nostre ipotesi alle quali non si potrà rispondere basandosi unicamente sui risultati della perizia necroscopica. 
  Non vi è però chi non comprenda la scarsezza dei dati forniti, per ora, dall'autorità giudiziaria. 
   A questo proposito è bene notare che per due giorni, dopo avvenuta l'autopsia, l'autorità ha taciuto quello che poteva, senz'altro, sembrare una risposta tranquillante.
   Perché?
  Si parla di abrasioni; e se ne cercano le origini. Eravamo noi dunque nel vero quanto affermavano, sorretti da una larga documentazione testimoniale, che la Rosetta era stata percossa dagli agenti?
  Attraverso le indiscrezioni dell'autorità giudiziaria sì apprende che sono state riscontrale abrasioni al gomito sinistro. Ed allora ecco che trova piena conferma l'episodio narrato dal brumista Quirino Ziliani, abitante in via Arena, 22. 
   «A un certo punto, egli ha detto, un agente che potrei riconoscere, afferrò la donna e la spinse con violenza contro il muro, facendovela battere con la spalla sinistra». 
   E' ben chiaro che ella debba aver tentato di attutire la violenza dell'urto. producendosi la contusione al gomito. 
   Se la morte non avesse rapita la disgraziata, noi avremmo egualmente sostenuta la necessità di precisare le cause che potevano aver prodotte, sul corpo della giovane donna, le ecchimosi  riscontrate prima dai parenti e poi dai medici fiscali. 
   Poichè affermiamo altamente che gli agenti di pubblica sicurezza non hanno il diritto di bastonare o di prendere a pugni gli arrestati. 
   E che questo sia un sistema, nessuno lo ignora: ricordiamo, per tutti, il caso del dottor Risi, arrestato in piazza Duomo e tanto malmenato da dover essere ricoverato nella infermeria del cellulare. 
   Un ultimo rilievo, per ora. L'episodio di piazza Vetra non fu generato da una ribellione agli agenti: e questo lo si dimostra col fatto che dei tre arrestati – tranne il fratello zoppo della Rosetta, – gli altri due (prima è vero delle nostre narrazioni!...) furono senz'altro rimessi in libertà pur essendo dei pregiudicati. Costoro sono proprio quelli che hanno assistito, già stretti fra le guardie, allo svolgersi dei fatti ed all'arresto della canzonettista. 
   Concludendo: l'autorità giudiziaria assicura di non aver terminato l'istruttoria per quanto riguarda la perizia necroscopica. 
   Non si parla ancora però, della istruttoria diretta a precisare come si siano svolti gli episodi di martedì notte; e non osiamo credere che questa parte di importanza capitale, la procura del re l'abbia affidata al questore Cosentino! 
   L'autorità non ha terminato il suo compito: ed anche noi, diciamolo subito, non abbiamo finito.

L'Avanti! poi pubblica anonimamente il parere di un medico che ha scritto al giornale e che avanza ulteriori dubbi sull'attribuzione della morte all'assunzione del sublimato corrosivo.
Il parere di un medico
Da un eminente medico riceviamo le seguenti importantissime considerazioni che avvalorano, con la serena parola della scienza, le nostre considerazioni e le nostre ipotesi.
Le pubblichiamo integralmente:
Milano, 30 agosto 1913
Onorev. Direzione
Giornale l' « Avanti! »,
   Giacchè constatiamo con soddisfazione come la vostra campagna perchè venga fatta luce completa sulla morte della canzonettista è davvero oltrechè coraggiosa, completa, crediamo a modesto contributo farvi pervenire le seguenti considerazioni di ordine medico: 
  1. E' a rigettarsi a priori la versione secondo cui la ragazza si producesse da sola ecchimosi e contusioni perchè colta da convulsioni, essendo esclusa in lei la presenza di costituzione isterica od epilettica. 
  2. Nella cedola d'accettazione della Sala tentati suicidi al punto interrogativo posto dal medico di guardia segue dichiarazione stesa dal dott. Medaglia che attribuisce la morte ad avvelenamento per sublimato corrosivo; è però a chiedere: quando il dott. Medaglia ha visitata l'ammalata? Non certamente prima della visita mattutina (ore 8.30) quando già essa versava in condizioni gravi. Il quadro sintomatico d'un avvelenamento acuto da sublimato, così grave da portare in poche ore alla morte, deve necessariamente essere così appariscente da venire rilevato facilmente anche da un profano. 
   Ci furono o no vomiti biliari, scariche alvine, lesioni della mucosa orale e della gola, oltre alla sindrome soggettiva? Tutto questo non è stato rilevato o l'ammalata non ha avuto! 
   Noi pensiamo che ciò sia stato omesso perchè la paziente non presentò:  una pastiglia dí sublimato del commercio (circa kg. 00 [sic] di bicloruro di mercurio) non è quantità sufficiente per produrre fenomeni così imponenti, tenendo conto che nel caso speciale è intervenuta una pronta lavatura gastrica. Tutt'al più l'esito letale in dannata ipotesi avrebbe potuto seguire a distanza di parecchi giorni come conseguenza di avvenute lesioni del rene.
   3. Conviene anche notare che, per ragioni ovvie che qui si omettono, la Sala tentati suicidi è la meno ambita dai Sanitari dell'Ospedale Maggiore che vi compiono niente più dell'obbligatoria prestazione di servizio: le suore che vi sono addette non usano, si capisce, tenerezze ai poveri malati candidati dell'inferno. 
  4. Sorvolando sulla scelta dei periti giudiziari (dotti quanto si voglia, ma ambedue con veste di periti fiscali; l'uno essendo perito di fiducia dell'Autorità giudiziaria, l'altro medico delle Carceri) l'esito dell'opera loro quale trapela dalla versione che un giornale della sera s'affretta a dare, che siansi cioè trovate tracce di mercurio negli intestini dell'infelice, non è affatto argomento di importanza decisiva. Basti pensare che la Rosetta già da tempo faceva cura mercuriale (iniezioni di sublimato corrosivo e di calomelano) per combattere una inferiore luetica, il che è sufficiente a spiegare la presenza di sali mercuriali anche in altri organi, come certamente sarà possibile fare ai sopramenzionati periti.
   Insomma sembraci che nella migliore delle ipotesi l'avvelenamento da sublimato entri soltanto come concausa di morte.  N. N. 

Segue poi un ulteriore approfondimento, con definitivo affossamento, della “Versione Radice”: una versione che però non serve più nemmeno alla polizia: perché affannarsi a dimostrare che le lividure sul corpo della Rosetta siano frutto dei maltrattamenti del fratello, quanto l'indagine autoptica ha trovato solo lesioni insignificanti? Questa messinscena sarebbe stata utile soltanto nel caso in cui l'autopsia avesse confermato le percosse come causa di morte.
L'episodio dell' “Hagy” è fantastico
Nuove, precise smentite
   Il signor Gerolamo Radice è andato a rapporto. Un cittadino qualsiasi, quando sa che è in corso un'istruttoria si reca alla procura del re, e depone per la verità e per la giustizia quanto gli consta.
    I poliziotti dilettanti fanno invece una corsa in questura. 
   Premesso questo, sciogliamo il riserbo impostoci ieri. 
• • • 
   Il ragioniere Polese-Santarnecchi, direttore dell'Arte drammatica ci ha per primo affermato: 
   — Il Radice ha fatto il mio nome fra coloro che avrebbero visto le famose ecchimosi. Invece io non ho sentito nemmeno una parola del colloquio fra la Rosetta e gli altri, per il buon motivo che ero con il signor Gatti nell'interno del caffè Hagy. 
   Il signor Guido Gatti, sentito a parte, ci ha ripetuto: 
   — Rammento vagamente che essendo entrato all'Hagy, dopo un certo tempo che non frequentavo più quel caffè, ho visto la chanteuse in conversazione con altri signori. Ma non ho sentito quello che dicesse. Era troppo distante, e con il Polese parlavo di tutt'altro.
   Il terzo teste, il signor Focherini, direttore del San Martino, ci ha affermato:
   — E' vero che la Rosetta, scesa di carrozza, mi pregò, di pagarle la corsa; ed è vero anche che essa m'accennò, senza entrare all'Hagy, al suo desiderio di lasciare Milano. Ma non ricordo che essa mi abbia detto di percosse ricevute dal fratello: e assolutamente escludo che la ragazza mi abbia mostrato le lividure denunciate dal Radice. Lividure che non potevano esservi sul suo corpo perchè la sera successiva al colloquio la Rosetta ha cantato al San Martino, ed io essendo sul palcoscenico ho potuto constatare che essa era, come di consueto, senza la minima scalfittura. 
  Quanto all'ultimo teste, signor Sanchioli, in presenza a persone di sicurissima fede ci ha detto: 
   – Io non ho sentito nè visto niente di quello che ha affermato il Radice. Sono arrivato al caffè, che la Rosetta aveva già finito di parlare con il signor Focherini, e con me essa ha parlato di nulla. 
   Per chiudere le nostre indagini su questo punto che non è che un diversivo procurato alla questura dal Radice, aggiungiamo quanto d'altro ci ha dichiarato il signor Focherini: 
  — La Rosetta ha parlato con me, in presenza di altri signori; e fra questi non ebbe certo una parte preminente il Radice, tanto che non ricordo nemmeno che egli abbia partecipato al colloquio.
***
  D'altra parte, mentre il signor Radice cerca ora di attenuare la sua prima versione e smentisce di aver visto in compagnia di altri e quindi riferito ai cronisti dei giornali cittadini che la Rosetta presentava delle ecchimosi al braccio ed al petto, gli stessi cronisti chiamati in causa sostengono fermamente che il Radice ha proprio detto di aver visto e con lui gli altri – le ecchimosi al braccio e al petto mostrate dalla canzonettista.

Segue ulteriore sarcasmo nei confronti della Pubblica Sicurezza: nel caso del fratello della Rosetta prendono per epilessia quella che è solo alienazione mentale (seguendo la definizione della Enciclopedia Italia della Treccani del 1929: “Sinonimo di pazzia. A rigore d'etimologia, il concetto di alienazione mentale implica un cambiamento profondo della personalità del malato, che deve trovarsi come "fuori di sé"”).

I funzionari di P.S.
hanno studiato medicina legale 
   E ne fanno sfoggio nel fornire informazioni a qualche cronista che beve grosso.
  Il caso del fratello della Rosetta che tratto in arresto l'altra sera ed accompagnato in guardina fu colto da improvvisa alienazione mentale è quanto mai pietoso. Egli, sono ormai ventiquattro ore, è ancora in uno stato stuporoso e ripete ancora il nome della disgraziata sorella. 
   I funzionari di P.S. – si è stampato – han detto che è un epilettico. 
   E si è detta e si è stampata una bestialità, poichè quello che conta, gli egregi sanitari dell'Astanteria di via Lamarmora non hanno riscontrato che l'Alessandro Andressi sia stato preso da epilessia, ma ritengono si tratti, appunto, di un caso di alienazione mentale.

L'Avanti! chiude con una nuova reprimenda nei confronti dell'inchiesta di polizia la quale, mentre è già aperta un'istruttoria giudiziaria, avrebbe soltanto la finalità di intimidire nuovi eventuali testimoni.

Ah! quell'inchiesta della questura!
   Nel quartiere di Porta Ticinese i poliziotti stanno svolgendo... l'inchiesta, quella famosa inchiesta della questura. 
   E sentite come: l'altra sera numerosi agenti in borghese se ne andarono in piazza Vetra e se ne stettero seduti per terra, sul rialzo della piazza, accovacciati, come in agguato. E quando o un ragazzo, o un vecchio o un pregiudicato veniva avvistato, gli agenti scattavano come spinti da una molla e piombavano addosso al malcapitato: 
  – Agguantalo che è un ladro ! Era la parola d'ordine.
   E sta bene. Fu così che undici persone vennero accompagnate, con buoni modi, dicono gli agenti, con pugni dicono gli altri – non importa! – alla Sezione II di P.S. in via della Signora e non a San Fedele per far le cose alla chetichella.
   Ieri, era già l'ora che volge il desio, e gli undici arrestati protestavano: erano accusati di qualche atto specifico? Ed allora essi chiedevano di essere inviati al Cellulare piuttosto che esser tenuti in una lurida guardina senza aria, senza luce, senza vitto e senz'acqua!
  Il commissario della Sezione, finalmente compresa la assurdità di quegli arresti... intimidatorii, finì per rilasciarli: ma volle farsi in merito verso il patrio governo e non fece dare ai malcapitati i due soldi di indennizzo, diciamo così, che ad essi spettavano. Bisognava fare economia: vi sono le circolari del Cosentino che sono famose a questo proposito. 
   Ricordate! Non dare, ai senzatetto e senza pane, il miserabile bono dell'alloggio e del vitto, più di una volta sola… 
   Ma anche questo, ora, non importa. Quello che ci preme rilevare è che l'inchiesta, la famosa nuova e non ultima inchiesta della questura, si riduca a fare degli arresti per misure… di prudenza: a invitare in questura coloro che han visto, per toglierli dalla circolazione. 
   Infatti certa Quartiroli Giuseppina, abitante in via Arena 22, che aveva assistito ai noti episodi di Piazza Vetra fu invitata in questura ieri mattina per deporre…  e, a quanto si assicura, non fece più ritorno… 
   Alle nove di sera non si era ancora vista. Perché? Mah!… 
   Dobbiamo ripeterci ancora? 
  Chi è che non vede l'enormità di una inchiesta poliziesca, mentre è aperta un'istruttoria giudiziaria: chi è che non comprende come l'ostentato zelo delle autorità di San Fedele, sorretto dalla opera in sordina dei poliziotti, non possa offrire alcuna garanzia: tutt'altro!

13. Una vicenda subito popolare
La storia di Rosetta diventa subito emblematica nell'ambiente della piccola malavita milanese, tanto da provocare tentativi di emulazione a due settimane di distanza! Sempre che non si tratti di (un'altra?) montatura della polizia.

Corriere del Pomeriggio, giovedì 11 settembre 1913 - pag. 6
Due nottambule che si avvelenano
in Questura
  In via Cappellari passeggiavano, questa notte, due nottambule – Maria Gennari di anni 20, abitante in via Brembo, 9, e sua cugina Gennara Gennari, di 23, domiciliata in via Vetraschi, 3, - quando furono avvicinate da vari agenti della seconda sezione di Questura i quali le dichiararono in contravvenzione. Le ragazze protestarono, si rifiutarono di seguire le guardie e una di esse si mise a gridare:  – Volete farci fare la fine della « Rosetta » ? – alludendo alla morte della canzonettista Andressi avvenuta dopo la ribellione alla guardie in via Torino.
  Pare che le due nottambule siano rimaste profondamente suggestionate dalla fine dell'Andressi: la quale, com'è noto, appena tratta in arresto – secondo le risultanze dell'inchiesta della Questura – si avvelenò.
  Infatti tanto l'una che l'altra appena condotte in Questura hanno tentato di avvelenarsi. La Maria Gennari mentre si trovava chiusa nella guardina di San Fedele ha ingoiato una sostanza venefica non ancora bene accertata. L'altra era stata introdotta nell'ufficio del vice-commissario Salerno della Sezione seconda, in via della Signora, quando a un tratto afferrò il calamaio ingoiando sorsi d'inchiostro. Il funzionario si precipitò su di lei per strapparle il calamaio ed ella si gettò a terra strillando disperatamente.
  Costei, poiché il suo tentativo non aveva avuto gravi conseguenze, fu condotta al Cellulare. La Maria Gennari ha ricevuto invece ricovero all'Ospedale dove non ha voluto specificare quale sostanza venefica ha ingoiato. I medici credono però trattarsi di sublimato corrosivo.

14. Dopo la morte di Rosetta: processi e malavita
L'iter giudiziario per la morte della Rosetta si completerà in un anno e mezzo, vedremo tra poco con quali esiti (i più attenti potranno già averlo intuito). Ma in questo breve lasso di tempo, tra l'agosto del 1913 e la fine del 1915, i fratelli Andressi avranno modo di salire ancora diverse volte agli onori della cronaca.

Il primo a uscire definitivamente dalle colonne dei giornali sarà il "fratello buono", Arturo. Sì, perché tra gli indagati per i fatti del 27 agosto, la notte della morte della Rosetta, oltre a un certo numero di agenti di polizia, continua a esserci anche il fratello Arturo che, a detta di tutti, si era limitato ad assistere la sorella dopo il primo assalto della polizia. E a differenza degli agenti, che attendono lo svolgimento del processo a piede libero, Arturo con il coimputato Antonio Marelli, resta detenuto. In novembre però, dopo l'opportuno stralcio della sua posizione richiesto dai suoi avvocati e accordato dai giudici, Arturo viene assolto, così come il Marelli.

Corriere della Sera, domenica 9 novembre 1913 - pag. 4
Il suicidio della "Rosetta"
e l'assoluzione del fratello
  Ritorna in scena la brutta vicenda di parecchi mesi fa, che ebbe come suo culmine drammatico la morte per avvelenamento della giovanissima etèra Elvira Andressi detta « Rosetta », e per la quale continua sotto il controllo del giudice istruttore Banzi l'istruttoria contro due agenti di P.S.: imputati di avere se non provocato la fine della disgraziata con busse e maltrattamenti come si era da prima dichiarato, contribuito tuttavia con le loro violenze a spingerla al suicidio per disperazione. Ricordiamo infatti che la « Rosetta » buttata a terra, a quanto si afferma, e calpestata dagli agenti, ingoiò quattro delle cinque pastiglie di sublimato corrosivo che portava seco in un tubetto riuscendo a ingestirne una e mezza circa, e rimettendo le altre.
  Occupandoci l'ultima volta di questo triste episodio giudiziario, accennavamo allo stralcio di altra causa, a carico di Arturo Andressi, fratello dell'Elvira, e di Antonio Marelli, i quali furono arrestati rispettivamente la notte stessa e il giorno seguente alla ribellione di cui ci occuperemo brevemente. La quale, ricordiamo a migliore intelligenza del processo di ieri contro entrambi costoro, ebbe due fasi, svoltasi la prima, come si disse, al Carrobbio e la seconda, poco distante, in Piazza Vetra.

Anche se può sembrare strano, è la prima volta che il
Corriere della Sera ammette l'esistenza di due fasi: a quasi tre mesi di distanza dai fatti, c'è arrivato anche il quotidiano milanese.
Qui c'è una novità: il giovane che chiede il rilascio della Rosetta, al termine della prima fase, non sarebbe stato il fratello, ma uno che si spacciava per lui.

Oltre all'Andressi, altri furono arrestati ma questi ultimi furono tosto rilasciati, mentre a quello andò il giorno dopo a tenere compagnia in carcere il Marelli che gli agenti affermano essere stato della partita.

Di seguito viene confermato che, assieme ad Arturo, quella sera, erano stati arrestati “altri”. Immaginiamo che il
Corriere della Sera intenda dire: alla fine della seconda fase, visto che dopo il “breve alterco” della prima non si fa cenno di arresti effettuati, salvo gli arresti tentati a carico delle “ragazze allegre”. Ma, sempre seguendo questa versione, gli “altri” vengono rilasciati subito, al contrario di Arturo Andrezzi e di Antonio Marelli che però era stato arrestato il giorno successivo.
Ribadiamo che i due sfortunati restano in carcere fino a novembre (più di due mesi), poi – fortunatamente – gli avvocati chiedono lo stralcio della loro posizione da quelle, più complesse, degli agenti, i quali però hanno l'indubbio vantaggio di poter attendere il processo a piede libero.


  Morta la Rosetta, il processo contro gli eventuali responsabili della sua tragica fine ed il processo per ribellione contro l'Andressi e il Marelli procedettero di conserva fino allo stralcio, avvenuto ad istanza dell'avv. F. Costa, patrono della famiglia Andressi costituita parte civile contro le guardie e ad un tempo difensore dei due imputati di ieri: provvedimento questo che trova la sua spiegazione nel fatto che l'istruttoria, più complessa e delicata nei riguardi dei due agenti accusati a piede libero di abuso di autorità e di violenze, richiedeva più vaste e più minute indagini, non peranco, come si vede, ultimate, mentre erano sempre detenuti e tali comparvero al processo, l'Andressi ed il Marelli.
  L'Andressi Arturo sostenne a sua difesa di non essersi trovato al Carrobbio quando avvenne l'arresto della propria sorella e tanto meno di avere partecipato alla ribellione. L'equivoco, secondo l'imputato, dipese dall'affermazione dello sconosciuto difensore della « Rosetta » che aveva giustificato il suo intervento con l'attribuirsi una parentela con la ragazza che non aveva.
  – Io – soggiunse l'Andressi – dormii in casa mia fin verso le 2 di quella notte, fino cioè a quando mi vennero a raccontare quanto era accaduto alla mia povera sorella.
  Ancora più semplice la difesa del Marelli:
  – Quella notte la passai interamente in casa della mia amante.
Beato lui!... Mica per altro: perché fu la sua salvezza, nonostante una delle due guardie incriminate per la morte della Rosetta abbia tentato di smentirlo, come tentò di smentire l'Andressi sostenendo che entrambi si trovavano fra i ribelli. La guardia infatti fu a sua volta contradetta [sic] dai testi a difesa, taluno dei quali confermò le violenze subite dalla « Rosetta » ed in qualche contraddizione cadde lo stesso teste d'accusa nella sua deposizione.

Con ogni probabilità la guardia incriminata sia ancora il Musti: o lui o il coimputato collega Santovito (talvolta riportato come Sanvito). Qui ancora una volta la ricostruzione (quanto suggerita dagli avvocati della difesa?) rimuove Arturo dalla scena della prima fase al Carrobbio: Arturo verrebbe soltanto svegliato da “qualcuno” che gli segnala le violenze subite dalla sorella. Si potrebbero poi fare mille considerazioni: perché invece di scendere in strada alle due di notte, col rischio di essere di nuovo investiti dalle guardie, cosa che poi puntualmente accade, Arturo non ha fatto salire in casa, e di corsa, la sorella?

  Il P.M. cav. Lampugnani concluse per l'assoluzione del Marelli per non provata reità e per la condanna dell'Andressi, nonostante le testimonianze a difesa a 50 giorni di reclusione. Chiese l'assoluzione di entrambi gli imputati il difensore, ed in questo senso giudicò il Tribunale presieduto dal cav. Salvi, ritenendo non provato che essi abbiano partecipato in alcun modo ai fatti loro imputati.
  La fine dell'istruttoria a carico degli agenti si annuncia prossima.

Nel frattempo arriva l'esito del processo di appello per il furto all'orefice Archenti avvenuto nell'ottobre 1912 e per cui Rosetta era già stata assolta in primo grado, un mese prima di morire. Nel processo di appello, nonostante gli indizi abbastanza chiari, e le difese piuttosto bizzarre (ricordate lo schizzo della gioielleria attribuito da Attilio Orlandi al fratello in previsione di un'altra rapina?): vengono assolti tutti, anche gli imputati principali!

Corriere della Sera, sabato 20 dicembre 1913 - pag. 4
CORTE D'APPELLO DI MILANO
Il processo pel furto all'orefice Archenti
chiuso con un'assoluzione generale
  I lettori ricorderanno il movimentato processo svoltosi quattro mesi or sono in tribunale contro i presunti autori e complici del furto di 15.000 lire [nei precedenti articoli si era parlato di 12.000 e di 20.000 lire n.d.r. ] di gioielli consumato nell'ottobre dell'anno scorso in danno dell'orefice Archenti.
  Le prove erano tanto indiziarie che i giudici allora mandarono assolta la maggior parte degli imputati, fra cui la giovane mondana Rosetta Andressi, che morì poco tempo dopo in circostanze misteriose, e condannarono l'amante di costei, Attilio Orlandi a un anno e 9 mesi di reclusione ed Emilio Gambini a un anno e mezzo della stessa pena. 
  Contro tale sentenza i due condannati ricorsero in appello, e ieri venuta la causa in discussione dinanzi alla Corte, presieduta dal cav. Jona, i magistrati, in seguito alla difesa degli avv. U. Marcora e Romita e alle favorevoli conclusioni del P. M. cav. Biasioli, mandarono assolti l'Orlandi e il Gambini per non provata reità.

Sono passati poco più di sei mesi dalla morte di Rosetta e suo fratello Edmondo continua a fare il teppista. Ormai i giornali quando lo citano, nonostante il curriculum criminale piuttosto corposo, risalente a diversi anni prima, non posso fare a meno di menzionare la sorella.

Corriere della Sera, martedì 3 marzo 1914 - pag. 7
Ultime di Cronaca
Un tumulto alla fiera di porta Genova
provocato da un pregiudicato
  Ieri sera sulla mezzanotte, alla fiera di porta Genova, è successo un tumulto indiavolato per causa del contegno di un pregiudicato, certo Edmondo Andressi, di 22 anni, abitante. in corso Ticinese, 46. L'Andressi è fratello di quella canzonettista Rosetta che morì in seguito ad avvelenamento procuratosi con delle pastiglie di sublimato corrosivo, ingoiate mentre la guardie la traevano in arresto.
  Il giovanotto — che altre volte ha avuto a che fare con le guardie — si aggirava nella folla e teneva un contegno indecente, molestando le donne. Naturalmente il contegno del giovinastro provocò numerose proteste, ma egli non se ne impensierì gran che, e continuò, uscendo anche in minacce.
  Allora si mossero alcuni uomini che lo affrontarono invitandolo a smetterla, pronti, in caso contrario, a dargli una buona lezione. Il contegno provocante dell'Andressi fece nascere un violento pugilato, al quale parteciparono parecchi, tra le grida delle donne che fuggivano spaventate. 
  Accorsero anche alcune guardie, le quali, saputo di che cosa si trattava, invitarono l'Andressi al Commissariato. Ma il giovanotto si rifiutò di seguirle e tentò di svignarsela, così che si impegnò una nuova colluttazione tra lui e gli agenti. Finalmente fu afferrato, ammanettato e trascinato a viva forza davanti al delegato Sedelmayer, che lo fece rinchiudere in guardina.
  Ma neanche là dentro l'Andressi si quetò, anzi diede in tali escandescenze che si credette opportuno farlo ricoverare all'Astanteria di via Lamarmora, ove fu accolto altra volta.

E arriviamo al 15 aprile 1914, meno di otto mesi dopo la morte della Rosetta. Un altro episodio "di ribellione" alle forze dell'ordine sempre in una zona vicinissima a piazza Vetra, ovvero nella ormai scomparsa via Olocati, porta nuovamente alla morte di una persona del giro di Rosetta: si tratta Arturo Orlandi, fratello di Attilio, il Buterin, amante di Rosetta e da poco scagionato del furto nel negozio dell'orefice Archenti. Questa volta la battaglia nasce a fronte di un tentativo di furto presso un negoziante di ombrelli e ventagli. Il che conferma da un lato l'effettiva coesione e resistenza attiva della malavita di quartiere e dei suoi fiancheggiatori di fronte alle operazioni di polizia, dall'altro una certa sbrigatività delle forze dell'ordine nel passare alle vie di fatto. Anche se solo marginalmente connesso con la storia della Rosetta, ma poi vedremo spuntare anche il fratello Edmondo Andrezzi in una seconda fase, vale senz'altro la pena di leggere il racconto della gigantesca rissa con morto e due feriti gravi, resa con toni particolarmente vividi sulle colonne del Corriere della Sera (che, a differenza dell'Avanti! tende sempre a privilegiare la versione della Questura). Impressionante, tra l'altro, come apparentemente molti dei partecipanti, in caso di necessità, fossero in grado di estrarre una rivoltella, compreso un operaio della Edison, la società dell'energia elettrica.

Corriere della Sera, giovedì 16 aprile 1914 - pag. 6
Mezz'ora di battaglia
di un centinaio di teppisti contro due vigili e un bersagliere
Un vigile gravemente ferito spara uccidendo un uomo e ferendone un altro
  Ad una concatenazione di episodi di violenta ribellione e di sangue ha dato luogo ieri sera la sorpresa in flagrante e l'inseguimento di un ladro.
  Il fattaccio, che è cominciato in un modo comunissimo, è andato assumendo un carattere di eccezionale gravità, ed ha culminato in una vera rivolta degli elementi teppistici di un intero quartiere contro gli agenti dell'ordine. Il delinquente in fuga ha disseminato lungo la sua corsa la parola della ribellione, provocando un conflitto le cui conseguenze sono state dello più gravi.
  Erano circa le 20. Il signor Desiderio Antonioli, che ha un negozio di ombrelli e ventagli in corso Ticinese, 68, ordinava ad un suo nipote di 16 anni, di nome Angelo, di salire all'appartamento posto al secondo piano per prendere alcuni oggetti. Il giovanetto saliva infatti, ma si arrestava sorpreso sul pianerottolo avendo visto l'uscio dell'appartamento socchiuso e scassinato. Preso dalla paura, si affrettò a ritornare in negozio dove raccontò la scoperta. 
  L'Antonioli, lasciato un garzone in bottega, poneva un suo parente a guardia dei portone di casa ed egli usciva sulla via in in cerca di un vigile. Il giovanotto intanto, all'insaputa di tutti, evidentemente spinto dalla curiosità, ebbe l'imprudenza di risalire all'appartamento. E questa volta nel fare i gradini marcò assai forte il passo colla evidente intenzione di farsi sentire. E riuscì nel suo intento, giacchè stava per raggiungere il pianerottolo del secondo piano, allorchè dall'uscio della casa sbucò in tutta fretta un giovanotto alto e scamiciato, che brandiva un pezzo di ferro. Egli con uno spintone fece ruzzolare a terra il giovane ed a precipizio scese le scale, e prima ancora che l'uomo di guardia alla porta potesse affrontarlo, aveva già raggiunta la via dandosi alla fuga.
Un inseguimento drammatico 
  Il giovanetto intanto si era rialzato e gridando al ladro si era messo ad inseguire l'individuo in fuga. Anche altre persone si aggiunsero al giovane nella caccia, ma con poco risultato, poiché il ladro aveva addirittura le ali al piede ed era già riuscito a distanziare grandemente i suoi inseguitori. 
  Egli aveva già risalito il corso Ticinese fino all'altezza di via Vetere, quando gli si parò dinanzi, sbarrandogli il passo, un vigile che si trovava là di servizio e che si era insospettito di quella corsa pazzesca. Il vigile ora certo Giovanni Ripamonti, di 28 anni, abitante in via Ripamonti, 38, un uomo alto e forte, che non esitò un istante ad affrontare il fuggitivo. 
  Ma questi con rapida mossa alzò la leva di ferro che teneva ancora impugnata a difesa e calò un colpo addosso al vigile. Il Ripamonti tentò schivare la botta direttagli in pieno, ma rimase colpito ad una mano e dalla ferita cominciò a sgorgare abbondantemente il sangue. Non si perdette d'animo e si pose alle calcagna del fuggitivo, che aveva imboccato via Vetere. Intanto al vigile si era unito anche il bersagliere Alfredo Jaschi del 12° reggimento, prima compagnia, il quale era sopraggiunto nell'istante in cui il vigile era rimasto ferito. A metà di via Vetere egli aveva già raggiunto il ladro e stava per afferrarlo, ma questi ricorreva ancora alla leva e tirava un altro colpo al soldato. 
  Per fortuna però questa volta il colpo andò a vuoto, e l'inseguimento continuò più accanito che mai. La gente in via Vetere, poi in via Arena, sostava spaventata alla scena inattesa, ma nessuno aveva il coraggio di affrontare lo scamiciato, che ad intervalli si volgeva minaccioso con l'arme in mano. 
  Ad un certo punto di via Arena, visto che l'individuo aveva una resistenza a tutta prova, il vigile, un po' per intimorirlo, un po' per provocare l'intervento di qualche guardia, estrasse la rivoltella e sparò due colpi in aria. 
Solidarietà teppistica 
  I due colpi di rivoltella impressionarono evidentemente il fuggitivo, che, stanco, estenuato, cominciò a perdere terreno. 
  Il Ripamonti, dal canto suo, raddoppiò di vigore e riuscì a portarsi vicino al ladro e ad afferrarlo. Questi si dibattè disperatamente, poi si pose a chiamare aiuto, gridando in milanese: — Sono il Noè! aiuto!... aiuto!.., vogliono ammazzarmi, vogliono condurmi in prigione!... 
  Il gruppo erasi fermato quasi all'angolo di via Arena con via Olocati a pochi passi da una bettola che si trova nella casa N. 33 e che è famosa come albergo della malavita. [Si tratta della casa in cui era nata la Rosetta n.d.r.] Il temporale aveva fatto rifugiare nell'osteria gran numero dei frequentatori del quartiere e la sala era piena. 
  Le grida disperate del ladro misero i bevitori in subbuglio. Colui che invocava aiuto era ben noto e molti di quelli che si trovavano là erano suoi amici. In un attimo tutti furono fuori ed il gruppo formato dall'arrestato e dai suoi inseguitori si trovò improvvisamente circondato da una cinquantina di persone ostili e minacciose. Ad essi si unirono altri accorsi dalle case vicine e parecchie donne. 
  In un attimo il bersagliere Jaschi venne separato dal vigile e circondato da un gruppetto di furibondi che presero a percuoterlo ed a malmenarlo. Il vigile, che teneva stretto l'arrestato e si ostinava a non lasciarlo, fu a sua volta investito e percosso furiosamente. Pugni, calci, colpi di ombrello... le donne specialmente si mostravano accanite contro il disgraziato, percuotendolo in viso e sul capo con gli ombrelli. In pochi secondi il Ripamonti si trovò col viso sanguinante, la giacca strappata, pesto e contuso in ogni parte. Ma con tenacia mirabile, nonostante i colpi, pur cedendo terreno ed indietreggiando passo passo, più portato che spinto dalla calca dei suoi aggressori, tenne fermo l'arrestato ed aiutandosi anche col braccio ferito riuscì ad impedire che gli fosse strappato di mano. 
  La sua resistenza non poteva però ormai essere che di pochi minuti: il valoroso vedeva che il bersagliere, a pochi passi da lui, faceva sforzi eroici per liberarsi e correre in suo soccorso e si sforzava, con uno sforzo supremo di tener testa, per dar tempo all'altro di correre in suo aiuto. 
  Ma anche gli aggressori si rendevano conto di questo fatto: raddoppiarono perciò gli sforzi e se non riuscirono a liberare l'arrestato, pervennero a cacciare il vigile dentro l'osteria. 
  Fu un momento terribile pel Ripamonti che. circondato dalla folla furiosa e portato lontano dall'unico che potesse portargli appoggio, si vide in condizioni disperate. In quel momento, visto in fondo all'osteria un operaio della Edison che gli era noto di vista, lo chiamò, invocandolo in suo aiuto. L'operaio, che stava titubante ed incerto sul da fare, all'appello del vigile si risolse ed estratta una rivoltella, sparò due colpi in aria.
Selvaggia battaglia   I due spari produssero qualche secondo di indecisione fra quelli che circondavano il Ripamonti, il quale ne approfittò per riprendere fiato e per mettersi nelle migliori condizioni possibili per fronteggiare il nuovo assalto. Questo non si fece attendere e fu più grave di tutti quelli che lo avevano preceduto. Quattro o cinque uomini vigorosi si lanciarono addosso al vigile e presero a colpirlo con pugni al capo cd al viso. Altri gli afferrarono le braccia e le gambe, stringendolo, picchiandolo, mordendolo. 
  Scosso, sballato, sollevato da terra, il vigile fu costretto finalmente a lasciare l'arrestato che, fra le urla di trionfo dei liberatori, venne spinto in mezzo alla strada ed incitato alla fuga. 
  Ma prima che il ladro, che aveva ricevuto una parte dei colpi diretti ai vigile, avesse potuto rimettersi e pensare alla fuga, il bersagliere, che pur non essendo riuscito a giungere sino al Ripamonti si era però liberato dei suoi aggressori, lo afferrava, togliendoli [sic] ogni speranza di scampo. 
  Nel tempo stesso in appoggio al Ripamonti, arrivava un valido aiuto. 
  In corso Ticinese, nel momento in cui avvenivano la fuga e l'inseguimento, si trovava anche il vigile urbano Del Frate. Egli, visto l'assembramento, si era messo a correre, ma trovandosi molto lontano non potè giungere in tempo per prendere parte alla prima fase della drammatica lotta. 
  Arrivava però in un momento estremamente difficile, portando un aiuto decisivo. 
  Infatti, vedendo che il soldato aveva ripreso il fuggitivo, la folla si riaggruppò ostile intorno ai due, lasciando momentaneamente libero il Ripamonti. Questi ne approfittò per portarsi vicino al bersagliere e prestargli il suo aiuto. Il Del Frate arrivò in quel momento e menando gran colpi col calcio della rivoltella, riuscì a portarsi vicino ai due che, impegnati in una nuova, furiosa colluttazione, si difendevano disperatamente. 
  Il nuovo arrivato sparò due colpi in aria, sperando di spargere un po' di timore e di indecisione nella folla, ma non ottenne quanto desiderava. Anzi gli aggressori, ben comprendendo che la lotta stava per diventare vana, si serrarono addosso ai tre, in un ultimo supremo sforzo, moltiplicando i colpi con ferocia incredibile. 
Tragico epilogo 
  Il bersagliere ed il Ripamonti erano estenuati; il Del Frate, per quanto in migliori condizioni, si trovava però impegnato in una impresa superiore alle forze di un sol uomo.
  D'altra parte la resistenza aveva inferociti gli assalitori. Specialmente quel gruppo di quattro o cinque che già prima si era serrato addosso al Ripamonti, si mostrava deciso a finirla. Lampeggiò qualche coltello; vari colpi furono parati appena ed in malo modo. Il Del Frate intuì il pericolo ed alzata la rivoltella tentò di sparare qualche colpo in aria. Ma l'arma fece cilecca. 
  Nello stesso tempo uno dei più indemoniati assalitori, un individuo basso e tarchiato che già si era distinto per la violenza e la brutalità, si lanciò sul Ripamonti. Egli impugnava un coltello da cucina dalla lama larga e forte e gridava che voleva finirlo. 
  Il Ripamonti se lo vide venire addosso e comprese tutta la gravità del pericolo. Se fosse stato meno estenuato avrebbe certamente opposto una diversa difesa; ma si reggeva a mala pena in piedi ed era battuto e percosso da più parti. La mano che stringeva la rivoltella si alzò e fece partire, uno dopo l'altro, due colpi. 
  Seguirono due urla dolorose; poi un silenzio che, dopo il tumulto di prima, era profondamente tragico. 
  Gli aggressori si erano improvvisamente sbandati riunendosi in vari gruppi lontano: per terra, due di loro, si contorcevano, lamentandosi penosamente. Anche il Ripamonti, che nell'atto della difesa aveva compiuto l'ultimo sforzo di cui era capace, cadeva, preso da momentaneo deliquio. 
  Qualche minuto dopo, agenti di pubblica sicurezza e vigili, che la notizia di quanto era accaduto aveva raggiunto, accorrevano da tutte le parti. 
  Il ladro, che il bersagliere Taschi [la grafia del nome del bersagliere oscilla tra Jaschi e Taschi n.d.r.] teneva sempre, venne preso da due dei nuovi venuti e portato al Commissariato; gli altri intanto si affaccendavano intorno ai caduti. 
  L'aggressore del Ripamonti era stato colpito in pieno viso e rantolava; l'altro era invece colpito al basso ventre, e comprimendosi con le mani la ferita, si lamentava e piangeva. Vennero adagiati su una vettura e trasportati all'Ospedale Maggiore. 
Le vittime 
  Con un'altra vettura venne portato all'Ospedale Maggiore il Ripamonti, che era ferito in più parti e perdeva sangue dal naso e dalla bocca. All'Ospedale Maggiore i feriti vennero ricevuti dal dott. Redaelli che prestò loro le cure del caso. Si procedette poi alla identificazione dei due feriti dal Ripamonti. L'aggressore del vigile venne riconosciuto per Arturo Orlandi, d'anni 30, calzolaio, abitante un tempo, con altri fratelli, in Alzaia Pavese n. 42. Da un pezzo però era senza fissa dimora e non faceva più il calzolaio: la Questura gli sospettava una nuova occupazione. Infatti nelle sue tasche venne, fra altro, trovato un grimaldello. Il proiettile lo aveva colpito allo zigomo sinistro ed era entrato nel cervello: le sue condizioni, quando giunse all'Ospedale, erano disperate. Morì infatti poco dopo. 
  Nell'altro ferito si riconobbe certo Orfeo Franchini, d'anni 18, abitante in via Malghera, 10, cameriere disoccupato. Il proiettile lo ha colpito al ventre producendogli una gravissima ferita: dovette essere subito operato di laparatomia e si trova in condizioni disperate.
  Anche il vigile Ripamonti è in condizioni gravi. Le ferite e le contusioni superficiali non si contano; ma sono tutte di poca gravità: si temono invece serie lesioni interne perché il valoroso agente ha frequenti colpi di tosse con sputi sanguigni e presenta sintomi di commozione viscerale. 
  Sul luogo della tragica lotta si è recato il commissario Pastore con numerosi agenti e venne iniziata una inchiesta per identificare quelli che hanno preso più attiva parte all'aggressione.   
Da poco i feriti erano stati trasportati all'Ospedale, quando all'agente scelto Piazzese, di guardia, si presentava un giovanotto che domandava notizie dell'Orlandi, e dichiarandosi per un suo fratello, chiese di poterlo vedere. La guardia accondiscese subito al suo desiderio e il dottor Redaelli, che era presente, si offri di accompagnare il giovane nella cella mortuaria ove era già stato trasportato l'Orlandi. 
  Davanti al cadavere avvenne una scena drammatica. Il fratello usci dapprima in alcune imprecazioni, poi si chinò sul morto e Io baciò piangendo e mandando lamenti. Dovette essere strappato di là a viva forza e accompagnato verso l'uscita.
Scene di violenza all'Ospedale 
  Mentre si svolgeva la scena, nell'ufficio di pubblica sicurezza ne accadeva un'altra. Due giovanotti, pur essi fratelli del morto, si presentavano all'agente Piazzese e con fare prepotente e vociando come energumeni richiedevano di vedere il fratello. La guardia li invitò a tenere un contegno meno scorretto, ma i due cominciarono a dare pugni sul tavolo, gridando ingiurie alle guardie ed improperi. Allora furono invitati ad allontanarsi, ma essi, più che mai eccitati, gridavano che volevano vedere il fratello. Uno di costoro, mordendosi le mani e stracciandosi in un impeto di rabbia le maniche della giacca, si gettò a terra dibattendosi come se fosse impazzito e sferrando calci all'indirizzo del Piazzese. Al rumore era intanto accorso anche il capo posto Losito in aiuto del compagno. Nella piccola stanza si accese allora una colluttazione furibonda che minacciava di non aver fine, neanche coll'intervento degli infermieri, accorsi pur loro alle grida. Ad essa prese parte anche il terzo degli Orlandi, di ritorno dalla cella mortuaria. 
  Si pensò allora di telefonare alla Questura centrale donde partivano subito cinque o sei agenti della squadra mobile col delegato Coglitore, i quali dovettero trascinare a forza, non senza essersi impegnati in una nuova lotta, i tre individui sulla via. Parve allora che gli Orlandi si fossero acquetati ed il gruppo procedette senza incidenti fino in via Pattari. Quivi giunti, gli arrestati, i quali avevano notato la presenza sulla via di alcuni individui dei bassifondi, diedero di nuovo in ismanie e si gettarono a terra urlando e dibattendosi. 
  Nuova colluttazione colle guardie durante la quale andarono infrante le vetrine del bar Pirola, provocando l'agglomeramento di una enorme folla di curiosi, dal corso Vittorio Emanuele. 
  Ma le guardie, dato il loro grosso numero, ebbero in breve ragione dei violenti e li trascinarono entrambi a San Fedele, seguiti da un lungo codazzo di persone. A San Fedele vennero chiusi subito in guardina in attesa che si calmassero. 
  I tre fratelli del morto si chiamano: Giuseppe, venticinquenne, assistente edile; Italo, ventenne, manovale e Attilio, ventunenne, pure assistente edile. L'Attilio fu l'amante di quella Rosetta, donna della malavita di cui si ebbe ad occupare già e lugubremente, la cronaca. E' colei infatti che si avvelenò durante una violenta ribellione al Carrobio [sic], mentre veniva tratta in arresto. 
  L'Orlandi ucciso è un ex-vigilato speciale e stette qualche tempo anche al domicilio coatto. Era insomma un pregiudicato pericoloso ed ora era attivamente ricercato dall'autorità di P. S. 
  Altri particolari 
  Altri due individui vennero tratti in arresto perchè parteciparono a queste ribellioni che dovevano avere un epilogo tragico. Essi sono certi: Aristide Piccaluga, d'anni 31, suonatore ambulante, abitante in via Olocati, 37 e Sante Mariani, d'anni 19, operaio, dimorante in via Olocati, 33. 
  Durante la ribellione in via Pattari, l'agente di polizia, Carmelo Pizzi, riportò un morso ad una mano. 
  A San Fedele il vigile urbano Del Frate al delegato Coglitore ed al commissario Patella fece una diffusa narrazione dell'accaduto. Ricostruendo la violenta scena, egli confermò di avere sparato un colpo in aria allo scopo di intimidire e spaventare i rivoltosi e potersi così lanciare in aiuto del suo collega impegnato e minacciato nella ribellione e costretto a sostenere una lotta terribilmente impari. Avrebbe voluto sparare nuovamente in aria, per diffondere ancor più il panico nella folla, ma la rivoltella non funzionò più. Ed il vigile fece constatare ai due funzionari come l'arma fosse guasta. 
  Della rivoltella, sebbene inadoprabile, il Del Frate si servì ugualmente come strumento di minaccia. Egli infatti continuò a serrarla in pugno come avesse voluto ancora sparare, riuscendo cosi a fare un certo vuoto intorno alla sua persona. 
  Nella notte la polizia ha messo in azione tutti i suoi più rapidi ed efficaci mezzi d'indagine. Il quartiere che comprende la vie Olocati e la via Arena — due strade in cui pullula spaventosamente la malavita e dove hanno molti ladri e teppisti di ogni specie e donne del marciapiede i loro rifugi abituali — è stato questa notte battuto e scandagliato da pattuglie di guardie organizzate dal vice-commissario Sedelmayer. Tutte le locande, le infime osterie e molte case che ospitano di consueto pregiudicati e altri individui che cercano di sottrarsi alle ricerche della polizia, vennero visitate. Sono stati compiuti numerosi arresti. 
  L'osteria in via Olocati, 33, è stata immediatamente chiusa. Mentre si trovava in una guardina di San Fedele, uno dai fratelli Orlandi, quello a nome Giuseppe, è stato assalito da una crisi violenta di convulsioni ed è stato trasportato all'Astanteria di via Lamarmora con una lettiga della Croce Verde.
  A quanto pare però Giuseppe Orlandi è anche un simulatore: le sue convulsioni non erano che una finzione per prepararsi il terreno di difesa. Il dottore dell'Astanteria, infatti, ha dichiarato che, nonostante le sue smanie ed i suoi gesti convulsi, egli si trovava in condizioni normali. Ed ha provveduto perchè venisse trasportato di nuovo a San Fedele. 
  Per coadiuvare la Questura nelle sue indagini, si è recato questa notte a San Fedele il segretario del riparto vigili urbani avv. Cappettini. Egli ha dichiarato che l'autorità municipale terrà i due vigili urbani, il Del Frate e il Ripamonti, se quest'ultimo riuscirà a salvarsi, a disposizione dell'autorità giudiziaria.

Il giorno dopo nel quartiere si fa una colletta per comprare qualche corona di fiori per l'Orlandi ed Edmondo Andressi è tra i protagonisti.

Corriere del Pomeriggio, venerdì 17 aprile - pag. 6 e
Corriere della Sera, sabato 18 aprile 1914 - pag. 6
[il testo che segue  è una miscellanea tra i due]
Un comitato di tre pregiudicati
per onorare l'ucciso nella ribellione
I fondi per le corone sotto sequestro 
  Gli arresti finora eseguiti per la ribellione di via Olocati sono cinquantotto. Uno dei giovani condotti stanotte in Questura è certo Lodovico Villa, di 23 anni, abitante in via Vetraschi. il quale frequenta la mala vita non ostante sia proveniente da buona famiglia. Suo padre ha un negozio di cappellaio a porta Genova.
  Perquisito dagli agenti, gli è stata scoperta, sotto gli abiti una di quelle borse che si adoprano in chiesa per raccogliere le elemosine. in tela azzurra, chiusa con lucchetto e una cerniera e munita dell'apertura per introdurvi le monete. Sull'orlo si legge: « Luoghi Pii Elemosinieri ».
  Il commissario Pastore, capo della squadra mobile l'ha interrogato: — Dove hai preso questa borsa?
  — E' mia. La posseggo da anni. Contiene 64 lire raccolte da me fra i compagni del povero Arturo Orlandi, ucciso dal vigile. Noi avevamo deciso di deporre sul suo feretro quattro corone, oggi al tocco e mezzo quando avranno luogo i funerali. Le corone dovevano costare 100 lire. Io stavo per raggiungere questa somma tra i miei amici, quando stanotte all'una gli agenti mi hanno arrestato in via Chiusa.
  — Il racconto che mi fai — ha risposto il funzionario — può essere vero e può anche non esserlo. In ogni modo io ti sequestro la somma come denaro di provenienza ancora non accertata.
  — Questo denaro è sacro, è destinato a esprimere l'ultimo tributo d'affetto a un povero amico.
  — Io non posso mandarlo che al procuratore del Re. 
  L'arrestato ha poi ripreso la sua calma nella fiducia che il procuratore del Re gli renda giustizia. Ma l'episodio non è finito qui.
  Le chiavi della borsetta erano in possesso dei vari membri del sedicente Comitato sono per tributare le estreme onoranze all'ucciso e cioè: una al Villa; una al ventiduenne Edmondo Andressi. di 22 anni, [sic] fratello della canzonettista Rosetta che si avvelenò in via Torino; e la terza al fabbri [sic] Domenico Rossi, di 25 anni, abitante in via Vetraschi, 16. Il Rossi e il Villa sono fra gli arrestati. L'unico membro del Comitato rimasto in libertà è Andressi il quale saputo che i fondi della raccolta erano sotto sequestro è corso a date l'allarme all'avv. Rota-Rossi e al fiorista incaricato di eseguire le quattro corone.
  L'uno e l'altro sono accorsi in Questura per reclamare la restituzione, ma il commissario Pastore ha dovuto loro ripetere la risposta data all'arrestato. Il fiorista — Ganzerla — che ha il suo negozio in via Paolo da Cannobio è rimasto male: — Ma io ho lavorato tutta notte per confezionare le quattro corone che ora son pronte. Chi me le paga? E che ne faccio io se nessuno me le paga?
  — Ma — ha opposto il commissario — se quattrini fossero di provenienza furtiva? Per esempio: sulla borsetta è scritto « Luoghi Pii Elemosinieri ».
  — La borsetta — ha risposto il fiorista —non può essere stata rubata. L'ho vista in mano a quei giovani tante volte, per lo meno da otto anni. 
Un'inchiesta municipale
  Mentre procedono ininterrotte le indagini dell'autorità di P. S. per identificare tutti quegli altri individui che presero parte alla tragica scena di via Olocati, in difesa di un malvivente, anche il Commissario regio, conte Olgiati, ha ordinato per proprio conto una minuziosa inchiesta sul grave fatto, affidandone l'incarico al segretario del III reparto, avv. Cappettini e al delegato municipale rag. Resta. Entrambi fin da ieri hanno proceduto all'interrogatorio di molte persone che furono presenti al fatto, e potranno a suo tempo fornire all'autorità giudiziaria degli interessanti elementi di prova.
I funerali e l'autopsia
  Ieri ebbe luogo il trasporto funebre dell'Arturo Orlandi che rimase ucciso da un vigile nella violenta ribellione avvenuta sere sono in via Olocati. Molto tempo prima dell'ora fissata per i funerali, nell'entrata e nel cortile dell'Ospedale Maggiore si osserva un movimento insolito. Oltre i parenti, intimi e lontani del morto, si notano gli amici, di ogni sesso ed età, che vogliono rendere un'ultima prova di attaccamento al defunto. Ma tra la varia folla, dove si notano molti curiosi, sono anche molte guardie di P. S. e all'entrata dell'Ospedale staziona un gruppo di carabinieri. Precauzioni queste prese dall'Autorità per timore di qualche disordine, dato che fra gl'intervenuti non mancano certo i pregiudicati.
  All'ora fissata, le 13.30, il Corteo si muore dal cortile, diretto al Cimitero Monumentale. Sul carro di terza classe sono state deposte numerose corone di garofani rossi. Oltre quelle dei parenti ve ne sono tre: degli Amici di piazza Vetra, degli Amici di via Olocati e degli Amici di via Arena. Il corteo, preceduto da una squadra di agenti di P. S. attraversa la città passando per via Paletta, Chiaravalle, Bottonuto, Tre Alberghi, Dante. Legnano, viale Volta e piazzale Cimitero. La folla che era sparsa nel cortile e fuori dell'Ospedale, lungo il tragitto, si va assottigliando finchè rimangono solo le amiche e gli amici che seguono il carro fino al Cimitero. Di questi ultimi però, prima che si iniziasse il funerale, una decina furono invitati in Questura dal delegato De Benedetti per misura di P. S.
  Un compagno lesse un discorso nel quale parlò del morto, al quale mandò un saluto di rimpianto e un ultimo addio. Alla fine tutti, amici e amiche, strappano dalle corone ciascuno un garofano per serbarlo come ricordo dell'amico morto.
  Dopo i funerali ebbe luogo l'autopsia ordinata dall'autorità giudiziaria, ed eseguita dai dottori Momo e Redaelli. Presenziava il giudice istruttore avv. Carbone assistito dal cancelliere Garnaschelli. I dottori hanno constatato che la morte dell'Orlandi avvenne in causa del colpo di rivoltella sparato dal vigile e rinvennero il foro d'entrata alla guancia sinistra e il foro d'uscita alla nuca.

Il processo a carico degli agenti per la morte di Rosetta prosegue: arrivano i mandati di comparizione.

Corriere della Sera, giovedì 7 maggio 1914 - pag. 7
Sette mandati di comparizione 
per la morte della "Rosetta"
  I lettori ricorderanno certamente quel triste episodio svoltosi mesi sono e nel quale lasciava la vita la giovane e bella mondana [nell'edizione successiva: una giovane nottambula n.d.r.], Rosetta Andressi. Costei venne compresa, una notte, in una retata fatta da un pattuglione di agenti al Carrobio: vivamente impressionata, ingoiò delle pastiglie di sublimato corrosivo e nella mattinata seguente moriva all'Ospedale Maggiore. Ma su quella morte sorsero dei gravi sospetti concretati in una denuncia sporta da un fratello della Rosetta contro gli agenti che avevano arrestata la donna e che l'avrebbero maltrattata e percossa al punto — sempre secondo il denunciante —da causarne la morte.
  L'istruttoria, che mira a stabilire le vere causo del tragico epilogo di un episodio così comune nei bassi fondi milanesi, dura tuttora ed ora il giudice istruttore avv. Banzi ha spiccato mandato di comparizione nei riguardi di sette agenti di P. S., che dalle indagini risulterebbero responsabili di abuso di autorità e alcuni di essi anche di lesioni.

Ma gli Andrezzi continuano a colpire imperterriti: in questo episodio troviamo Alessandro (che nel primo articolo viene chiamato Carlo) borseggiare in complicità con il già citato Attilio Orlandi, "il Buterin", (l'ex-amante di Rosetta e fratello di quell'Arturo morto venti giorni prima).

Corriere del Pomeriggio, sabato 23 maggio 1914 - pag. 7
Uno straniero borseggiato in tram
  Il signor Carlo Kayser, un ricco signore tedesco di passaggio con la famiglia per la nostra città, ieri si recò a visitare la Pinacoteca di Brera, e verso le 11 volendo ritornare all'albergo montò su di un tram della linea porta Volta-piazza del Duomo, prendendo posto sulla piattaforma posteriore.
  A un certo punto salirono sul tram tre giovani che si fermarono sulla piattaforma anch'essi, accanto al signor Kaiser [sic] il quale non avrebbe mai supposto la sorpresa che gli sarebbe poco dopo toccata.
  Infatti appena giunti in piazza del Duomo i tre sconosciuti discesero dal tram in corsa e lo straniero constatò subito dopo la sparizione dell'orologio d'oro con le proprie iniziali incise e dell'analoga catenina che valevano completamente 1200 lire.
  Il signor Kayser, quando si sentì urtare aveva portato istintivamente la mano sulla tasca interna della giacca, ove custodiva il portafogli contenente 12.000 lire, e rassicuratosi di saperlo a posto non si avvide della scomparsa dell'orologio.
  Le indagini svolte ieri stesso dal delegato De Benedetti, in base ai connotati forniti dal signor Kayser, hanno portato all'arresto di tre pregiudicati, quali presunti autori dell'audace borseggio: i giovani Attilio Orlandi detto Buterin, Carlo Andressi, il fratello della famosa Rosetta, avvelenatasi l'anno scorso mentre veniva accompagnata in Questura, e un altro di cui la Questura tace il nome perché i sospetti contro di lui appaiono meno gravi.
  I tre arrestati saranno posti oggi in confronto col derubato, per l'eventuale riconoscimento.

E il giorno dopo, nel corso del riconoscimento, Alessandro dà in escandescenze.

Corriere del Pomeriggio, domenica 24 maggio 1914 - pag. 6
Borsaiolo riconosciuto dal derubato
in un confronto in Questura
  In seguito al borseggio patito in tram dal tedesco signor Kayser, erano stati arrestati quali presunti colpevoli Orlandi Attilio detto Buterin amante di quella famosa « Rosetta » che si avvelenò al momento del'arresto, e il fratello di costei Andressi Alessandro.
  Ieri mattina ebbe luogo in Questura un confronto col derubato affinchè quest'ultimo vedesse di riconoscere o meno nell'uno o nell'altro arrestato. colui che gli aveva portato via l'orologio con catena d'oro.
  Il confronto fu drammatico e diede luogo ad un certo punto a una scena di violenza per parte dell'Andressi. Costui, sostenendo ad alte grida la sua innocenza, cominciò a menar pugni e calci alle guardie che lo fiancheggiavano e, per essere immobilizzato, dovette esser legato! 
  Queste escandescenze furono anticipate, perchè il Kayser non aveva indicato in lui il suo borseggiatore: ma aveva esplicitamente riconosciuto nell'altro, cioè nell'Orlandi, l'autore materiale del borseggio.
  Dopo tale riconoscimento, che concorda cogli indizi raccolti dalla squadra mobile, l'Orlandi fu trattenuto in arresto. Per Andressi non risultò provato il sospetto ch'egli abbia avuto parte nella mariuolesca impresa, ma fu anch'egli trattenuto per le violenze e gli oltraggi.

A meno di un anno di distanza dalla morte di Rosetta, e tre mesi dopo l'invio dei mandati di comparizione per sette agenti, arriva il rinvio a giudizio per due di loro.

Corriere della Sera, domenica 2 agosto 1914 - pag. 5
Per la morte della “Rosetta„
Il rinvio a giudizio di due guardie
  L'istruttoria relativa alla morte improvvisa, durante l'arresto, della ragazza Elvira Andressi, Rosetta, ha avuto un supplemento richiesto dall'avv. Costa. Il primo periodo istruttorio si era chiuso, come è noto, coll'accertamento che la Rosetta si era avvelenata e coll'assoluzione degli agenti che l'avevano arrestata. Il supplemento d'istruttoria, invece, ha portato al rinvio a giudizio di due delle guardie per lesioni lievi, lesioni evidentemente che non sono da mettersi in relazione alla causa della morte.
  Le guardie rinviate a giudizio sono Mario Musti e Antonio Sanvito.
  Il giudice « deplora il loro operato giacchè, per quanto possa essere stato provocante il contegno dell'Andressi che ebbe ad oltraggiarli, non è però giustificato da nessuna necessità ed è tanto più deplorevole in quanto si tratta di agenti di P. S. e di violenze esercitate contro una donna ». 
  Le violenze, secondo alcuni testimoni, sarebbero consistite in alcuni pugni e schiaffi dati all'Andressi allorchè questa si ribellava.

Un altro episodio violento, sempre nel 1914, vede protagonista un certo Angelo Andressi "noto per appartenere a quella famiglia che ripetutamente ha interessato le cronache dei giornali, segnatamente per la morte di una giovane chiamata Rosetta". Un altro dei fratelli di Rosetta? Un cugino? Siamo comunque sempre in via Vetraschi.

Corriere della Sera, martedì 3 novembre 1914 - pag. 5
Scena di sangue in piazza Vetra
Sei colpi di rivoltella
  Non vi sotto state vittime, ma vi tu molto rumore.
  Da alcuni anni i coniugi Luigi Buratti e Maria Guidotti, non più giovani, avevano preso dimora in una stanza in via Vetraschi, 14. La loro pace domestica, durata a lungo, è stata turbata da una quindicina di giorni per l'apparizione di certo Antonio Del Mare, il quale aveva avuto in affitto una stanza attigua alla loro.
  Il Del Mare si comportava come il migliore degli inquilini, ma in queste ultime sere aveva avuto l'infelice idea di invitare a casa sua Angelo Andressi, dimorante al n.31 della stessa via, e noto per appartenere a quella famiglia che ripetutamente ha interessato le cronache del giornali, segnatamente per la morte di una giovane chiamata Rosetta.
  Sembra che l'Andressi, accompagnato da altri individui, si abbandonasse ad un chiasso eccessivo tanto da disturbare i sonni pacifici dei coniugi Buratti. Ne sorsero delle proteste da parte di questi ultimi, e dalle controproteste da parte dell'Andressi e del suoi amici.
  La contesa è degenerata ieri in un fiero duello. Il Buratti incontratosi coll'Andressi lo investì con ingiurie, quindi pose mano al coltello. L'Andressi cavò di tasca la rivoltella e ne sparò tutti i sei colpi contro l'avversario che cadde sanguinante.
  In un attimo parecchi teppisti affluirono sulla piazza. Il Buratti colpito alla fronte riparò nella sua casa donde uscì poco dopo per recarsi all'Ospedale Maggiore.
I medici gli riscontrarono la frattura dell'osso frontale e giudicarono necessario il suo ricovero immediato, ma il Buratti si oppose e preferì invece seguire i carabinieri che lo condussero all'infermeria del Cellulare. Egli infatti dovrà rispondere di minacce a mano armata.
  L'Andressi subito dopo la scena di sangue si allontanò ed invano è stato ricercato dalle guardie inviate per trarlo in arresto.

E alla fine, arriva la sentenza per la morte di Rosetta. Con quale esito?

Corriere della Sera, sabato 27 febbraio 1915 - pag. 7
PROCURA URBANA DI MILANO
La morte di “ Rosetta „
  Moriva il 27 agosto 1913, una giovane nottambula, Elvira Andressi detta « Rosetta », assai nota negli ambienti della malavita milanese.
  Essa si era avvelenata dopo un grave episodio svoltosi al Carrobbio, durante il quale alcune guardie di P. S. avevano tentato di trarla in arresto, come colpevole d'oltraggio. 
  Il giornale Avanti! accusò allora apertamente le guardie di abuso di poteri e di aver percossa l'infelice.
  Ma dall'autopsia del cadavere ordinata dall'autorità giudiziaria non furono rilevate che lievi contusioni le quali non avevano avuto influenza alcuna sulla morte della Andressi, avvenuta unicamente per volontario avvelenamento.
   Sulla responsabilità degli agenti, circa le supposte percosse, il Procuratore del Re già aveva fatto richiesta di assoluzione, ma il giudice avv. Banzi volle che le accuse contro la polizia fossero vagliate alla luce di un pubblico dibattito. Molta folla perciò dei quartieri dove la « Rosetta » era conosciuta convenne ieri al processo.
  Della decina di guardie che in origine erano state denunciate, due sole, Mario Musti e Antonio Santovito, dovevano rispondere di lesioni. 
  Alcuni testimoni, pur ammettendo di aver visto le guardie in borghese percuotere brutalmente la « Rosetta » non hanno saputo identificarle.
  La Parte Civile, rappresentata dall'avvocato Ranza chiese la condanne delle due guardie, ma, dopo la requisitoria del P. M. e la difesa degli avv. Rebora, Ramella e Coridori, il Pretore avv. De Mita ha dichiarato assolto il Musti per non aver preso parte al fatto ed il Santovito per non provata reità.

Assolti. Come volevasi dimostrare.

15. Gli anni successivi
A questo punto la turbolenta famiglia Andressi esce dalla cronaca nera di Milano. Beh, quasi. Restano quattro episodi riportati dal Corriere della Sera Di questi solo il secondo è certamente riconducibile ai familiari di Rosetta. Per gli altri la correlazione è solo probabile, vista anche la scarsa frequenza del cognome. L'ultimo di questi episodi è talmente particolare che merita comunque di essere letto, quale che sia il suo legame con la famiglia della Rosetta.

Corriere del Pomeriggio, sabato 22 maggio 1915 - pag. 5
Un'aggressione sui bastioni Venezia ?
  Al funzionario di servizio a S. Fedele si presentava ieri sera il calzolaio Enrico Ardini di anni 25, da Busto Arsizio, e con aria stravolta faceva il seguente racconto:
  — Sono stato aggredito e derubato del portafogli con 40 lire, dell'orologio d'argento e della catena d'oro. E quel ch'è peggio è che il ladro mi si fingeva amico! Questa sera mi ero recato a prendere il caffè in un esercizio di corso Ticinese ove ho incontrato un tale, che altra volta conobbi fugacemente e che mi disse chiamarsi Andressi. Era in compagnia di una donna che mi ha presentato come sua moglie, e mi ha invitato ad accompagnarli un po' dovendo recarsi alla Stazione Centrale. Senonchè giunti sui bastioni Venezia. in prossimità del cavalcavia di corso Principe Umberto mi son sentito colpire da un violento pugno sul capo. Non mi ero ancora rimesso dallo stordimento che già il finto amico mi è saltalo addosso e dopo avermi gettato al suolo mi ha imbavagliato con un fazzoletto imbevuto di una costanza di odore sgradevole: forse un narcotico. Certo è che io ho perduto i sensi e quando mi sono riavuto non ho visto più nessuno ed ho constatato la mancanza del portafogli e dell'orologio. 
  Il denunciante ha dichiarato che il suo aggressore è un giovane lievemente zoppicante e ne ha forniti i connotati. Resta ora alla polizia accertare quanto vi sia di vero in questa curiosa avventura.

Corriere della Sera, martedì 10 aprile 1917 - pag. 4
LA SOLITA SERIE DI FURTI.
 (...)
  — Quale colpevole di un borseggio di 50 lire in danno di Antonio Lodi dimorante in via delle Arti a Greco è stato arrestato il ventisettenne Edmondo Andressi fu Eugenio, abitante in corso Ticinese 83. Si tratta di una vecchia conoscenza della Questura. Anche questa, come altre volte, l'Andressi diede in escandescenze, fracassando i vetri del corpo di guardia dove era trattenuto.

Corriere della Sera, venerdì 21 febbraio 1919 - pag. 3
  Una rissa per gelosia. — Luigi Adressi, [sic] di 34 anni, (via Arena 22), pregiudicato, lamentava da tempo le simpatie di sua moglie per lo straccivendolo quarantaduenne Mario Montauti (via Olocati, 33). I due si incontrarono ieri nel pomeriggio in via Tibaldi e, dopo lo scambio di qualche ingiuria, il marito oltraggiato colpì al capo con una catena da bicicletta l'avversario, il quale scaricò la sua rivoltella — egli afferma — per legittima difesa ferendo al viso l'Andressi. I pompieri trasportarono entrambi all'Ospedale, dove sono piantonati.

Corriere della Sera, mercoledì 10 febbraio 1926 - pag. 6
Il cappellino imbottito
  Da parecchio tempo la diciannovenne Maria Corbellini, fiorente macellala di Melegnano, che tiene, col padre Giuseppe, un esercizio sulla piazza principale di quella borgata, aveva notato la misteriosa sparizione di alcuni piccoli risparmi che ella nascondeva nel cassetti e nello tasche degli abiti. Il ladro doveva essere domestico, per quanto ribelle a lasciarsi acchiappare. La giovane confidò la cosa al garzone dei negozio, il diciassettenne Ambrogio Lucini il quale, a sua volta, confessò che analoga sorte avevano subito 220 lire sue, che egli, ospite della famiglia, aveva nascoste in un baule contenente i suoi indumenti.
  I sospetti caddero sulla fantesca dei Corbellini, la ventiseienne Maria Andressi la quale, interrogata in proposito, tanto si mostrò offesa da licenziarsi sui due piedi, allegandosi presso certa Carolina Stoppini, pure di Melegnano. Queste brusche dimissioni avvalorarono presso la Corbellini l'idea che la troppo sensibile servente avesse veramente qualche conto da rendere, e incaricò il maresciallo Casalini a fungere da ragioniere. Il maresciallo invitò la Andressi in caserma e, alle accuse esplicitamente rivoltele, si senti rispondere in tono di arrogante meraviglia. Abituato a questo genere di difese il Casalini osservò il cappello che la ragazza teneva in testa, e, per quanto poco pratico di mode, gli parve che un certo risvolto ornamentale fosse eccessivamente voluminoso.
  In nome dell'estetica, invitò la ragazza a scucirlo. La Andressi, indignata di quella lezione di modisteria per lo meno fuori luogo, si rifiutò. Placido, il maresciallo si dispose ad eseguire da solo l'operazione. Stravaganze della moda! L'imbottitura era fatta di biglietti da cinque e da dieci lire, compendio del misteriosi furti di casa Corbellini. Arrestata, la Andressi confessò il reato e fu mandata al Cellulare, luogo di opportuna meditazione.

16. La riscoperta della Rosetta
La memoria della storia della Rosetta non è mai svanita del tutto, perlomeno a Milano. Ma è indubbio che lo scoppio della Prima guerra mondiale, l'avvento del Fascismo e il successivo declino della Ligera, che lasciava il posto ad altre forme di malavita e infine lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, abbiano contribuito a far perdere i principali snodi della sua vicenda umana. A mantenere viva la memoria è stata certamente soprattutto la canzone, di cui peraltro non si conosce con esattezza la data di composizione (è stata scritta nell'imminenza degli eventi o successivamente?) né la sua fortuna (Milly e i Gufi l'hanno riscoperta del tutto o semplicemente rilanciata?) canzone che però, come abbiamo visto, non propone una ricostruzione affidabile degli eventi: è questo è uno dei motivi per cui attorno alla Rosetta si è alzata una discreta nebbia.

Un esempio della nebbia che circondava la canzone ancora negli anni Sessanta lo si ricava dall'album doppio ricavato uno degli spettacoli, che rilanciano l'interesse verso la tradizione dialettale e della canzone milanese (dopo il successo de El Nost Milan di Carlo Bertolazzi al Piccolo Teatro nel 1955): si tratta di Milanìn Milanòn, uno spettacolo teatrale tenuto nel 1962 nello storico "Teatro Gerolamo" di piazza Beccaria, guarda caso a due passi da quella che era stata la sede del Teatro San Martino.

Nel recital si riproponevano le canzoni milanesi tradizionali scelte da Roberto Leydi, insieme a poesie dei maggiori poeti cittadini, il tutto per la regia di Filippo Crivelli, che cinquant'anni di distanza ricordava la spettacolo così: “dopo il successo de El nost Milan al Piccolo Teatro (1955) il dialetto milanese, o meglio la letteratura milanese, aveva raccolto grande interesse presso il pubblico. Fu per queste ragioni che Roberto Leydi trovò piena adesione in Carletto Colombo del Teatro Gerolamo e in Paolo Grassi del Piccolo Teatro alla sua proposta”

Dallo spettacolo venne ricavato un doppio album, ancora reperibile su Apple Music e su Spotify, intitolato Milanin Milanon (Teatro Gerolamo - 14 Dicembre 1962) composto da trentanove brani interpretati da Milly, Tino Carraro, Enzo Jannacci, Sandra Mantovani e Anna Nogara. La terza traccia, cantata proprio dalla ingiustamente dimenticata Anna Nogara, è intitolata: La Povera Rosetta (Canzone Ottocentesca della Malavita)4.

Non è incredibile? Siamo a meno di cinquant'anni dalla morte della Rosetta, un evento che aveva riempito le pagine dei quotidiani del 1913, e la canzone a lei dedicata veniva definita una “Canzone Ottocentesca della Malavita”, retrodatando gli eventi di almeno tredici anni, nonostante la cura musicale di Roberto Leydi, uno dei più grandi etnomusicografi italiani. Tanta e tale era la confusione cresciuta attorno alla canzone: una vera e propria nebbia capace di avvolgere la realtà degli eventi.

A diradare la nebbia non ha aiutato nemmeno la pubblicazione di alcuni libri che trattavano della Rosetta: né, forse per la scarsa diffusione, quella del già citato Vecchia Milano. Cinquanta capitoli di ricordi rintracciati, di Marco Ramperti (1959), e nemmeno quella de La bella Rosetta. Le donne di Milano ieri e oggi, scritto da Severino Pagani e uscito nel 1975 per le edizioni Virgilio. Quest'ultimo testo ricco di nuove imprecisioni che tra poco vedremo nel dettaglio fu, anzi, alla base di molti errori successivi e rese per qualche anno la nebbia alzatasi attorno alla figura della Rosetta praticamente impenetrabile.

Ma il solo libro di Pagani non è sufficiente a spiegare l'incremento della confusione. A contribuirvi, per assurdo, è anche uno degli avvenimenti che ha maggiormente rilanciato l'interesse popolare verso la storia della Rosetta: si tratta del ritrovamento di una sua foto. Siamo nel 1980 e un commerciante di libri, tale Armando Forcolini, rovistando nei cassetti di suo padre Guido (morto novantunenne pochi anni prima), reperisce una foto, avvolta in una pagina di quaderno, su cui lo stesso padre aveva annotato: "Rosetta, mi hai dato le più belle notti d'amore della mia vita". 
Boom! La notizia viene riportata dal Corriere della Sera che ne dà conto nella sua edizione di lunedì 25 febbraio 1980 in un articolo quasi a tutta pagina a firma Luciano Visintin, a quel tempo il cronista di colore e costume milanese del quotidiano di via Solferino.

Corriere della Sera
lunedì, 25 febbraio 1980
Purtroppo il Visintin, per completare il racconto di Forcolini utilizza come fonte principale il già citato libro di Severino Pagani che è una vera e propria piccola collezione di inesattezze.

Questo fatto genera una serie di errori che si sono riprodotti pari pari fino a giorni nostri, perché a sua volta l'articolo di Visintin è stato scelto come fonte principale di molti dei libri e dei siti web che si occupano di questa storia.

L'errore più marchiano commesso da Pagani, e quindi anche da Visintin è proprio l'indicazione errata dall'anno in cui si svolgono gli eventi: sia nel libro di Pagani, (del 1975) sia nell'articolo di Visintin (del 1980) viene erroneamente indicato come data di morte della Rosetta l'anno 1914 al posto del 1913. La mia ipotesi è che il giornalista del 
Corriere della Sera, dopo l'intervista con Forcolini jr. che gli aveva mostrato anche il testo di Pagani (utilizzato per confermare la corrispondenza tra le due foto della Rosetta) sia tornato in redazione e abbia cercato nell'archivio del suo giornale qualche conferma ai fatti narrati, ma, mal guidato dal testo di Pagani, avendo aperto i polverosi faldoni alla data sbagliata, non abbia trovato nulla. Così, stendendo l'articolo sul miracoloso ritrovamento il Visintin arriva quasi a "infamare" il proprio datore di lavoro scrivendo: "Il «Corriere della Sera», con l'aria di guerra che tirava, non trovò spazio per la notizia".
Certamente non si trova nulla se si cercano gli articoli nel faldone sbagliato del 1914!

Come sappiamo, il
Corriere della Sera, così come gli altri giornali dell'epoca, aveva invece speso fiumi d'inchiostro sulla vicenda. Ovviamente il Visintin è solo parzialmente responsabile, sia perché l'origine degli equivoci sull'anno è da attribuirsi al Pagani, sia perché, come dicevamo, all'epoca non era possibile, come invece si può fare oggi, ricercare un articolo semplicemente digitando la stringa di ricerca "Rosetta" o "Andressi" nell'archivio online del Corriere della Sera

Per spiegarci ancora meglio, apriamo una piccola parentesi per fornire un breve elenco di errori in cui incorre Severino Pagani nel suo La bella Rosetta. Le donne di Milano ieri e oggi, un testo che, di fatto, a dispetto del titolo, alla Rosetta dedica solo cinque pagine e una foto, mentre il resto del libro discetta di altre donne milanesi. Eppure, in quelle cinque scarne pagine, l'autore riesce a stipare un considerevole quantitativo di errori, a partire dalla ricostruzione della vita di Rosetta. Ci viene detto ad esempio che la Rosetta “lasciò presto il teatro di varietà si votò ad una professione più facile e redditizia”: beh, ora noi sappiamo che fu esattamente il contrario: negli ultimi mesi della sua vita la giovane aveva cercato, e con discreto successo, di emanciparsi dalla sua condizione precedente di prostituta, esibendosi a teatro come canzonettista.

Ulteriore e peggiore confusione viene creata sulle circostanze della morte di Rosetta, fornendo tre diverse versioni: Rosetta sarebbe stata colpita a morte da un questurino inferocito per un rifiuto della giovane ad accompagnarsi con lui; oppure presa in una retata e picchiata a morte in Questura; oppure ancora, si sarebbe suicidata. Pagani propende per la prima ipotesi: quella del questurino inferocito, che forse non è del tutto infondata se ripensiamo al Musti, ma andrebbe certamente circostanziata.
L'ultimo punto, apparentemente banale, ma foriero di errori è proprio la data della morte di Rosetta. Pagani sbaglia SIA il giorno, introducendo – e sembra incredibile per un libro che, tra tante donne, sceglie di mettere proprio la Rosetta nel titolo – una terza versione: il 24 agosto! Ma soprattutto, come dicevamo, sbaglia l'anno: scrivendo 1914. Un errore che, come si diceva, avrà pure ostacolato le sue eventuali ricerche, oltre che quelle successive del Visintin, negli archivi dei giornali o dell'anagrafe per ricostruire un po' meglio la vicenda, già intricata di suo, con qualche dato di fatto reale.

Fatto sta che, partendo da Pagani, anche l'articolo di Visintin contribuisce a cristallizzare una serie di dati erronei mescolati a qualche informazione esatta, rendendo difficile discernere cosa sia corretto e cosa sia romanzato. Cerchiamo di mettere ordine.

Le fonti dell'articolo di Luciano Visintin sono tre:
a) Il resoconto dello stesso Armando Forcolini (colui che nel 1980 ha ritrovato la foto della Rosetta) che riferisce al giornalista i racconti di suo padre in materia;
b) "Incerte biografie" (di fatto il libro di Severino Pagani);
c) Tale Raffaele Bagnoli "fine cultore di costume meneghino".

La prima delle tre fonti, essendo soltanto di seconda (e non di terza) mano, è forse ancora la più attendibile. Di questa prima fonte, Armando Forcolini, il Visintin apprende qualcosa sugli esordi della Rosetta che, a quanto pare, era anche, a sua volta, cliente del negozio del padre del Forcolini sr., il signor Guido. Leggiamo dall'articolo di Visintin:

"Forcolini padre, nativo di Venezia, era venuto a Milano con la moglie Maria, di fiera razza veronese, e con una smania di paternità che lo portò a generare - grazie al decisivo contributo della sposa - tredici figli, tra i quali Armando. Aprì bottega in via Torino 57, dove c’è ancora [nel 1980 n.d.r.] un negozio, condotto da un nipote, con il suo cognome.
Fu il primo, a Milano, a vendere calze colorare alle donne che all'inizio del secolo le portavano nere. Colorate, per modo di dire: beige, fumee, noisette, miele (termine che però allora non si usava). E tra le sue clienti c'era appunto la Rosetta: non comprava soltanto calze, ma anche golfini, capi di biancheria. Forcolini la serviva volentieri e con zelo, tanto che la moglie in negozio c'era di rado, avendo sempre un figlio da allattare. «E sa come ci allattava? - rivela Armando - Con la pipa in bocca. Era una donna eccezionale».
Spesso, la Rosetta si presentava nel negozio di via Torino insieme con la madre della quale si sapeva che era forte bevitrice, scostumata e avida di denaro. Girava voce - pare addirittura che lei se ne vantasse, sfacciatamente - che avesse venduto la figlia a un ricco signore, quando era ancora una ragazzina di tredici anni, spianandole così la via del marciapiedi."

Sempre sugli esordi della Rosetta, Visintin riporta anche la versione di "incerte biografie":

"Incerte biografie dicono invece che la Rosetta (per l'anagrafe Elvira Andressi) avesse preso la carriera molto alla larga, esibendosi come canzonettista al Sammartino in piazza Beccarla, con il nome d'arte di Rosetta de Woltery. Ma questo ai nostri fini importa poco. Di sicuro c'è che la Rosetta abitava in piazza Vetra e che lì, come dice la canzone «batteva»."

Anche sulla fine della povera Rosetta abbiamo due versioni alternative: quella riportata a Visintin da Armando Forcolini
: "In casa mia (...) se n'è parlato per anni. Si diceva che lei passasse dal Carrobbio in carrozza, con il suo amante fisso, diciamo un “rocchettee" [un magnaccia n.d.r.]. Un poliziotto li ferma, vuol vedere i documenti dell'uomo. Lei si intromette; e siccome l'agente era innamorato di lei, che lo respingeva, lui tira fuori il suo stiletto e, insomma, l'ammazza»" quella di Raffaele Bagnoli, il "fine cultore di costume meneghino": "Secondo il Raffaele Bagnoli fine cultore di costume meneghino - sotto le cui finestre in corso Ticinese, angolo Vetraschi, la Rosetta andò a trascinarsi morente, in quella notte piena di urla e di orrore, perché allora la morte di una prostituta era ancora qualcosa - la poveretta fu invece ammazzata a colpi di calcio di moschetto. Sicuro è che fu ammazzata, proprio per gelosia, e che al funerale la malavita milanese partecipò con fiori, lacrime e spavalda ostentazione."

Curiosamente sotto la foto della Rosetta, sulla pagina del Corriere del 25 febbraio 1980 è riportato il testo della canzone, ma ecco che nell'incipit spunta la terza data: il 24 agosto. Al 26 e al 13 agosto, che già conoscevamo, adesso si aggiunge anche questo 24, preso direttamente dal Pagani.

La cosa più interessante dell'articolo resta forse la descrizione della madre di cui non sapevamo molto. Si sarebbe trattato di una donna dall'immagine particolarmente trucida (potevamo forse arrivarci anche da soli, visto l'esito della sua opera pedagogica sulla Rosetta e, soprattutto sui suoi fratelli).

Sfortunatamente, come dicevamo, l'articolo di Visintin è la fonte principale della maggior parte di testi e siti che si sono occupati della materia. Non sto a ricordarli tutti, ma, come regola di base, la citazione dell'anno 1914 è un chiaro segnale, un “marker” che il testo o il sito in questione non ha svolto accurate indagini. Si prenda ad esempio il testo di Accorsi e Ferro, I cento delitti di Milano, Roma, Newton Compton, 2014 oppure, della stessa casa editrice, quello di Belotti e Margheriti, 101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato del 2009, per limitarci soltanto ad alcune pubblicazioni cartacee. Se la ricerca si estende ai siti internet, gli errori sono diffusi a macchia d'olio. A volte sono particolarmente sconcertanti.
Si prenda il sito inventati.org dedicato all'archivio Primo Moroni, lo storico libraio e scrittore della sinistra milanese che pure si era occupato della Rosetta, anche, ma non solo, perché la sua libreria Calusca era situata a poche centinaia di metri dal teatro degli eventi. Il sito linka un bel video di ricostruzione degli eventi con un'intervista a Cesare Bermani (praticamente ineccepibile, salvo il numero dei fratelli di Rosetta e il cognome Andressi) registrata presso il museo della Resistenza a Fosdinovo (MS) in cui viene chiaramente e correttamente citato il 1913; eppure nella stessa pagina si riporta il testo con gli accordi della canzone con una nota “uccisa per gelosia da una guardia calabrese il 13 agosto 1914”, come se i curatori della pagina non avessero ascoltato la stessa intervista che pubblicano.

La stessa voce di Wikipedia dedicata alla povera Rosetta, prima del nostro intervento, ancora riportava l'anno 1914.

Venerdì 30 ottobre 1981, l'anno successivo, ecco un nuovo articolo sul
Corriere della Sera sempre a firma Luciano Visintin che dà conto di un imminente spettacolo teatrale, in scena al teatro di via Olmetto a partire dal 17 novembre dal titolo La Rosetta de piazza Vedra due tempi di Guido Ammirata per la regia di Mario Perego. L'autore della pièce, il siciliano Ammirata – riferisce ancora il Visintin – “appresa la storia della povera Rosetta, accoltellata in piazza Vetra («il tredici di agosto, in una notte oscura», afferma la canzone) da un questurino calabrese (…) cominciò ad essere tormentato da una specie di vago rimorso” e poi aggiunge che lo stesso Ammirata “ha portato l'interprete della Rosetta, Giuliana Balzarini, in piazza Vetra, con San Lorenzo a fare da sfondo, e lì l'ha fatta fotografare, in modo che il volto non sia visibile, in modo che la foto non sia riferibile all'attrice, ma al romantico fantasma di Rosetta”. Va da sé che, ancora una volta, data e circostanze della morte sono errate.
17. La ricostruzione di Leonardo Sciascia
Curiosamente toccherà proprio allo stesso Visintin, il cui articolo del 1980 aveva contribuito a diffondere alcuni errori, a lanciare tre anni più tardi, sempre sul Corriere della Sera, il lavoro di Leonardo Sciascia che, come abbiamo visto, effettua invece una ricognizione storica molto accurata.
A pagina 27 del 
Corriere della Sera di domenica 4 dicembre 1983 troviamo infatti un doppio estratto del libro di Leonardo Sciascia - Storie della povera Rosetta preceduto da un'introduzione a firma l. vi., ovvero lo stesso Luciano Visintin.
Anche in questo caso riportiamo solo i passi salienti a partire dall'introduzione di Visintin.
Leonardo Sciascia ricostruisce una delle più torbide e appassionanti vicende della cronaca milanese
Così ammazzarono Rosetta, la bella di piazza Vetra
Anche in questo caso, per quanto assurdo possa sembrare, è la prima volta che questa versione viene riportata così chiaramente sulle colonne del

Per quanto riguarda poi Sciascia, più che all'estratto di quella pagina del Corriere della Sera, rimandiamo alla versione integrale di quell'ottimo saggio del 1983. Ma citiamo comunque alcuni passi fondamentali che ribadiscono fatti ormai a noi arcinoti, avendo passato in rassegna i quotidiani dell'epoca.
Che il resoconto dei fatti pubblicato dall'«Avanti!» il 28 agosto si avvicini alla verità, ci sembra di poterlo affermare dall'atteggiamento degli giornali nel riassumerlo: cauto, guardingo, senza avanzare dubbi o smentita. E tutti danno notizia di una rigorosa inchiesta ordinata dal questore commendator Cosentino: «giustamente impressionato — dice il "Corriere della Sera" — dalle gravi affermazioni dell'«Avanti!»..

Sciascia fondamentalmente sposa la tesi "colpevolista" nei confronti degli agenti, ovvero quella esposta dall'

Anche il fatto che alla sorella Maria fosse impedito di scoprire il cadavere di Elvira, porta, secondo lo scrittore siciliano ulteriori elementi di sospetto nei confronti degli agenti.

[Alla sorella Maria] fu poi impedito di scoprirla: a che non vedesse — facile illazione dell'«Avanti!» e nostra — altre tumefazioni. Ma che l'Elvira morisse per essere stata duramente picchiata e non per il sublimato, la sorella Maria non aveva dubbio: aveva in parte assistito, la sera avanti, a quella che la questura e i giornali avevano definito «ribellione»; e non era la sola a darne tutt'altra versione.

Un altro punto interessante è l'interpretazione di Sciascia sul ruolo di Arturo nelle vicende di quella sera, ma, anche in questo caso, lo scrittore non dispone di altri elementi se non le ricostruzioni dei quotidiani.
Arrestati i quattro giovani, il pattuglione non si curò delle due donne. L'Andressi restò a terra, svenuta: e fu soccorsa dal fratello Arturo che, recandosi al lavoro (faceva il facchino al Verziere), si trovò a passare. Arturo era il fratello «buono»: lavoratore, incensurato. L'«Avanti!» lo dice zoppo, deforme, debole; ma la debolezza mal si accorda col mestiere di facchino al mercato del Verziere. Zoppo era di certo, comunque. Arturo chiese aiuto a due giovani e, insieme, portarono la ragazza, che rinveniva, verso piazza Vetra. Lì, prima di entrare in via Vetraschi, si fermarono: e l'Elvira, appoggiandosi alla ringhiera che divideva la piazza dalla via, al fratello che le rimproverava di essersi trovata in quella colluttazione tra giovinastri e polizia stava affannosamente dando le sue giustificazioni, quando improvvisamente sopraggiunse mezzo pattuglione che si diede a picchiare furiosamente il povero Arturo ammanettando e due giovani che volevano difenderlo.

Più interessante la lettura che Sciascia offre sul fatto che gli agenti abbiano riportato la Rosetta nuovamente al Carrobbio anche dopo il secondo pestaggio.
Di peso, la ragazza fu poi portata in piazza Carrobbio: forse per trovare un meno di trasporto, forse per far credere a una specie di unità di luogo e tempo nello svolgimento dei fatti. Da lì, dopo un momento di indecisione — portarla in questura. alla guardia medica di via Cappellari o all'Ospedale Maggiore? — la carrozza su cui l'avevano adagiata si mosse verso l'Ospedale. E fu forse nel momento in cui le guardie erano indecise che la ragazza, a promuovere la decisione di portarla in ospedale, finse o davvero tentò di suicidarsi.

E infine, ma come pensarla diversamente, anche Sciascia avanza le stesse perplessità del giornalista dell'
Avanti! a proposito della “Versione Radice” (l'imprenditore teatrale che aveva visto le ecchimosi di Rosetta la domenica sera): si tratterebbe non tanto (non solo) di un confidente della polizia, dunque, ma di un maniaco, un mitomane. Del resto, per assurdo, anche i risultati – ufficiali e non credibili — dell'autopsia venivano a smentire il Radice: secondo il referto il cadavere di Elvira Andrezzi presentava infatti soltanto « lievi abrasioni ».

Interessante poi l'approfondimento di Sciascia sul veleno. Lo scrittore siciliano sottolinea come il sublimato corrosivo fosse era un veleno da borsetta molto diffuso e che - a differenza dell'arsenico utilizzato per avvelenare gli altri - era spesso utilizzato nei suicidi (tentati o realizzati). Ma su questo punto abbiamo offerto una ricostruzione ancora più dettagliata.

Sciascia aggiunge anche interessanti considerazioni a margine del funerale di Rosetta: il fatto che non fossero stati negati i funerali religiosi a una donna considerata suicida dalle autorità voleva dire o che i preti al suicidio non credevano o che al capezzale della morente avessero colto la confessione del finto suicidio o del pentimento. "Comunque, la presenza dei preti contribuiva, tra la gente della Vetra che seguiva il funerale, ad alimentare l'incredulità nei riguardi della versione poliziesca e l'odio verso gli spietati picchiatori della squadra mobile. Ma la polizia stava sull'avviso, a impedire che la mormorazione crescesse e l'odio si manifestasse...

Le ultime due note che ricaviamo da Sciascia sono relative a due personaggi della canzone. Il primo è il “fratello Antonio” citato in una strofa alternativa, non cantata nelle versioni più popolari (il suo fratello Antonio / giurò di far vendetta / ma loro l'han rinchiuso / in una cella stretta, che certamente vuoi dire dell'arresto e del ricovero in manicomio di Alessandro Andrezzi). Il secondo personaggio è la « guardia calabrese »: con ogni probabilità si allude all'agente Musti che l'« Avanti! » apertamente accusa di essere stato un persecutore della ragazza. Si può arguire che aspirasse a proteggerla e, respinto, in tutti i modi cercasse di vendicarsene: da ciò il sovrapporsi, alla sua immagine di questurino, di quella d'inviato d'altra malavita, della « mano nera » napoletana. Ad ogni buon conto, si era provveduto a trasferirlo dalla questura di Milano a quella di Genova”.
18. Conclusioni
Qui si conclude la nostra lunga cavalcata su questo episodio che si presta a svariate letture: abuso delle forze dell'ordine, femminicidio, storia esemplare della ligèra. Per quanto molto milanese, pensiamo che questa storia possa avere carattere universale. Restano aperti enormi interrogativi:
- Appurato che la Rosetta è stata picchiata, in due fasi diverse, e che molto probabilmente, aldilà delle verità ufficiali, è morta proprio per questo motivo, quanto effettivamente sappiamo della sua simulazione con le pastiglie di sublimato (che pure - a detta di alcuni testimoni - lei portava in borsetta o sotto la veste, come molte donne di quell'epoca)? Non le aveva? Le aveva e non le ha ingoiate? Le ha ingoiate e sputate? Ha fatto solo finta di ingoiarle per farsi portare in ospedale invece che in questura? Oppure è tutta è una messa in scena della polizia? In fondo è molto strano persino che le sia venuto in mente di ingoiarle in quel frangente in cui si trovava in condizioni già molto precarie, visto il doppio pestaggio.
Una possibile ricostruzione potrebbe essere questa: c'è una prima colluttazione al Carrobbio, la Rosetta viene colpita, vengono eseguiti alcuni arresti, ma la Rosetta resiste all'arresto e invece di salire sulla vettura che l'avrebbe portata alla Questura si butta tra le zampe del cavallo. Le guardie la lasciano lì ma le garantiscono che non sarebbe finita così. Lei viene accompagnata dal fratello Arturo (o da un sedicente tale) e da altri amici verso piazza Vetra. Qui viene nuovamente raggiunta dalle forze dell'ordine che se la prendono prima col fratello, poi con lei che implora loro di lasciarlo perdere. Rosetta viene di nuovo colpita violentemente. Il Musti è presente. La Rosetta viene di nuovo portata verso il Carrobbio, vuoi perché le vetture sono lì, vuoi per volere dissimulare la doppia fase degli eventi. Il vetturino Ziliani si rifiuta di trasportarla, dopo aver assistito al pestaggio. Al momento di salire su di un'altra carrozza lei simula l'avvelenamento per non essere portata in Questura. Musti e Leone la portano all'Ospedale, ma le lesioni sono ormai troppo gravi. Non viene subito trovata traccia di sublimato dalla lavanda gastrica, ma solo in seguito grazie a un'autopsia pilotata.
- Quanto era serio il suo recente tentativo di cambiare vita? Sappiamo che aveva debuttato in teatro il 21 marzo 1913, da quel momento alla sera sua morte sarebbero passati solo centosessantasette giorno: era poi andata davvero al Teatro Margherita a Roma? Aveva smesso del tutto di fare la vita? Quella sua uscita a così tarda ora, non era segno che forse non aveva ancora sposato del tutto l'idea di fare la canzonettista? E la nuova abitazione - piuttosto grande - in via Gaudenzio Ferrari, 7 a cosa le serviva se non per ricevere clienti? Era magari stata comprata con parte del bottino della rapina all'oreficeria Archenti - ammesso e non concesso che lei e Orlandi ne fossero davvero stati implicati (aldilà dell'assoluzione)? E i due stavano ancora assieme? Molto probabilmente no, visto che Elvira aveva lasciato la casa dell'Orlandi di viale Espinasse, 2, a Musocco), ma forse i due si erano spartiti il bottino. E, come ci domandavamo, Orlandi della Rosetta era stato l'amante, il protettore o entrambe le cose?
- E questo Mario Musti chi era? Un agente particolarmente scrupoloso? Un torturatore? Uno spasimante respinto? Un cliente abituale che la voleva tutta per sé? Un poliziotto dalla scarsa moralità che ambiva a diventarne il protettore? O forse soltanto un agente violento? Quanto c'è di provato in questa voce che fosse invaghito di Rosetta? (Per me non molto). Pare però che, per quanto fosse andato assolto, venne trasferito da Milano a Genova, il che qualche indizio può forse fornirlo, ma esattamente quando avviene il trasferimento?
Insomma, anche se, nelle sue linee guida principali, lo svolgersi degli eventi appare ormai piuttosto chiaro, aldilà delle verità ufficiali, restano molti piccoli e grandi dubbi aperti che gli elementi raccolti non sono in grado di stabilire definitivamente e che ognuno di noi è chiamato a interpretare seguendo la propria sensibilità. 

Chiudiamo da dove eravamo partiti, con alcune ultime precisazioni sulla canzone e sulle date.

Nel capitolo 2 abbiamo parlato di due due versioni della canzone: quella di Milly e quella dei Gufi e di Nanni Svampa. Queste due versioni non sono le uniche, eppure tutte le versioni si dividono in due grandi filoni: nel primo filone “hanno trovato un corpo gli agenti di questura” (come per Milly) e nell'altro “commisero un delitto gli agenti di questura” (come per i Gufi).

Il primo filone è probabilmente il più antico e comprende il testo cantato da Anna Nogara nel disco di Milanin Milanon, la cui registrazione risale al 14 dicembre 1962, e anche, con piccole varianti rispetto al primo, quello cantato da Milly (che in Milanin Milanon cantava altre canzoni) la cui prima incisione de La povera Rosetta a noi conosciuta risale al suo primo album Stramilano (codice LPJ 5036 ) uscito nel 1964. Non sappiamo se la cantante di origine alessandrina, attiva dal 1925, abbia interpretato la canzone dal vivo anche prima della Nogara.
In ogni caso, come data, nell'incipit entrambe le cantanti indicano il 26 agosto.
Tutte le altre versioni che abbiamo trovato, e sono numerose, rientrano nell'altro filone, quello per cui (“commisero un delitto gli agenti di questura”).
In questo filone, oltre a quella dei Gufi e di Nanni Svampa, abbiamo trovato quella de I CantaMilano e quella di Claudio Merli, che introduce nel testo qualche parola milanese (entrambi gli interpreti citano il 13 agosto) e poi altre due: quella di D.P. e quella di Sandra e le Mondine. Entrambe queste versioni, sorpresa delle sorprese, citano invece il 24 luglio!

Una delle prime incisioni note de La povera Rosetta, quella di Gipo Farassino, incisa nel 1962 sul lato B di un'altra canzone popolare milanese, Porta Romana, fu protagonista di un'incredibile sventura giudiziaria. Ne dà conto il Corriere della Sera di venerdì 9 dicembre 1966.

Due vecchie canzoni all'esame della magistratura
Sono « Porta Romana »
e « La povera Rosetta »
Due vecchie canzoni milanesi, « Porta Romana » e « La povera Rosetta », tornate recentemente in auge dopo anni di oblio, hanno suscitato l'interesse anche della magistratura e provocato l'apertura di un'inchiesta penale: sotto accusa per oscenità è stata messa la prima canzone e per vilipendio alle forze armate la seconda.
L'indagine era nata nel gennaio scorso a Bologna, la cui procura aveva poi trasmesso gli atti, per competenza, a Milano. Erano stati incriminati l'editore discografico Luciano Pigini e il cantante Giuseppe Farassino, che avevano inciso e messo in commercio i due dischi; l'inchiesta si era poi allargata ed erano stati individuati diciassette tra commercianti di dischi e gestori di locali in cui le due canzoni popolari venivano suonate attraverso i juke-boxes ». Ora, al termine delle indagini, l'autorità giudiziaria ha preso le sue conclusioni. Il giudice istruttore, dottor Giorgio Bernardi, in relazione a « Porta Romana », ha mandato prosciolti tutti gli imputati, eccettuati l'editore Pigini e il cantante Farassino (per i quali ha rimesso gli atti processuali al pubblico ministro per l'ulteriore corso), osservando che probabilmente essi ignoravano il contenuto della canzone, che descrive un convegno amoroso, confondendola con la più nota edizione di Porta Romana cantata da Giorgio Gaber.
Per quanto riguarda « La povera Rosetta» il giudice istruttore ha invece deciso per una generale assoluzione. Là dove, nella canzone, si fa riferimento ad alcuni agenti calabresi come responsabili della uccisione della Rosetta di piazza Vetra — ha stabilito il giudice istruttore — è evidente che non si è inteso vilipendere l'intero corpo di polizia, ma soltanto alcuni suoi appartenenti. I presupposti del reato, quindi, vengono completamente a mancare.

Ma per chiudere esattamente da dove eravamo partiti non ci resta che ripercorrere le varie date che sono state indicate come quelle in cui si sono svolti i fatti dalle diverse versioni della canzone, dai libri e dai giornali. Le versioni della canzone rimandano a tre date: il 26 agosto, il 13 agosto e, come abbiamo appena visto, persino al 24 luglio. Gli articoli di giornale aggiungono il 24 (vedi la didascalia dell' articolo del 
Corriere della Sera del 1980) e anche il 28 agosto (in un ulteriore articolo sul Corriere della Sera del 22 ottobre 1986). Cinque ipotesi alternative al 27 agosto (1913) che invece sappiamo essere la data in cui si sono, in tutta la loro drammaticità, gli eventi che portarono a morte la povera Elvira Andrezzi.

Bibliografia

Saggi
- Leonardo Sciascia, Storie della povera Rosetta, Milano, Franco Sciardelli Editore, 1983), 37 pagg. Pubblicato in edizione limitata (145 esemplari numerati) con 5 acqueforti di Franco Rognoni e ristampato in edizione fuori commercio destinata ai clienti della Banca del Monte di Milano, il testo confluisce nel successivo Cronachette, uscito nel 1985 per Sellerio (ora disponibile nel catalogo Adelphi). Non essendo più disponibile il precedente breve saggio del 1983, ci siamo basati sul saggio del 1985 che comporta varianti minime, tutte peraltro documentate in Leonardo Sciascia, Opere, a cura di Paolo Squillacioti, vol. II: Inquisizioni - Memorie - Saggi, tomo I: Inquisizioni e Memorie, Milano, Adelphi, 2014. Il testo originale del 1983 include una breve appendice intitolata Cenni biografici di Elvira Andrezzi, di estremo interesse ai nostri fini che, fortunatamente, è sempre reperibile nelle Opere a cura di Squillacioti;
- Severino Pagani, La bella Rosetta. Le donne di Milano ieri e oggi, Edizioni Virgilio, Milano, 1975;
- Valentino De Carlo, Curiosità e segreti di Milano, Roma, Newton Compton Editori, 2015;
- Marco Ramperti, Vecchia Milano. Cinquanta capitoli di ricordi rintracciati, Milano, M. Gastaldi, 1959 (citato da Sciascia, 1983);
- Gian Luca Margheriti, Francesca Belotti, 101 storie su Milano che non ti hanno mai raccontato, Roma, Newton Compton Editori, 2009;
    - Andrea Accorsi, Daniela Ferro, I 100 delitti di Milano, Roma, Newton Compton Editori, 2014.
Periodici
Corriere della Sera (numerosi articoli dal 1886 al 1926 e successivamente 9 dicembre 1966, 25 febbraio 1980, 4 dicembre 1983 e 22 ottobre 1986) reperiti online dall'Archivio del Corriere della Sera;
La Stampa (tre articoli: 28, 29, 31 agosto 1913) reperiti online dall'Archivio storico de La Stampa;
Avanti! (cinque articoli 27, 28, 29, 30 e 31 agosto 1913) ricevuti in forma integrale grazie alla cortesia dell'Istituto Salvemini di Torino;
- La Gazzetta degli Spettacoli, 15 aprile 1913 (citata da Sciascia, 1983).

Siti Web

Mirco Nuzzolo in Malavita alla Milanese in Magzine.it 

DocumentiAnagrafe del Comune di Milano:
- Atto di nascita di Andrezzi Elvira;
- Certificato di morte di Andrezzi Elvira;
- Atto di morte di Andrezzi Elvira;
- Certificato di nascita di Andrezzi Eugenio.

Indice

1. Collezionisti 1
2. La canzone 3
3. La Rosetta, chi era? 7
4. La Rosetta nelle cronache: un anno vissuto pericolosamente – Parte prima: due risse 10
5. La Rosetta nelle cronache: un anno vissuto pericolosamente – Parte seconda: la rapina alla gioielleria Archenti 12
6. La Rosetta nelle cronache: un anno vissuto pericolosamente – Parte terza: due risse: il debutto a teatro 17
7. La notte tra il 26 e il 27 agosto 1913 18
8. Cosa accadde? La prima versione dei fatti nel racconto di Corriere della Sera, Avanti! e La Stampa 19
9. L'Avanti! indaga 23
10. Un passo indietro: il padre di Rosetta 30
11. Quei satanassi dei fratelli di Rosetta 32
12. Autopsia, indagini, funerale 37
13. Una vicenda subito popolare 56
14. Dopo la morte di Rosetta: processi e malavita 57
15. Gli anni successivi 69
16. La riscoperta della Rosetta 71
17. La ricostruzione di Leonardo Sciascia 74
18. Conclusioni 79

Note
1 Il titolo della canzone, scritta da Paola Pallottino e dallo stesso Lucio Dalla, fa riferimento alla data di nascita del cantautore bolognese, eppure la storia narrata dal testo – pur essendo esposta in prima persona – non ha alcun riferimento autobiografico. Il brano venne presentato al Festival di Sanremo 1971 nella doppia versione di Lucio Dalla e dell'Equipe 84. Per essere ammessa a partecipare la canzone dovette subire alcune modifiche: in particolare il testo originale, che doveva concludersi con i versi: "e anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino", venne edulcorato in: "e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino". Ma soprattutto dall'organizzazione venne richiesto di modificare il titolo originale Gesù Bambino, considerato poco rispettoso perché il testo racconta la storia di una ragazza madre sedicenne che ha un figlio da uno sconosciuto straniero. E così gli autori optarono per utilizzare come titolo la data di nascita di Lucio Dalla.

2 In un articolo pubblicato su Magzine.it, Mirko Nuzzolo, parla così di Attilio Orlandi “Siamo agli inizi del Novecento. A capo della banda [la “Compagnia del fil de fer] due asciutti e sbrigativi giovanotti tra i venti e i trent’anni, assidui della “mala” di via Scaldasole e di via Arena: Remo Colombo, detto el Pelle de scimes (pelle di cimice), il quale reclutava gli altri “scrocchi” e ne incassava i proventi, e dunque succhiava come una cimice; e el Butterìn, al secolo Attilio Orlandi, diplomato (dicono) in ragioneria, un ladro che saliva elegantissimo sui treni per fare i borseggi, ed era l’amante della celebre Rosetta di piazza Vetra. Di aspetto alto e grassoccio, pallido, pelle glabra, la faccia de pret (forse di qui il soprannome, che significava “piccolo pezzo di burro”), incassava i proventi di un lussuoso bordello e di due bei palazzi di quattro piani sul Naviglio Pavese, (ai numeri 42-44 dell’Alzaia), costruiti, pare, proprio dal padre capomastro. Sono ancora lì, tra via Gola e via Borsi, i palazzi numero 42 e 44. Dentro studenti, lavoratori e famiglie. Del bordello e del suo “giro” nulla, neppure un segno, un ricordo. Se non quei due numeri: 42 e 44. Nei primi anni Dieci del XX secolo, la guardia regia arrestò tutta la banda. Tuttavia, nonostante la loro abilità e il loro ingegno, lasciò traccia solo nel detto “te saree minga de la compagnia del Fil de Fer?”, con cui si solevano rimproverare affettuosamente i bambini.

3 Giornalista, critico teatrale del Secolo e dell'Ambrosiano e romanziere, Ramperti scrisse in maniera disincantata storie fantastiche, sospese tra il filone realistico e il fiabesco. Fu collaboratore letterario per La Stampa, Il Corriere della Sera e L'Illustrazione Italiana e critico cinematografico per altre testate.
Lo scrittore, molto apprezzato all'epoca del ventennio fascista da autori contemporanei quali Gabriele d'Annunzio, Ugo Ojetti ed Ezra Pound, fu dimenticato nel dopoguerra, perché aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana, sebbene fosse stato critico e sarcastico con gli intellettuali di regime e scrivesse nel 1950 di non aver mai avuto "amore pel dittatore d'Italia". Fu inviso inoltre per il viscerale antisemitismo che aveva espresso nei suoi articoli (tanto che tacciò come ebreo anche Charlie Chaplin). Dopo la Liberazione venne condannato a sedici anni di carcere, che iniziò a scontare nel campo di prigionia di Coltano fin quando sopraggiunse l'amnistia di Togliatti.
Uscito di prigione strinse relazioni con alcuni esponenti del “Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori”, l'organizzazione giovanile del nascente MSI, tendenzialmente evoliana e antiatlantica. Come scrittore anticipò il filone ucronico del "fantafascismo" con un romanzo satirico del 1950, Benito I imperatore, pubblicato al culmine dell'attività propagandistica dei giovani attivisti del MSI, in cui Ramperti prende di mira anzitutto gli intellettuali convertiti all'antifascismo dopo la Liberazione.
La coerenza ideologica che caratterizzò la sua attività lo condannò, dopo il rifiuto di un'offerta dell'editore Angelo Rizzoli, a ristrettezze economiche che lo portarono a finire i suoi giorni alla stazione Termini, dove vendeva sigarette di contrabbando. Negli ultimi anni della sua vita entrò in confidenza con Indro Montanelli che, con la consueta ironia, di lui disse: "Si lavava assai poco..." (fonte: Wikipedia, consultata in data 26 novembre 2017)


4 Questa di Anna Nogara, del 1962, tratto dal recital Milanin, Milanon, segue con quattro piccole varianti, il testo che abbiamo riportato al capitolo 2, come cantato da Milly
“Vicino c'è il questore / e tutti gli agenti” (Anna Nogara)
“ Vicino c'è il questore / con tutti gli agenti” (Milly);
“Si sente pianger forte / in quella brutta sera” (Anna Nogara)
“Si sente pianger forte / in questa brutta sera” (Milly);
“Dormi Rosetta dormi / giù dalla buia terra ” (Anna Nogara)
Dormi Rosetta dormi / giù nella fredda terra” (Milly);
a chi t'ha pugnalato / noi ci farem la guerra” (Anna Nogara)
“a chi t'ha pugnalato / noi ci gli farem la guerra” (Milly)